MEG MULLINS.
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IL MERCANTE DI TAPPETI.
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Titolo originale: The Rug Merchant. 2006.
Traduzione di: Silvia Piraccini.
2007. Ponte alle Grazie Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Dall'Iran all'America, da Tabriz a New York. Ushman Khan si trova ormai da qualche anno nella Grande Mela e i suoi affari vanno piuttosto bene: vende tappeti e ha un negozio a Manhattan, regolarmente frequentato da clienti facoltose. Come la signora Roberts, che non bada agli zeri pur di ricoprire i pavimenti del suo enorme appartamento con vista su Central Park, e che non perde occasione per strappargli storie e confidenze che appaghino la sua solitudine.
Ci nonostante, Ushman si sente incompleto e pensa alla moglie Farak, rimasta in Iran a procurargli la merce e a occuparsi della suocera invalida: il suo sogno americano non sar perfetto finch non avr racimolato abbastanza denaro per permetterle di raggiungerlo.
Ma Farak non verr mai.
Proprio nell'aeroporto in cui per tanto tempo aveva sognato di riabbracciare la moglie, Ushman conosce Stella, una giovane studentessa americana, bellissima e intelligente, e la sua vita ne viene scossa fin dalle fondamenta.
La cultura americana, il sesso e le donne visti attraverso gli occhi di un migrante; New York osservata dalla bottega di un mercante di tappeti iraniano.
Una prospettiva inedita vergata da una scrittura delicata e sottile per raccontare la solitudine e i cortocircuiti che talvolta riescono a squarciarne la scorza, aprendo insperati orizzonti di nuova felicit.
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L'AUTRICE.
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Meg Mullins  nata e cresciuta in New Mexico dove vive con il marito e i suoi due bambini. Ha scritto numerosi racconti, e questo  il suo primo romanzo.
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IL MERCANTE DI TAPPETI.
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CAPITOLO 1.
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A Ushman Khan i turisti non piacciono. Ma  giugno, e a New York  cominciata la stagione: quando parcheggia il furgone in doppia fila davanti al palazzo in cui abita la signora Roberts, loro sono dappertutto. In sandali e maglietta, con la macchina fotografica che penzola al collo, ora che comincia a piovere forte corrono in cerca di tendoni e di pensiline dell'autobus. Lui, guardando quella confusione, sorride. Si copre la testa col giornale e, pressoch asciutto, si butta nella folla.
La cameriera della signora Roberts gli apre la porta e lo accoglie nell'appartamento buio e fresco. E una ragazzotta tarchiata, e gli fa cenno di seguirla nello studio. Ushman  gi stato l e attraversa in silenzio l'enorme appartamento. Quasi in ogni stanza c' un tappeto del suo piccolo showroom sulla Madison Avenue. Ciascuno di essi gli  di conforto, perch gli ricorda la moglie. Lei  ancora a Tabriz, dove sceglie e commissiona tappeti di lana e di seta annodati a mano e kilim tessuti dalle donne del bazar e dei laboratori privati. Ogni mese ne manda due o tre a Ushman con un biglietto che dice: Vendi, vendivendi. Tua moglie Farak.
L'anno scorso, quando la signora Roberts e il marito si trasferirono dall'altra parte del parco, lei incaric Ushman di ricoprire tutti i pavimenti del nuovo appartamento. Questo lavoro gli consent di far fronte all'aumento dell'affitto del negozio e di raddoppiare, o quasi, l'inventario, ma non gli  mai piaciuto stare nell'appartamento della signora Roberts, con quei soffitti alti ed echeggianti e quell'aria profumata e piena di spifferi. E lei non  una facile da compiacere.
Ushman deve aver portato via dall'appartamento almeno una ventina di tappeti, dopo che lei ci aveva convissuto per qualche giorno e aveva concluso che erano troppo smorti, troppo sgargianti, o semplicemente sbagliati i colori. In quelle occasioni sembrava provare un piacere perverso, come se ci godesse, a trovare difetti. E poi, quando finalmente Ushman srotolava il tappeto destinato a rimanere, la signora Roberts compariva alla porta con un sorrisetto sulle labbra. Ushman, sudando impaziente, domandava: Neanche questo?
Lei si mordeva il labbro inferiore e si metteva le mani sui fianchi. Poi si voltava dall'altra parte e, senza nemmeno voltarsi, diceva:  perfetto. Rimane.
Dopo la conclusione del lavoro, la signora Roberts ha continuato a farsi viva. Spesso veniva al negozio con un'amica e strizzava l'occhio a Ushman mentre l'altra si inginocchiava ad ammirare un costoso esemplare di seta. Oppure telefonava per domandare l'origine di un tappeto, o come pulirlo, o altre cose spiegate sulle pagine informative che le aveva consegnato Ushman. Questa insistenza lo rendeva ansioso, gli faceva temere che lei cercasse di dire che l'aveva ingannata, che era stato disonesto. Cos, stamattina, quando la signora Roberts ha telefonato e gli ha chiesto di andare subito da lei, Ushman ha provato soltanto paura.
Mentre l'aspetta nel suo studio, guarda la pioggia cadere nella nebbia scura che aleggia sul parco.  una giornata insolitamente fredda per fine giugno e Ushman trema, anche se porta le maniche lunghe. Da una camera da letto adiacente, proprio mentre lui guarda l'orologio, compare la signora Roberts.
Deve andare da qualche parte dice, ed  pi un'asserzione che una domanda.
S. Buongiorno. Un appuntamento. Poi, con un gesto imparato dal padre, Ushman inarca le sopracciglia e tende le braccia verso di lei come per mostrarle un oggetto prezioso.
Ma in che cosa posso esserle utile?
La signora Roberts guarda fuori dalla finestra, alle spalle di lui.  una giornata orrenda per lavorare, Ushman.
Lui abbassa gli occhi e giocherella con le chiavi nella tasca. Ha ragione, una giornata orrenda.
Lei guarda il tappeto ai suoi piedi. Questo non mi piace pi dichiara, attraversandone il centro. Ne voglio un altro.
Ushman sorride, si sforza di nascondere l'irritazione. I
tre mesi sono passati, signora Roberts. Il periodo di prova  finito. Adesso il tappeto  suo.
Oh, ma certo, lo so. Non voglio un rimborso, Ushman.
Questo lo dar a mia nipote, penso. Si gira a guardare la porta chiusa da cui  entrata, rimane un momento in ascolto e poi si rivolge di nuovo a Ushman. Per riprende, camminando avanti e indietro sul tappeto, volevo ricordarle qual  lo spazio da coprire, cos pu mostrarmene di adeguati.
Ushman annuisce, ma non riesce a celare il disappunto.
Quel Karadja di seta blu reale e rossa  perfetto per la stanza.
Come si conviene a ogni buon tappeto, la fa sembrare pi grande, pi calda, pi personale. E, cosa pi importante di tutte, le d peso.
Questo tappeto, per, in questa stanza... non ne ho mai visto uno pi adatto... comincia.
La signora Roberts alza la mano per zittirlo. Si gira di nuovo a guardare la porta chiusa della camera da letto.
Anche Ushman lo sente: un tonfo sordo, seguito da una flebile voce spaurita che chiede aiuto. La signora Roberts si posa la mano sul petto, come se cercasse di tener fermo qualcosa. Ushman la guarda muovere qualche passo goffo verso la porta, spalancarla e inginocchiarsi davanti a una sagoma quasi immobile sdraiata a terra accanto al letto.
Dev'essere svenuto, pensa Ushman, e quest'aspetto della vita della signora Roberts lo fa trasalire. Sapeva da sempre dell'esistenza del signor Roberts, ma non delle sue condizioni.
Aveva dato per scontato che, molto semplicemente, suo marito non si interessasse di questioni domestiche quali i tappeti. La signora Roberts solleva la testa del marito e se la posa in grembo, ma lui continua a chiedere aiuto, con la voce piena di panico.
Sono qui, sono qui lo rassicura lei, e in un solo gesto suona un campanello di ottone, attiva la macchina dell'ossigeno e gli sistema la maschera sul naso e sulla bocca. Arriva di corsa la giovane cameriera, che attraversa lo studio, passa davanti a Ushman e si inginocchia a sua volta accanto al signor Roberts.
Ushman osserva le due donne che cercano, con fatica, di rimettere l'uomo a letto. Incerto se distogliere lo sguardo per rispetto della privacy oppure offrire diligentemente aiuto, Ushman si avvicina senza far rumore. Fermo sulla porta, vede che l'uomo ha i capelli bianchi,  pallido e indossa un pigiama di seta azzurra che tra pieghe e grinze gli avvolge il corpo lungo e magro.
Ci serve il suo aiuto, credo suggerisce la cameriera, facendo dei gesti in direzione di Ushman.
La signora Roberts alza lo sguardo, verso di lui, con il viso acceso e tirato. Ushman fa un passo avanti.
Allora, prego dice lei, remissiva, allontanandosi dalla testa dell'uomo. Mio marito aggiunge, guardando distrattamente Ushman che fa scivolare le braccia sotto le ascelle dell'uomo e lo solleva sul letto, mentre la cameriera lo regge per i piedi.
Lui chi ? chiede il signor Roberts, togliendosi per un istante la maschera dell'ossigeno.
Lei, con un colpetto, gli scosta i capelli dalle tempie. 
il mercante di tappeti, tesoro risponde, a bassa voce.
Il signor Roberts lo guarda e solleva le bianche e folte sopracciglia perch ha capito. Ushman dice, chiudendo gli occhi, con un sorriso che gli attraversa brevemente le labbra.
Esatto. Ushman ci trover un altro bel tappeto, tesoro
replica lei, scandendo bene le parole.  ben poco ci che Ushman capisce della signora Roberts e della sua vita.
Lei, in piedi, invita Ushman a uscire dalla stanza. Si  ricomposta e ha riassunto il suo tono professionale. Allora a domani dice, riassettandosi i capelli. Ushman annuisce e chiude la porta.
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La pioggia cessa per un po', ma il pomeriggio rimane freddo e buio. Ushman attraversa in furgone il parco con la sensazione di aver visto cose che non avrebbe dovuto vedere. 
stato grato del tono formale con cui la signora Roberts l'ha invitato subito a uscire, dello sguardo con cui i suoi occhi gli hanno assicurato che non intendeva parlarne mai pi, che lui non avrebbe dovuto nemmeno assistere a quella scena.
Ushman pensa al corpo del marito, cos piccolo e senza peso nelle sue braccia, e ha un brivido quando capisce che cosa gli  stato affidato, anche solo per un momento.
L'aver assistito alla scena tra la signora Roberts e il marito gli ricorda i suoi ultimi giorni a Tabriz, prima che arrivasse in America. Se ne stava a sbirciare dalla porta socchiusa della camera da letto, nella speranza di scorgere le mani di Farak che faceva il bagno a sua madre. Strofinando in silenzio una spugna su e gi per una gamba inerte, Farak faceva finta di niente, anche quando lo vedeva. Si limitava a strizzare la spugna sporca fuori dalla finestra per poi procedere con l'altra gamba.
Ushman non vedeva in faccia la madre, e non avrebbe dovuto vederle nemmeno i piedi, nudi e torti. Ma mentre Farak passava le mani sul corpo di sua madre, accondiscendendo generosamente alle sue brusche richieste, Ushman continuava a guardare, sperando che Farak gli lanciasse un'occhiata clemente mentre lavava e strofinava.
Si mescola nel traffico del ponte di Queensboro e non si  mai sentito tanto solo dai tempi dell'arrivo in America.
Abitava con il cugino a Howard Beach, dall'altra parte dell'autostrada rispetto all'aeroporto Kennedy. All'inizio il boato dei jet lo faceva trasalire; le cornici delle fotografie e i posacenere vibravano sui tavoli come all'inizio di un terremoto.
Sul balconcino i tre tappeti che Farak gli aveva mandato erano imballati stretti stretti l'uno all'altro come profughi e Ushman pensava che forse aveva sbagliato a venire in America. Gli mancava Farak e temeva un fallimento.
Ogni giorno era uguale all'altro e ogni giorno lui tremava al pensiero che Farak potesse vederlo cos: prendere la metropolitana, distribuire biglietti da visita con la scritta Mercante di tappeti sotto al proprio nome, mentre i passeggeri lo prendevano per un barbone e gli offrivano spiccioli.
Poi, un giorno, vendette il primo kilim a un italiano per cinquemila dollari. Cont e ricont le banconote da cento e si dispiacque di non poter portare Farak al grande magazzino della Quinta Avenue per farle scegliere un vestito o un gioiello.
La preg di raggiungerlo, di portare con s anche la madre invalida e di trasferirsi nell'appartamentino che aveva trovato a Flatbush. Ma lei gli rispose che non sarebbe venuta finch l la vita non fosse stata migliore che a Tabriz, dove il denaro che lui mandava le consentiva di comprare verdura fresca, collant al mercato nero e tutte le medicine necessarie a sua madre. Poi, l'anno scorso, quando ebbe concluso il lavoro per la signora Roberts e pot promettere a Farak un trilocale a Manhattan, lei dichiar di non essere ancora certa che l'America facesse per lei.
Ushman cominciava a capire, per, che a non fare per lei forse non era il paese, ma lui.
Ieri Ushman ha portato nel negozio il tappeto di un privato per esaminarlo e ha deciso di offrirgli dodicimila dollari. Sa che nel suo negozio potr venderlo a quasi ventimila. Il proprietario, un militare in pensione, abita a Jackson Heights.
Ha detto a Ushman che quel tappeto se l' portato a casa dalla Germania. Ushman ha un assegno circolare in borsa e il tappeto nel retro del furgone. Con i privati, lui non contratta.
Se quello non accetter i dodicimila dollari, gli restituir il suo tappeto e tanti saluti.
Ushman svolta per arrivare alla casa del tizio e nota un'ambulanza, con la forte luce dei lampeggianti che spicca nella giornata grigia. Avvicinandosi, vede che stanno trasportando una barella fuori dallo stesso ingresso dal quale ieri ha portato via il tappeto. C' qualcuno sulla barella, ma il corpo  coperto da uno spesso lenzuolo bianco. Parcheggia
sull'altro lato della via e guarda i paramedici caricare la barella sull'ambulanza, spegnere i lampeggianti e partire.
Nel cortile accanto c' un giovane che fuma una sigaretta.
Ushman scende dal furgone e gli chiede che cosa  successo.
Infarto. Veloce e brutale risponde l'altro, schioccando le dita sonoramente, cos.
Mi dispiace molto dice Ushman, facendo qualche passo indietro.
Il giovane si stringe nelle spalle, schiaccia il mozzicone.
Mica lo conoscevo conclude, e si volta per rientrare.
Ushman rimane nel furgone col tappeto e con i soldi; gli formicolano i piedi. Non pu credere che sia successo davvero, non pu credere alla sua fortuna. Quell'uomo abitava solo, probabilmente ha dei figli che vivono in un altro stato e che proprio in questo momento vengono sollevati in aria al dolce rombo di un jet; un tappeto del quale il padre non conosceva il valore  certo l'ultima delle loro preoccupazioni.
D'impulso parte, riattraversa il ponte di Queensboro e ricorda le barelle improvvisate che i suoi vicini ricavarono da un kilim e come trov Farak quel giorno di due anni e mezzo fa, quando finalmente torn a Tabriz: ancora rannicchiata, incapace di muoversi per la paura e sporca di sangue.
Come se fosse di nuovo quel giorno, come se potesse ancora cambiare gli eventi, Ushman accelera.
Quella mattina presto, appena prima del terremoto, Farak aveva avuto il suo quinto aborto spontaneo. Quando la casa cominci a tremare, lei si inginocchi all'ingresso del bagno, gi con le lacrime agli occhi, e rimase l a guardare il tetto che le si sbriciolava attorno. La madre di Ushman era ancora a letto e le si ruppe la spina dorsale sotto il peso del tetto di torba.
Ushman era stato a Karadja, un paesino di montagna vicino a Tabriz in cui le macchine non arrivavano, dove gestiva un altro piccolo laboratorio. Aveva due tappeti Karadja legati alle bisacce e stava scendendo la montagna quando il cammello si ferm e si sedette.
Ore dopo, quando Ushman trov la sua casa distrutta e Farak sporca di sangue, temette che fosse rimasta ferita gravemente.
La vide piangere, per, e sapeva che quello era un buon segno. Ma mentre se la stringeva al petto per trascinarla via dalle macerie, cap che tra i singhiozzi diceva: Il bambino, il bambino.
L'essere stata in ginocchio davanti a un telaio per tutta l'infanzia, alle dipendenze del padre di Ushman, le aveva deformato il bacino al punto che secondo i medici il cranio del bambino si sarebbe rotto, se lei avesse tentato il parto naturale. Questo Farak l'aveva accettato, ma fino ad allora non era riuscita a portare avanti una gravidanza per oltre tre mesi. Bench per questo i medici non avessero spiegazioni, Farak insisteva nel credere che la causa fosse comunque la deformazione del bacino.
Il terremoto fece pi di trentacinquemila vittime e Ushman volle mettergli in conto anche l'aborto.
No disse Farak mentre erano all'ospedale, al capezzale della madre di Ushman,  successo prima del terremoto.
Ci proveremo di nuovo la rassicur Ushman, posandole la mano sulla schiena.
 inutile, Ushman. Ogni volta lo perder. Non farmene perdere un altro solo per dimostrartelo rispose Farak e chin la testa.
La settimana prima che riportassero a casa la madre di Ushman, lui la pass a ricostruire il tetto. Tutti e due i suoi laboratori erano stati distrutti e quattro tessitrici erano morte. Mancava l'elettricit, cos Ushman trascorreva le sere a letto, nella speranza che Farak capisse che la perdita del bambino dispiaceva anche a lui. Ma lei tirava tardi in cortile a parlare con le vicine; poi gli sfilava la sigaretta dalle dita e la schiacciava sulla torba del pavimento senza dire una parola.
Dopo il terremoto, Ushman decise di cimentarsi nel commercio, una cosa che suo padre aveva sempre progettato di fare. Gli sarebbe costato molto ricostruire i laboratori e sapeva che a Teheran e Kashan i mercanti rivendevano i tappeti al doppio di quanto davano a lui. Farak sugger l'America.
L sono ricchi. Puoi vendere i kilim a dieci volte quello che prendiamo qui.
Stavano finendo una cena a base di stufato di lenticchie.
Ushman alz lo sguardo dalla ciotola. Non posso andare in America da solo. Qui ho delle responsabilit.
Tua madre  responsabilit mia. Puoi andare tu e io ti mander i tappeti ogni mese.
Ti prenderai delle fregature disse lui e si port la ciotola al viso per bere il brodo di lenticchie rimasto.
Comprer dalle donne. Loro non mi fregheranno.
E quando mia madre morir mi raggiungerai? chiese Ushman a bassa voce.
Non dire queste cose replic Farak e port via le ciotole.
Lo iscrisse a una lotteria e lui vinse il primo premio: una green card. Tre mesi dopo, Ushman dormiva su una stuoia nell'appartamento del cugino, a Queens.
L'anno scorso, da una lettera della madre, Ushman seppe del sarto turco di Teheran che era andato a casa loro. La madre gli disse che il sarto era stato a Tabriz tre volte, quell'autunno, e ogni volta aveva sentito lui e Farak parlare al buio nel cortile mentre a lei venivano i crampi al collo perch i massaggi serali tardavano. Ushman avrebbe voluto che sua madre morisse.
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CAPITOLO 2.
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Il suo negozio  poco pi di una scrivania, una sedia e una piccola catasta di tappeti. Le dimensioni, ragiona Ushman, sono secondarie rispetto alla posizione. Ha investito quasi tutti i suoi guadagni per mantenere quell'indirizzo e per acquistare costosi spazi pubblicitari su riviste selezionate e programmi di sala. Ancora incredulo dopo gli eventi del pomeriggio, Ushman espone accanto alla scrivania il tappeto rubato. Lo srotola e ha un sussulto di fronte a tanta bellezza.
 un Kashan di produzione moderna, probabilmente dei tardi anni sessanta, che riprende il disegno del tappeto di Ardebil. Ushman si accorge che le prime due strofe del ghazel di Shiraz intessute nella bordura dell'Ardebil originale nel 1539 sono stampate in inglese su un cartoncino cucito sul rovescio. Rilegge i versi, ritornando ai tempi della scuola, quando dovette impararli.
Ieri sera, quando ha esaminato il tappeto, si  accorto subito che era autentico e ha dovuto soltanto controllare le fibre per verificarne et e condizioni. Ora, alla luce naturale del negozio, i toni del rosso e dell'oro sono brillanti. Non rimpiange la sua decisione. Nel suo tessuto vede il mercato di Tabriz, i primi tempi del matrimonio, la disinvoltura con cui Farak apparecchiava la tavola, accendeva una candela, gli metteva in infusione il t, sempre sostenendo lo sguardo di lui che la seguiva da una parte all'altra della stanza. E poi, pensa, l'Ardebil sarebbe stato venduto a un decimo del suo valore a una qualche asta mattutina e per l'acquirente avrebbe significato molto meno di quanto non significasse per Ushman. Quel tappeto  fatto per lui.
Solo ed emozionato, non si trattiene e chiama a Tabriz, pur sapendo che la sveglier.
Farak? dice alla voce lontana e assonnata che risponde.
Az emrika sobh bekhair.
Qui  notte, non mattina.
Perdonami.
Ushman, che ti  successo?
Istintivamente lui cambia un po' la storia. Oggi ho avuto gratis un Ardebil. Gli avrei dato dodicimila dollari, a quell'uomo, ma...  partito, Farak. Un tappeto da ventimila dollari e l'ha lasciato qui. Di fronte al silenzio di lei, Ushman aggiunge: A me.
Niente  gratis, Ushman.
Come sta mia madre? replica lui.
Come un mucchietto d'ossa risponde Farak. Se vendi l'Ardebil, magari avrai i soldi per pagarle un'infermiera.
Questa non se l'aspettava. Ora teme che la madre abbia ragione, che Farak abbia un amante a Teheran deciso a non farle toccare mai pi un kilim finch campa.
Posso pagargliela, un'infermiera. Cos poi sarai libera di venire qui. Che ne dici? Forse  solo per il senso del dovere che rimane a Tabriz, a prendersi cura della madre invalida di Ushman.
Il silenzio di Farak  un insulto.
Io non sono americana dice alla fine, in un ritornello familiare.
D'accordo, conclude Ushman, allora  suo dovere anche amare il marito, e si aggrappa a questo pensiero. Velocemente s'inventa altri modi di spendere il denaro.
Potrei trasferirmi in un negozio pi grande dice, e Farak non risponde. O magari potrei venire a trovarti, una specie di vacanza.
Da quando Tabriz  un luogo di vacanza, Ushman? Qui si viene solo se si deve, non per ammirare il panorama.
Lui non sa cosa dire, ma  contento di non poter vedere i suoi occhi, che, anche la mattina in cui part da Tabriz per il lungo viaggio verso l'America, erano pieni di rimprovero. Gli aveva permesso di sollevare il velo e posare un bacio sulle sue
labbra asciutte prima di ricoprirle il viso. Dal giorno del terremoto, quello era stato il loro unico gesto di intimit, perch lei era ancora in lutto per la perdita del bambino.
Ushman aveva sperato di avere figli. Se li era aspettati. Ma non ne aveva bisogno, se aveva Farak. Quando lei gli diceva che era come se le mancasse qualcosa, lui si sentiva offeso e confuso.
Anche se capiva perch incolpava lui e i laboratori della sua famiglia, non era d'accordo. A lui e alla sua famiglia i tappeti avevano fatto bene. Anche dopo la rivoluzione, quando i suoi persero quasi tutte le ricchezze, il padre riusc a rimettere in piedi l'attivit. I tappeti gli portarono Farak la prima volta ed  certo che ora l'Ardebil gliela riporter.
Lei fin dall'et di sette anni aveva fatto la tessitrice nel laboratorio del padre di Ushman a Tabriz. Le sue manine manovravano il filo con perizia: la sera filavano e tingevano la lana e ogni giorno tessevano. A tredici anni Ushman accompagn il padre in laboratorio per esaminare i progressi delle donne. Farak era seduta a gambe incrociate al telaio,col velo che le ricadeva basso sulla fronte, e stringeva i piccoli nodi per i quali il padre di Ushman e i mercanti di Teheran andavano pazzi.
Un giorno poco tempo dopo, fuori, Ushman vide Farak che faceva un disegno sulla terra. Si avvicin e le disse che aveva un'ottima tecnica, il pi grande complimento che Ushman avesse mai sentito fare da suo padre a una donna.
Lei si fece timida di fronte alle sue attenzioni e abbass gli occhi in segno di rispetto. I piedoni di lui, con gli alluci che sporgevano goffamente dai sandali, dovevano averla intenerita, perch prima di tornare al lavoro concesse a un sorriso di attraversarle il viso.
Anni dopo, dopo la morte di suo padre, Ushman spos Farak e rilev i laboratori. Lei smise di tessere.
Incerto sul da farsi, Ushman riarrotola l'Ardebil e lo mette in un angolo. Se vender quel tappeto al suo valore, potr permettersi di pagare un'infermiera per il resto della vita della madre. Potrebbe quasi permetterselo adesso. Ma l'unica ragione per assumere un'infermiera, pensa,
 lasciare libera Farak, e questo Ushman non riesce a concepirlo, anche se non la vede da quasi tre anni.
Non avrebbe mai dovuto parlarle del tappeto, pensa Ushman. Dovr controllare meglio i suoi impulsi.
L'indomani mattina  tornata l'estate e l'aria  densa di umidit.
I mesi caldi sono sempre lenti, ma stavolta Ushman non fa in tempo a leggere i titoli del giornale del mattino che qualcuno ha gi suonato alla porta. E la signora Roberts, vestita di lino bianco. Saluta con la mano da dietro il vetro e lui preme il pulsante per aprire. L'aspettava pi tardi; non  mai arrivata prima di mezzogiorno.
Lei lo saluta come se non lo vedesse da settimane. Lui fa un inchino, sollevato all'idea di incontrarla finalmente su un territorio familiare. Lei d un'occhiata in giro e poi guarda verso la vetrina. Lui si gira per seguire il suo sguardo fermo sull'altro lato della via, dove un uomo e una donna litigano per un taxi.
Devo confessare dice lei finalmente, tirando fuori dalla borsa un portacipria, di essere un'inguaribile voyeur. Abitiamo tanto in alto che la gente per strada sembra poco pi che movimento. Ma qui, lei  vicinissimo alla strada;  proprio affascinante, non trova?
La signora Roberts guarda Ushman con occhi stranamente accesi. Lo insospettisce, quello sguardo. La osserva tamponarsi il naso con quella polvere densa. C' un che di orribile nella sua faccia, pensa Ushman, qualcosa di largo e indecente. Non gli  mai piaciuto l'aspetto delle donne americane.
Ripensa a Farak: il viso delicato, le mani forti e i piccoli piedi che di sera attraversavano il pavimento della camera da letto ad ampi passi attutiti.
Bruscamente, la signora Roberts chiude il portacipria, distoglie lo sguardo dalla vetrina e si gira per posarlo sui pochi tappeti appesi e sulla rastrelliera proprio dietro di s.
Poi Ushman vede i suoi occhi indugiare sull'Ardebil, arrotolato stretto nell'angolo. Allora dice, con la faccia gi
ben assestata su un sorriso,  questo il tappeto che mi ha trovato?
Lui  preso alla sprovvista, non ha ancora deciso cosa ne far, di quel tappeto. Ma capisce che non  possibile smentirla.
Lei sorride, insistente. Ushman trascina il tappeto in mezzo alla stanza, poi gli d un calcio e lo guarda srotolarsi.
In centro ha un grande medaglione circondato da un mare di fiori delicati. Il filato ha le calde tonalit del rosso e dell'oro.
Il sorriso della signora Roberts si trasforma in un'espressione di meraviglia. Ushman  orgoglioso dell'effetto del tappeto.
 la replica di uno dei tappeti della moschea di Ardebil, tessuti nel sedicesimo secolo. L'originale  al Victoria &
Albert Museum di Londra.
 la cosa pi meravigliosa che abbia mai visto commenta la signora Roberts, inginocchiandosi a toccarlo.
Ushman si inginocchia accanto a lei, lieto che ne riconosca il valore. Malgrado tutte le ansie che gli suscita,  pur vero che la signora Roberts lo rende orgoglioso del suo negozio, dei suoi tappeti. Gli piacerebbe che Farak vedesse come la signora Roberts guarda il tappeto e lui. Forse la stima di una donna tanto importante cambierebbe la considerazione che Farak ha di lui e dei suoi tappeti.
Mentre la signora Roberts allunga la mano per toccare l'Ardebil, Ushman nota la pelle, grinzosa e macchiata, le dita che cominciano a curvarsi sotto la forza delle nocche gonfie. Le guarda il viso, liscio e ricoperto di un pesante strato di trucco che, invece di ringiovanirla, pensa Ushman, le d un'aria grossolana e, in un certo senso, vulnerabile.
Che cos' questo? chiede lei, guardando il cartoncino ingiallito cucito sul rovescio.
Nell'originale le parole erano intessute risponde Ushman piano.
Lei legge a voce alta: Io non ho altro rifugio nel mondo che la tua soglia, il mio capo non ha altra protezione che la tua porta. Quando la spada del nemico  sguainata, abbandono il
mio scudo nella fuga perch non ho altre armi che il pianto e il sospiro. Guarda Ushman. Da mozzare il fiato, vero?
Sono bei versi risponde Ushman, e si alza in piedi. Da bambini li studiavamo, ma io non sono mai stato molto bravo a scuola.
Quanto costa? chiede bruscamente la signora Roberts, in piedi accanto a lui, con gli occhi colmi di desiderio.
Ushman  preso dal panico. E vicino a lei, il rossetto le cola nelle rughe attorno alla bocca, una punta di rancido aleggia nel sapore di menta del suo respiro.
Ushman formula il prezzo d'impulso: Trentamila.
La signora Roberts rilassa il viso e aggrotta la fronte, ma non batte ciglio. D'accordo dice, delusa. Poi, quasi in tono di supplica, chiede: Perch mi rende tutto cos semplice, Ushman?
Cosa intende dire? domanda lui, sorpreso che abbia accettato una cifra tanto alta.
Lei trova sempre il tappeto perfetto. Questo poi era al di l della mia immaginazione.
Lei  una buona cliente replica Ushman, rigirandosi attorno al dito l'anello con sigillo.  esaltato al pensiero di tanti soldi. Non pu credere che tanta ricchezza non faccia cambiare idea a Farak. Vedo che il tappeto le piace molto
dice, con la sensazione di tener finalmente in mano il proprio destino.
Ma il viso della signora Roberts  calmo, persino severo, e Ushman pensa che forse ha cambiato idea. Nel timore di tradirsi, modera le emozioni. Lei lo guarda con durezza.
Credevo che non fosse nemmeno in vendita dice, a bassa voce, dando le spalle a Ushman e al tappeto. Lui intuisce che  successo qualcosa ed  certo che la colpa sia sua, ma rimane lo stesso l a guardare i rilievi delle scapole di lei che seguono il movimento nervoso del suo corpo. Quando lei si gira a guardarlo, anche se i suoi occhi sono limpidi e asciutti, lui comincia a rendersi conto che l'inappagamento  un lusso.
E di colpo Ushman capisce che cosa gli sta chiedendo la signora Roberts. Si sente generoso, l, in piedi sul tappeto,
con il sole che scalda e illumina il suo negozio. Ha ragione
comincia, guardandola in faccia per controllare la reazione,
 un pezzo speciale della mia famiglia. Lei inarca le sopracciglia, attenta, incoraggiante. Sa, dovr prima consultarmi con mia moglie continua lui. Mi dia qualche giorno di tempo.
La signora Roberts sembra contenta di questa rivelazione e fissa gli occhi sul tappeto con un'espressione in cui Ushman legge la bramosia. Se ne stanno cos, in silenzio, per un momento e poi, con l'artificiosa formalit che si crea fra due persone consapevoli di una menzogna, Ushman e la signora Roberts si accomiatano.
La sera dopo, Ushman  seduto in camera da letto con la finestra aperta ad ascoltare il vicino di sotto che si esercita al clarinetto. Sta bevendo un caff. A mezzanotte chiamer Farak come fa ogni mese. L sar mattina, sua madre urler richieste dal letto. Ushman non ha alcuna nostalgia della madre. Sa che ogniqualvolta Farak posa le mani sulla pelle unta di quella vecchia per massaggiarle il collo o un braccio irrigidito, il suo disprezzo per lui si rafforza. Se la madre non fosse stata invalida, avrebbe potuto portare sua moglie con s in America e lasciare che i fiori freschi e gli hot dog agli angoli delle strade la cullassero verso il perdono. L, dove l'unico rombo fuori di casa  quello di aerei e camion e dove i medici fanno miracoli ogni giorno, sarebbe stato pi facile amarlo.
Ushman crede ancora in quel sogno. Non  venuto in America per perdere sua moglie; ci  venuto per costruire una vita migliore per entrambi. Sa che, dopo che lui sar stato al gioco, la signora Roberts gli dar trentamila dollari per quel tappeto, e con quei soldi Ushman potr regalare a Farak ci che vorr.
Al buio, Ushman si sente vicino a lei e sicuro di s.
Quando  l'ora telefona. Farak risponde e lui sente la radio in sottofondo.
Ushman dice lei, hal-e to khube?
Sto bene. E l come va?
Tua madre ha un po' di raffreddore, ma sta bene. Ora dorme.
Cosa ascolti?
I Beatles. Semah mi ha prestato la cassetta.
Potrei mandarti anch'io delle cassette. Elvis, magari.
Sarebbe carino. Com' andata con l'Ardebil?
Ah. Una mia cliente  molto interessata ed  disposta a pagarlo anche pi di quanto vale.  un po' matta.
Pi matta di te e di me?
 molto ricca. Pu comprarsi tutto quello che vuole.
Essere dei matti cos, Ushman... Ah, se fossimo dei matti cos.
Ushman ascolta la pigra voce di Farak, il metallico yeah, yeah, yeah dei Beatles in sottofondo. Pensa alla signora Roberts e a come gli abbia fatto capire che voleva perdere il sonno, per quel tappeto, voleva temere di non poter averlo.
Gli piacerebbe dire a Farak che anche loro possono essere dei matti come lei; che saranno ricchi e matti insieme in America. Ma qualcosa lo frena. Ushman vorrebbe tanto vedere Farak: il suo viso, le sue mani, i suoi occhi. Vedendola, forse potrebbe capire anche lei. Finalmente, con voce esitante, chiede una cosa che non ha mai osato chiedere, una cosa che si rende conto di non aver mai saputo. Tu cosa vuoi, Farak?
Dall'altro capo del filo arriva il silenzio, tranne che per la musica e il respiro calmo di Farak. Non  cos semplice, Ushman. Non importa quello che vuoi: le cose capitano.
Allora dimmi cos' capitato dice Ushman, con il cuore che accelera.
La musica si spegne e la voce di Farak trema. Aspetto un altro bambino, Ushman.
Ushman ascolta i piccoli singhiozzi che lei cerca di soffocare.
Dal turco? chiede alla fine.
Lei non dice nulla.
Perderai anche quello come gli altri sputa Ushman nel ricevitore. Distingue un debole lamento; poi, il silenzio.
Farak la chiama, guardando fuori dalla finestra e chiedendosi perch mai se n' andato da Tabriz.
Lei respira sonoramente ma non risponde. Tua madre mi chiama dice alla fine, con una vocina fioca. Devo portarle le pillole, Ushman.
Lui la chiama di nuovo, ma lei riaggancia.
Ushman gonfia il petto per la rabbia. Si alza in piedi, come se muoversi potesse calmare il fuoco che ha nello stomaco dove si sono annidate le parole di lei. Batte i piedi e scuote la testa, sforzandosi di ricacciare gi le lacrime finch  esausto e il pianto di un bambino dell'appartamento accanto lo zittisce.
Arriva in negozio prima che il mattino sia cominciato davvero.
Le biciclette volteggiano liberamente per la strada e i cani fanno pip contro ogni cassetta delle lettere e ogni chiosco dei giornali mentre i loro padroni li seguono assonnati in tuta e scarpe da ginnastica. L'Ardebil  al centro del negozio, con il suo filato rosso e oro brillanti che si fanno beffe di Ushman.
Nella quiete notturna, quando la brezza soffiava ancora calda dalla finestra e il corpo di Ushman giaceva inerte nel letto, si  reso conto che quel tappeto l'aveva messo alla prova. Fin dove si sarebbe spinto, gli aveva chiesto, per Farak? Tornando in citt, col tappeto del morto nel retro del furgone, non aveva pensato ad altro che a lei e al terremoto.
Aveva pensato a quel tappeto come a un colpo di fortuna.
Ecco perch  stato al gioco della signora Roberts, ecco perch ha telefonato a Farak per dirle del ritrovamento, ecco perch ha avuto il coraggio di chiederle ci che non aveva mai osato chiederle. E quella stupida sensazione di esser stato baciato dalla fortuna lo rende pi sciocco che mai.
Guardando il tappeto pensa al morto, un uomo di cui non ricorda nemmeno la faccia. Pensa a quelle migliaia di nodi, alle dita che li hanno stretti, a dita come quelle di Farak che hanno accarezzato la pelle di un altro uomo.
Arrotola il tappeto, se lo carica in spalla e se ne sta l, in piedi, sulla via, ad aspettare.
Conosce i loro orari e il camion accosta proprio quando lui comincia a sentire la fatica. Le strade sono ancora vuote, ma il camion  alla fine del giro ed  quasi pieno. Mette il tappeto in cima ai sei sacchi di spazzatura e rimane a guardare i netturbini che lo ispezionano.
 da buttare dice Ushman, ha delle macchie tremende.
Non vale niente, davvero.
Asciugandosi la fronte, l'uomo guarda Ushman e poi di nuovo il tappeto.
Per favore riprende Ushman, e alza il tono della voce, che diventa pressante, portatelo via e basta.
Il netturbino alza le spalle. Come vuole dice, e butta l'Ardebil su nel compattatore. Ushman rimane fermo ad ascoltare il motore e immagina il tappeto schiacciato tra gusci d'uovo e pannolini sporchi, il suo fiero disegno insozzato dallo sporco degli altri.
Come ha previsto, la signora Roberts arriva prima di mezzogiorno, a chiedere del tappeto.
Ushman vede che  raggiante, tutta speranzosa che il tappeto rimanga ancora per un po' al di fuori della sua portata.
E si arrabbia al pensiero di essere stato disposto a compiacere quel suo vizio, quella sua fantasia di desiderare una cosa impossibile da avere. Ora non si sente generoso, n gentile, cos si gira a guardarla con un'espressione cupa e dice: Non c' pi. Non pu pi desiderarlo n fingere di desiderarlo.
Ah replica lei. Be', non intendevo certo offenderla.
Rimane ferma dov', senza accennare ad andarsene.
Non sto giocando chiarisce Ushman. Non c' pi davvero.
Quindi vada pure in giro per la citt a cercarsi un'altra cosa che non pu avere.
La signora Roberts gli rivolge un sorriso forzato. A
Ushman viene in mente che quella faccia non dimostra la
sua et; gli viene in mente che suo marito  a casa, moribondo, eppure lei  qui con lui.
Poich  stato sveglio tutta la notte, la testa comincia a ronzargli, sente le ginocchia molli. Si siede davanti alla piccola rastrelliera di tappeti, tende le braccia in fuori come gli insegn il padre e supplica: Che cosa vuole?
Lei non risponde, ma si sfila le scarpe, attraversa la stanza e gli si siede accanto. Lui, esausto, si sdraia dandole le spalle. Senza dire una parola, la signora Roberts si avvicina, badando bene a non toccarlo. E si corica accanto a lui, come farebbe una moglie, in silenzio. Ushman chiude gli occhi.
Pensa alla vetrina dall'altra parte della stanza e alla gente che, vedendoli l, come amanti su quella piccola catasta di tappeti, senza dubbio vorrebbe essere al loro posto.
...
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CAPITOLO 3.
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Improvvisamente, dopo oltre un mese, una calda sera di luglio, quando sembra che il buio non debba arrivar mai, Ushman si ritrova nel garage a ore dell'aeroporto Kennedy.
Ci  finito per sbaglio. L'ultimo ricordo che ha del viaggio  l'attraversamento del ponte di Triborough per arrivare a Queens. Un attimo dopo, o cos gli sembra, ha notato la segnaletica che annunciava le linee aeree. Ci gli ha provocato un fiotto di adrenalina, e non sapeva pi se quella sera doveva partire davvero, anche se era certo di non avere con s i documenti necessari. Quando si  reso conto di non avere in programma alcun viaggio, ha cercato di cambiare percorso, ma non ci  riuscito. Avrebbe voluto tornare a casa, togliersi le scarpe e starsene sdraiato per terra a pancia in gi in soggiorno. Ha preso l'abitudine di mettersi in quella posizione in attesa che cambino le cose. Visualizzando un qualche cambiamento chimico o biologico dentro di s, capace di togliergli dal petto quel peso costante tanto faticoso da sopportare. Oppure, se quel peso non lo si pu togliere, qualche volta pensa che allora preferirebbe rassegnarvisi.
Lasciargli appiattire tutte le vene e tutte le arterie del petto, cos che non rimanga nulla.
Ma ogni giorno  stato uguale agli altri. Niente  cambiato.
Tranne, forse, il feto dentro Farak, che, quando lei gli ha parlato della gravidanza, era gi di quattro mesi. Non aveva mai portato in grembo un bambino suo tanto a lungo. E cresce ogni giorno, ogni giorno si avvicina alla realt. Sdraiato l, sul suo tappeto di Tabriz notte dopo notte, a guardare il cielo che da rosso si fa nero, Ushman si  ritrovato a vagare
con la mente, partendo dal proprio cuore per arrivare a quello del bambino. Per un cuore cos piccolo e immaturo sarebbe tanto semplice, e indolore, ne  certo, fermarsi.
Quante volte  gi successo? A tutti i suoi bambini si  fermato il cuore. Forse ancora prima che ci fosse davvero, un cuore. Lui e Farak non ne avevano mai sentito uno battere, Non erano mai stati in un ospedale dove una macchina avesse registrato una traccia di vita. Ma, anche se ora una vita  cominciata, il cuore di quel bambino nuovo, il cuore di quel turco, che batte flebilissimo,  vulnerabile. Cos, come ha aspettato che il proprio cuore rallentasse e si fermasse, Ushman ha aspettato anche che si spegnesse il nuovo cuoricino del piccolo che Farak porta in grembo. Qualche volta, quando se lo augura, non riesce a dormire. Coricato su un fianco, sopra le lenzuola, guarda fisso il telefono in attesa di notizie.
Stasera, per, Ushman non se ne star sdraiato per terra nel suo appartamento di Flushing a guardare il cielo che scolora.
 a bordo del furgone, con il finestrino appena abbassato, ad ascoltare il brusio dei carrelli portabagagli che vengono spinti in massa, tutt'intorno a lui, sul cemento. Il rumore  fastidioso. Come un ronzio di insetti. Lo rende ansioso, come se la sua fosse l'immobilit di uno sciocco.
Esitante, spegne il motore e tira su il finestrino. Non ha valigie, ma prende dal sedile di fianco la borsa di pelle. Fingendo di avere in mente una meta precisa, Ushman si immette nel flusso di persone che si dirige verso l'aeroporto.
Dentro, l'atmosfera  glaciale. Ushman segue la folla fino a uno sbarramento della polizia. Senza la carta d'imbarco non lo faranno entrare. Resosene conto, si fa da parte e rimane a guardare i passeggeri con biglietto che mettono gioielli, portafogli e cinture sul nastro trasportatore. Non pu evitare di farsi domande sulla destinazione e lo scopo del viaggio di quella gente.
Poi si accorge che poco a poco altre persone senza carta d'imbarco si stanno raccogliendo attorno a lui. Alcune in posa di sfida, con le braccia incrociate davanti al petto, altre che si mordono il labbro o si asciugano
le lacrime, o semplicemente
rimangono a capo chino. Ushman le osserva e capisce che quello  l'ultimo posto nel quale ci si pu salutare.
Se ne sta l, in piedi, in mezzo al dolore di chi  rimasto.
Ushman non vuole fermarsi a lungo in quel posto.
Scende con la scala mobile e si mette accanto al tapis roulant dei bagagli. L individua i ricongiungimenti. Coppie, famiglie, amici. Tutti cos sollevati, come lui quella volta, di vedere una faccia familiare. Anche se il suo era solo un cugino, Ahmad. E il fiato gli puzzava di fichi marci, e non ne volle sapere di portare Ushman subito a casa, ma insistette per fermarsi alla sua moschea - uno dei tanti brutti edifici di mattoni - per la preghiera. Persino quella volta a Ushman fece piacere essere in compagnia di Ahmad. Gli era bastato trovare gli occhi di Ahmad per sentirsi meno straniero, meno solo, meno preoccupato. Cercando nella folla, un paio d'occhi aveva individuato Ushman. L'aveva accolto, gli aveva comunicato che c'era qualcuno ad aspettarlo. E lui ne era stato grato.
Guardando i passeggeri che si ricongiungono ai loro compagni, Ushman si appoggia alla parete. E sprofonda in una complessa fantasticheria in cui  lui ad aspettare un aereo. Lui a controllare freneticamente l'ora di arrivo. Lui a scrutare la folla speranzoso e trovare finalmente gli occhi di Farak. I suoi occhi verde profondo e i sottili archi delle sue sopracciglia. Potrebbero abbracciarsi. Qui non ci sono komiteh. E lui potrebbe offrirle il braccio e andare, con il peso e il calore della sua mano sul gomito, verso il tapis roulant.
Lei potrebbe posargli la testa sulla spalla, e terrebbero in serbo le parole per dopo, quando percorreranno insieme sul furgone di Ushman le vie di Queens. Ma ora, il suono della giostra dei bagagli che gira e il tintinnio delle sue chiavi in tasca - le chiavi dell'appartamento in cui un cassetto vuoto, in alto, aspetta il giorno in cui lei vi depositer il contenuto della sua valigia - sono i suoni pi benevoli, pi confortanti del mondo.
Per la prima volta in tutta l'estate, Ushman  rilassato.
Respira profondamente, fino alle ultime costole. Alla fine prende posto su una delle sedie in vinile che delimitano
l'area ritiro bagagli. Mentre le coppie, l'una dopo l'altra, si riuniscono e si mettono a guardare le valigie, coccolandosi nell'attesa, Ushman vede solo la propria faccia e quella di Farak.
C' per una coppia per la quale la riunificazione non  senza problemi.  una scena decisamente diversa. Mentre scendono sulla scala mobile, la loro fretta  quasi contagiosa.
Ushman resiste all'impulso di alzarsi in piedi per osservarli pi da vicino. Vede che la donna  asiatica e ha i capelli platinati. Indossa scarpe da ginnastica e una T-shirt che lascia scoperto l'enorme pancione. Ushman non ha mai visto una scena come quella e abbassa gli occhi. Anche il suo compagno  asiatico. Le parla velocemente, guidandola con la mano. Appena scesi dalla scala mobile la donna viene fatta accomodare proprio accanto a Ushman. Siede sull'orlo della sedia; si tiene il pancione e geme. Chiude gli occhi e rovescia la testa all'indietro. Ushman la guarda di nuovo e si accorge di quanto  pallida. L'uomo si allontana da lei un momento per andare a controllare le valigie in arrivo. A
Ushman il respiro si fa di nuovo debole. Intuisce l'imminenza di un dramma del quale non vuole esser parte. Quando si alza, la donna apre gli occhi e grida. Lo sta guardando dritto in faccia e lui sente qualcosa di simile all'acqua colare ai piedi della sedia di lei, ma non si gira a guardare.
Lei chiama il suo compagno. Lui la sente e, quando si volta, vede ci che Ushman suppone essere una pozzetta che si sta formando proprio sotto la sedia della donna.
Il giovane asiatico urla qualcosa a Ushman, ma lui non capisce le parole. Ushman solleva i palmi per dire che non c'entra con quanto  successo. L'uomo continua a far gesti e a gridare, indicando la vita di Ushman. Finalmente Ushman capisce cosa vuole. Prende il cellulare che porta appeso alla cintola e compone il numero delle emergenze.
Intanto, una guardia che si trovava l si avvicina, mentre cominciano ad assembrarsi altri passeggeri, l a guardare la donna che si dondola avanti e indietro sulla sedia. La guardia sta cercando di comunicare con il compagno. Indica Ushman, che sta dicendo all'operatore che una donna sta
per partorire all'aeroporto Kennedy accanto all'area ritiro bagagli numero quattro.
Ushman chiude la telefonata e annuisce alla guardia. Ho appena chiamato un'ambulanza.
La guardia gli fa un cenno riconoscente e poi si gira verso la folla a chiedere se c' un dottore. Ushman si scansa dalla donna ancora gemente. Il suo compagno le sta scostando i capelli dagli occhi e le sta parlando velocemente. Allontanandosi dalla folla, Ushman sente una donna dire all'amica in tono sprezzante: Ha fatto appena in tempo, per avere un figlio americano.
Passando davanti a loro abbassa gli occhi. Poi, voltatosi indietro, vede che la guardia ha trovato un medico: ha le mani sulla pancia della donna e le dice di aspettare. Non spinga. Non ancora, le dice. Aspetti.
Ushman comincia a sudare. Di colpo capisce quanto  stupido.
Potrebbe non essere ancora finita.
Si  arreso troppo presto.
Nel panico, se ne va dall'area ritiro bagagli proprio quando sente avvicinarsi una sirena. Riesce a tornare al garage, resistendo appena al desiderio di mettersi a correre. Il sole  tramontato e lui guida veloce nell'oscurit.
Il suo appartamento  buio e silenzioso. Ushman ha una fretta tale da entrare nel soggiorno trascurando di togliersi le scarpe come d'abitudine. Passa sopra il grande, sottile kilim steso sul pavimento ed  gi in camera da letto, col telefono in mano, prima di rendersi conto che le chiavi sono ancora schiacciate nel palmo e incidono solchi profondi pulsanti di dolore. Speranzoso e senza fiato, ascolta il segnale di libero del collegamento d'oltreoceano. Lei risponde.
Oh, Farak dice, sollevato nel sentire la sua voce torpida.
Ushman, cosa c'? Ti sei fatto male?
No, no. Sono stato uno stupido, Farak. Perdonami.
Avrei dovuto pensarci prima.
Pensare a cosa? Tu non sei uno stupido, Ushman. Io so che sei una brava persona.
Puoi venire qui, Farak. Per il bambino non importa. Ne avr cura come se fosse mio. Qui non c' vergogna. Potremo crescerlo insieme. Non importa. Sar un bambino americano.
Nessuna risposta.
Farak, ci sei? Mi senti?
S. Oh, Ushman, caro. Quanto ti ha fatto generoso l'America. Sta piangendo. E il cuore di Ushman  impaziente.
 solo, Farak. Molto solo.
Ma hai la tua ricchezza. E hai la libert. L hai delle possibilit, Ushman.
Ci sono anche per te. E per il bambino. Nessun hijab.
Nessun komiteh. In gennaio ci sar un millennio tutto nuovo. Una nuova vita per noi. Pensaci, Farak.
Lei respira forte nel ricevitore. Lui aspetta che dica qualcos'altro.
Ushman, ho fatto la richiesta di divorzio.
Non fa niente. Possiamo tornare indietro. Ero arrabbiato, Farak. Quello che ho detto. Lo sai.
Quello che hai detto non importa. Lo faccio perch  questo che voglio. Non perch sono arrabbiata con te.
Non capisco.
Voglio il divorzio, Ushman. Ci trasferiamo a Istanbul.
Per far nascere il bambino. Per ricominciare daccapo.
Ma mia madre...
Non le ho ancora detto niente. Sar accudita, Ushman.
C' un bel posto. L c' una mia amica. Ti far un buon prezzo...
Zitta. Zitta, Farak. Questa non  una contrattazione. Io ti voglio qui. Con il bambino. Punto e basta.
Non succeder, Ushman. Il divorzio  stato concesso.
E con quali motivazioni? Una volta tanto, Ushman  grato al regime islamico per le sue ingiunzioni e i suoi divieti.
D per scontato che quelle leggi impediranno a Farak di lasciarlo veramente.
Segue una lunga pausa. Ushman ripete la domanda, trattenendo a malapena la rabbia. Con quali motivazioni?
Abbandono del tetto coniugale risponde lei finalmente.
Ushman strizza nel pugno il copriletto sotto di s. Sei una bugiarda.
C' troppo dolore tra noi, Ushman.
Perch ce l'hai messo tu ribatte lui, e riaggancia.
Seduto sul letto, strizzando con tutta la sua forza il copriletto nelle mani, Ushman guarda a terra. Lascia andare la coperta e si asciuga gli occhi, con le mani tremanti. Si sfila i sandali dai piedi e li scaglia l'uno dopo l'altro in fondo alla stanza, dove schioccano contro la parete prima di cadere a terra. Ogni sandalo lascia sul muro una macchia di nero, come fuliggine lasciata da un incendio.
 ancora buio, ma tecnicamente  gi cominciato un giorno nuovo. Ushman  rimasto a guardare le lancette dell'orologio a muro oltrepassare la mezzanotte. Non riesce a dormire.
E alla fine ci rinuncia. Dopo aver indossato i vestiti del giorno prima, esce di casa. Camminando senza meta si accorge di quante luci sono accese nei palazzi attorno al suo.
Lo sorprende constatare quante persone sono sveglie alle tre del mattino. Ripensa alla gente di Tabriz, che stava in piedi fino a tardi a guardare le partite di calcio alla televisione.
Anche se non erano partite di campionato. Quando l'Iran giocava in un paese europeo o dell'America Latina e lo trasmettevano via satellite, tutta la citt rimaneva sveglia.
Ushman osserva le finestre illuminate e vorrebbe tanto essere invitato a entrare. Anche se non c' nessuna partita in televisione. Solo per starsene seduto a un tavolo insieme a qualcuno nel cuore della notte, il cameratismo accresciuto dall'assurdit dell'ora.
Ushman vede che lo spaccio all'angolo  aperto. Stabilisce che quella sar la sua destinazione e si infila una mano in tasca per accertarsi di avere il portafoglio.
Nello spaccio prende un'aranciata dal frigorifero. C' una sola persona nel negozio, oltre a lui. Un vecchio chassid che sta leggendo le etichette sui barattoli di minestra. Ushman paga la bibita e va fuori sotto il lampione.
Beve l'aranciata e ascolta il battere di tacchi sul marciapiede alle sue spalle. Sentendo il rumore farsi pi forte, si gira a guardare.
Lei  tutta pallida come la luna. Soltanto le labbra rosso vivo danno un qualche contrasto al suo viso. I capelli, come quelli della donna all'aeroporto, sono tinti di bianco, cos da confondersi quasi perfettamente con la pelle. Quando Ushman la vede meglio, riconosce nei suoi occhi la lieve curva asiatica. Per un attimo  disorientato.  la stessa donna dell'aeroporto? Ma no, non  incinta: questa  magra e sola. Non ricorda se quanto  successo all'aeroporto  stato un sogno. O forse il sogno  questo, qui, ora.
Ehi, moretto lo chiama lei, con un accento duro, screpolato.
Stanotte vengo via con poco. Per te c' lo sconto.
Vedrai. Gli tocca il braccio con le dita tozze. E sotto la luce vivida del lampione, con la sua ombra lunga distesa sul marciapiede alle spalle. Il contatto lo scuote come se si trovasse al quarto piano e guardasse gi, verso l'intersezione dei loro corpi. Il tempo rallenta e lui sente il peso di ciascun dito. 
la prima volta che qualcuno lo tocca, in America. La prima volta che qualcuno lo tocca dopo l'ubbidiente ultimo bacio di Farak tre anni fa. Gli formicola la nuca.
Tu sei solo. Lo so. Lo vedo nei tuoi occhi riprende la donna, ma Ushman si concentra sul brusio del traffico lontano che improvvisamente gli echeggia nella testa. Lascia che ti faccia compagnia. Ti piacer.
Ushman la guarda in faccia. Si concede di osservarla bene. Non  attraente. Attorno agli occhi si  tirata delle spesse righe scure, ma le ciglia sono corte e disadorne. La pelle, anche se chiara,  butterata. La canottiera scollata che indossa le scopre la curva del seno, dove la pelle  altrettanto sciupata.
Da quando  arrivato in America, si sforza di non guardare le ragazze poco vestite, temendo che i suoi occhi possano tradire i suoi pensieri sconci. Qualche volta  ancora turbato nel vedere tanta pelle e tanti capelli femminili, e non pu fare a meno di concepire lascivi corpi nudi. Anche se ai tempi della rivoluzione aveva diciannove anni e si oppose al
regime dell'ayatollah, ora sente la mancanza dell'hijab che in Iran tutte le donne sono obbligate a portare. Gli abiti lunghi e i copricapi riescono a nascondere non soltanto la pelle e i capelli di una donna, ma anche la libidine di un uomo.
Senza annientarla: la nascondono e basta. Gli evitano di vedere le parti di una donna che eccitano, turbano, inducono in tentazione.
A Tabriz, quando Ushman passava davanti a una donna in un bazar o per strada, poteva anche farsi venire pensieri sconci su di lei, sul quasi impercettibile gonfiarsi del petto sotto il mantello, o sulle ciocche di capelli che spuntavano appena attorno alle orecchie, ma non era costretto a confrontarsi con le intime strisce di pelle di fronte alle quali  quasi impossibile nascondere il desiderio. In America, con le donne che mettono in mostra le loro curve pi sacre, anche gli uomini si espongono. Come i loro occhi assorbono ogni striscia di pelle nuda, cos tutti possono percepire le loro voglie. Ushman preferisce tenere il proprio desiderio nell'anonimato.
E non riesce a capire nemmeno perch mai gli uomini americani sopportino che la moglie o la fidanzata vada in metropolitana ed entri nei negozi mostrando il proprio corpo. Il pensiero di Farak che cammina in luoghi pubblici in minigonna e a schiena scoperta lo turba pi di quello di lei a letto col sarto. Almeno il sarto  un solo uomo. Non tutta una citt.  solo due occhi, due mani, due labbra e uno schifosissimo uccello. Ushman se lo ripete ogni notte insonne, tenuto sveglio dall'immagine di sua moglie con un altro.
Dopodich accende la televisione e vede mogli, figlie e fidanzate americane sfilare pressoch nude davanti a un pubblico enorme. Parlano dei loro desideri sessuali, delle loro numerose avventure, dei loro figli bastardi, e Ushman piange pensando agli uomini costretti a vedere le loro donne disonorarli cos.
Stanotte, pensa, guardando le sopracciglia che questa prostituta si  disegnata sopra gli occhi, non guarder la televisione. Stanotte sar quello che Farak mi ha detto che sono. Di nuovo uno scapolo.
Ushman non risponde all'offerta. Si gira dall'altra parte e la immagina diversa da quella che . Un viso timido e liscio;
una voce profonda. Beve un altro sorso di aranciata. Con le ore la sua rabbia  cresciuta, stanotte, e di colpo ne sente la pressione fra le gambe. Vuole liberarsene.
Butta la lattina dell'aranciata nel cestino dell'immondizia all'angolo e accetta l'offerta tacitamente, annuendo. Si dirige verso casa senza guardarsi alle spalle.
Le scarpe della donna lo avvisano che lei ha capito. Ticchettando alle sue spalle gi per il lungo isolato, rimane a qualche passo di distanza, come un bravo cucciolo.
Ushman non vuole che lo vedano in ascensore con lei.
Sotto il tendone le dice: Aspetta qui. Ti apro da dentro.
Appartamento 10A.
Sale da solo in ascensore e arriva al suo piano. Il pianerottolo  vuoto. La chiave nella serratura echeggia debolmente.
Dentro, non accende nessuna luce. Non vuole che lei veda le sue cose. Aspetta accanto alla porta finch lei bussa. La conduce in cucina, dove accende la luce del forno.
Dai dice, e la spinge gi per le spalle.
Aspetta un attimo. Prima i soldi. Venti dollari per un pompino.
Ushman mette la mano in tasca per tirare fuori il portafoglio e le d una banconota frusciante. Temendo di perdere il coraggio, vuole che si sbrighi. Lei si infila la banconota sotto la gonna e gli abbassa la lampo. Lui si appoggia al piano della cucina e chiude gli occhi. Anche se non  molto religioso, non pu fare a meno di muovere le labbra per articolare, muta, la frase Perdonami, Allah.
Non ricorder nulla di lei tranne il pallore dei capelli e della pelle, e di come la luce arancio del forno l'ha tinta d'oro. Il calore della sua bocca  esattamente come l'aveva immaginato e il formicolio al collo che il suo contatto gli ha suscitato si propaga lungo la spina dorsale e la parte posteriore delle gambe fino agli alluci. Nella piccola cucina poco illuminata, si sente elettrico. Il brusio ha la meglio sugli occhi, sulle orecchie, sulle dita, finch, alla fine, lui viene.
Lei si alza e sputa nel lavandino. Poi sorride. Lui vede la grande fessura fra gli incisivi storti.
Adesso vattene, per favore dice, pensando alle tante moschee di New York con dentro i devoti che pregano Allah, l'unico Dio. Per Ushman non ci sono pi riti sacri.
Non essere tanto triste. Ti piace star bene, no? dice lei passando davanti a Ushman per arrivare all'ingresso.
Buonanotte la saluta Ushman, e lei alza le spalle. Poi apre la porta e se ne va.
Ushman spegne la lampada del forno. Ora la sola macchia di luce arriva dalla finestra, dall'alba. A quella luce incerta, apre l'acqua del rubinetto per sbarazzarsi delle prove di quell'incontro.
Si trascina in camera da letto e si corica. Esausto, chiude gli occhi. Vede ancora Farak. Ma, se Dio vuole, il sarto non c' pi. C' solo sua moglie, che gli cammina nella mente come in un film. Lei che torna dal bazar con i fichi e una padella nuova. Lei che ride con sua cugina mentre le due danno la caccia a un bambino che  scappato portandosi via le scarpe della madre. Lei che gli tende le mani quando lui entra dalla porta, dopo essere stato via tutto il giorno. Queste immagini lo fanno addormentare e continuano a confortarlo sotto forma di sogno.
Lo sveglia il rumore del traffico mattutino. Sente i clacson e il furgone delle consegne, una ruspa, una sirena. E poi, con gli occhi ancora chiusi, sente il suono della lingua inglese.
L'ascensore romba nel suo pozzo e, sopra di lui, le porte si aprono con uno scricchiolio. E Ushman si ricorda dove si trova, che la vicinanza di Farak era un sogno e che la notte scorsa ha fatto entrare in cucina una prostituta. Si alza e si fa prendere dal panico pensando all'AIDS, all'herpes e alla sifilide. Dopodich trascorre la mattina sotto la doccia, dove le lacrime che ha sulla faccia si confondono con l'acqua.
...
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CAPITOLO 4.
...
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...
Per settimane Ushman ritorna all'area ritiro bagagli dell'aeroporto Kennedy, a guardare e sognare. E di l a casa. Nel cuore della notte, dopo essersi girato e rigirato sul copriletto arancione, stropicciandolo e scaldandolo, va a camminare nel buio. Arriva deliberatamente allo spaccio all'angolo e si piazza di nuovo sotto il lampione, da dove guarda nelle finestre degli edifici l attorno. Aspetta, giocherellando con la banconota da venti dollari che ha in tasca. Che ci sia il temporale, una retata di spacciatori o la luna piena, lui  sempre l, e aspetta. Ma lei non arriva.
Disperato, Ushman pensa che la sua vita potrebbe andare avanti cos per sempre.
E poi, una sera, mentre parcheggia il furgone nel garage a ore, decide di tentare una cosa nuova. Si mette nella lunga coda davanti al banco dell'Air France. I passeggeri attorno a lui spingono avanti le loro pesanti valigie. Ushman ascolta le loro preoccupazioni sull'orario, su quanto  lunga la fila, sul fatto di avere un posto prenotato sul corridoio o vicino al finestrino. Aspetta paziente, con la rassegnazione di chi non ha programmi.
Quando finalmente arriva al banco, compra un biglietto di andata e ritorno per Parigi.  costoso. Di solito non  tanto sconsiderato con i soldi. Ma il biglietto  rimborsabile.
E lui intende restituirlo questa sera stessa, prima che lui o chiunque altro si sia imbarcato.
Ha sborsato quei millequattrocento dollari per un cambiamento di scena, per quanto piccolo. Vuole essere dentro le cose. Vuole essere lontano dalle folle lasciate l sole, ad
aspettare. Con il biglietto si  comprato il diritto di oltrepassare lo sbarramento della polizia. Pu attraversare il metal detector e sedere su una delle sedie di vinile che circondano ogni uscita, a guardare la faccia di chi sbarca. E, dopo aver visto due aerei scaricare i passeggeri, fa il giro del terminal e si ferma a toccare le statue della Libert di plastica e i taxi di metallo giallo in vendita nei negozi di souvenir. Nel suo nuovo ambiente prova un senso di vittoria. Il biglietto ha mascherato il suo voyeurismo. Ushman ha smesso di sentirsi disperato o patetico. Dopotutto, un biglietto per Parigi in tasca ce l'ha.
Percorre tutto il terminal, osservando il cielo farsi ramato dietro il velivolo che rulla. Alla fine lascia l'area degli imbarchi oltrepassando di nuovo, a passo lento, lo sbarramento della polizia, e si ferma esattamente l dove di solito si mescolava agli altri non passeggeri. Si appoggia alla parete, a guardare le facce attorno a s.
Sono quasi le nove e ora piove, forte. Non ne ha voglia, ma sa che sarebbe il momento di restituire il biglietto e andarsene a casa. Invece rimane inspiegabilmente catturato da una ragazza seduta accanto alla finestra. Un quarto d'ora fa ha salutato i genitori che, con il loro impermeabile e le loro scarpe comode, passavano attraverso il metal detector.
E da allora  rimasta l, a guardare fuori.  seduta di spalle.
I capelli le lasciano scoperto il viso. Sono biondo chiaro, come quelli di un bambino. E, al di sotto dell'attaccatura dei capelli, il collo sembra allungarsi in modo innaturale. Al di l di lei, le luci dei jumbo jet che atterrano e decollano sono sfocate, dietro i vetri spessi e bagnati di pioggia. Ushman riesce a vedere il viso della ragazza solo riflesso nelle finestre.
 stata quest'immagine sfocata del suo viso ad attirare la sua attenzione.
Vede anche il proprio riflesso, ma quello gli  familiare.
Gli occhi marrone scuro, le folte sopracciglia e i capelli neri passano inosservati. Indossa una camicia azzurra stirata di fresco, infilata in un paio di jeans scuri. Stringe un piccolo ombrello sotto il braccio. Ha i polsini della camicia rimboccati e un pezzo degli avambracci nudo.
Per via della pioggia e del riflesso un po' confuso, Ushman non sa esattamente su che cosa siano fissi gli occhi di lei. Sulle prime gli sembra che lei stia guardando fuori, oltre la finestra, verso gli aerei che arrivano e se ne vanno.
Cos la osserva senza inibizioni: i capelli chiari, il collo lungo. Ma poi intuisce che i suoi occhi non guardano al di l del vetro ma il vetro stesso. Lui.
Ushman  preso dal panico e distoglie lo sguardo. Anche lei, si domanda, per tutto quel tempo lo ha osservato? E si  accorta che lui la fissava?
Quando lancia un'altra occhiata al suo riflesso, ha la certezza che, s, anche lei lo guardava, perch un delicato rossore le si spande sulle guance fin dietro le orecchie. Ushman sorride. Il rossore si fa intenso. Anche lei sorride, e distoglie lo sguardo.
Ushman incrocia le braccia sul petto e, atterrito, distoglie a sua volta lo sguardo.  questa la vita in America?, si chiede.
Questo flirt con una ragazza capitato tanto facilmente, senza calcolo e senza che nessuno lo notasse.  tanto semplice instaurare un rapporto con uno sconosciuto?
Pensando alla prostituta del suo quartiere che l'ha abbandonato, Ushman cerca di ripetersi che nella sua vita niente  semplice. Non instaura rapporti con facilit. E poi, per la verit lei ha soltanto sorriso. Evidentemente non  una prostituta.
Le sue attenzioni non pu comprarle; deve guadagnarsele.
Guardandosi i sandali e i lunghi alluci scuri, si rende conto che lei non vorr aver nulla a che fare con lui.
In America lui non  un uomo.  una rarit, una stramberia, uno straniero. Tira fuori dalla tasca il biglietto e volta le spalle alle finestre, pronto a restituirlo e tornare alla sua vita.
Quel suo schifo di vita.
Fa per andarsene, quando avverte che lei lo sta guardando.
Ripensa alla lunga curva del suo collo. Uscendo dal flusso di gente si gira a guardarla un'ultima volta, ma lei non c' pi. Non  pi sulla sedia di vinile: ora  in piedi alla finestra, col viso nascosto.
Accidenti, si dice Ushman, fa' qualcosa. Trasformati. Sii uno che non alza le spalle e se ne va. Sii un americano.
Rimettendosi in tasca il biglietto, fende la folla e prende la borsa che lei ha lasciato sulla sedia dov'era seduta.
Mi scusi, signorina dice, in piedi proprio alle sue spalle, con la borsa in mano.
Lei ha un sussulto e gli strappa la borsa di mano. Lui fa un passo indietro, pentito del proprio gesto. Non intendevo spaventarla si scusa. Mi dispiace. Lo ripetono in continuazione
- non lasciate incustoditi i bagagli - e credo che dicano sul serio. Si infila le mani in tasca e fa per andarsene.
Aspetti dice lei, posandogli delicatamente, per un istante, la mano sulla spalla. Sa di agrumi. Mi scusi continua, con un'inflessione della voce pi rilassata di quella di altri newyorkesi. Sono qui da tanto tempo che avevo quasi dimenticato di essere in un aeroporto. Non mi ha spaventata.
Lei, intendo dire. O qualsiasi altra cosa. Alza gli occhi al cielo, a commento della propria goffaggine. Grazie, comunque. Per la borsa. Di colpo la ragazza  senza fiato, come se avesse corso per chilometri. Si posa una mano sulla fronte. Ha il viso acceso. Ushman nota gli orecchini di argento alle orecchie. Sono piccole lune nuove.
Di niente risponde lui, e si gira a guardare fuori dalla finestra. Anch'io qualche volta mi dimentico dove sono.
Neanche lui sa perch le ha dato quest'informazione. Sembra un'ammissione imbarazzante. Ma lei non si scompone.
Non dice niente, in realt, ma lui sente che i suoi occhi lo stanno studiando. Guardano i suoi vestiti, i suoi capelli, i baffi, gi rispuntati da stamattina.  vicinissimo a questa ragazza, tanto vicino che lei pu vedere tutte le imperfezioni della sua pelle. Dovrebbe allontanarsi. Sottrarsi a quest'indagine minuziosa. Ma ora  lui ad aver dimenticato dov'. 
scosso, gli sembra incredibile di aver parlato con lei, che lei l'abbia toccato, che il suo viso, anche adesso che non  sfocato, rimanga bellissimo.
E il modo in cui lei lo guarda lo fa sentire vivo. Forse quel genere di attenzione non se l' sentita rivolgere mai. Lei non ha paura di guardarlo, non ha paura degli effetti del proprio sguardo su di lui. Anche quando Ushman si gira a guardarla, lei continua a tenere gli occhi su di lui, appena sotto il
pomo d'Adamo. L dove un ciuffetto di peli neri spunta da sotto la maglietta. Poi, furtivamente, lo guarda negli occhi, cos che per un istante gli sguardi si incrociano. Per un attimo lei perde tutta la timidezza e poi abbassa le palpebre, con le folte ciglia scure che si chiudono piano, mentre un pizzico di rossore le colora le orecchie e gli zigomi.
Anche Ushman distoglie lo sguardo. Ma continua a guardare il suo riflesso nella finestra accanto a s, esaminando la composizione del viso. La pelle  liscia e luminosa, ma disadorna.
Gli occhi sono di una sfumatura pi grigi che azzurri e i bei capelli biondi le si arricciano attorno alle orecchie e sulla fronte, sfumando l'attaccatura. Conclude che a essere tanto deliziosa  la sua semplicit.
Ushman nota che lei sta guardando gi, verso l'asfalto, e gli uomini in equipaggiamento impermeabile che fanno segnali agli aerei. Si rende conto che da qualche momento non parlano e questo silenzio sta smontando la sua fiducia.
Non vuole voltare le spalle e andarsene, ma non sa che altro fare. A un certo punto lei solleva il dito e lo posa sulla finestra per far segno verso terra. A che cosa penseranno quando sono l, bagnati e al freddo?
Ushman si stringe nelle spalle, inclina la testa.
Perch a qualcosa penseranno. Alla loro vita. Come facciamo tutti, sempre. Non  che, solo perch lavori - anche se il tuo lavoro  fuori -, ti dimentichi del resto della tua vita. Lancia un'occhiata di lato, per misurare la reazione di Ushman. Non  una domanda, la sua, non c' esitazione nella voce, ma da come i suoi occhi lo guardano in attesa di una risposta Ushman intuisce che sta cercando di capire qualcosa della vita. Nei suoi occhi c' l'espressione affamata della giovinezza e il desiderio di acquisire e perfezionare la conoscenza del mondo e di chi lo abita.
Ushman si gira dall'altra parte per non incrociare il suo sguardo. Lei sembra consapevole di essere stata scoperta. Di essere stata scoperta nel tentativo di cercare un cenno da parte di Ushman che confermasse l'acutezza e la verit della sua osservazione. Il suo diritto di entrare nel mondo degli adulti. Abbassa di nuovo lo sguardo. Mi sembra strano
pensare che quel tizio sia l a dirigere tonnellate di acciaio assordante e che magari si stia chiedendo perch suo figlio si  fatto un taglio punk. Ha cambiato tono.  leggero e sicuro, e non esprime niente di personale.
Non ho familiarit con i tagli punk. Ma sono d'accordo sul fatto che le persone non si staccano mai completamente dalle loro preoccupazioni pi profonde.
Lei inclina un po' la testa per guardarlo in faccia. Di nuovo, i loro sguardi si incrociano. Chiacchiere da aeroporto, eh? dice lei, raggiante, come se fosse soddisfatta di se stessa. La materia di cui sono fatti i grandi romanzi.
Quando sorride, il labbro superiore scompare e il naso si arriccia. Lui riesce a immaginarsi come deve essere stata da bambina.
S dice Ushman, sorridendo solo per il piacere di vederla sorridere. All'aeroporto. E rimane senza parole.
Alla fine si sforza di dire qualcosa, per non perderla. Lo beve, il caff? chiede, con il respiro che forma una nuvoletta sulla finestra di fronte.
S. S, certo dice lei, come se questa risposta la sorprendesse.
Ushman distoglie lo sguardo dalla finestra e la guarda dritto negli occhi. C' un posto, gi per questo corridoio.
Ha tempo?
Lei annuisce. Non devo partire. Ho solo salutato i miei genitori.
Senza sarcasmo, lui commenta: Che bello.
Li conosce anche lei? chiede la ragazza, con un sorriso furbetto che le attraversa le labbra.
Ushman scuote la testa e coglie la battuta solo un attimo dopo, quando lei, seguendolo, attraversa l'assembramento di gente per arrivare a un piccolo, anonimo caff. Ha la borsa in spalla e cammina a testa china, per lanciare un'occhiata a Ushman soltanto quando svoltano a un angolo o sono bloccati da qualche viaggiatore di fretta. Lui si muove con la sveltezza di uno esperto del posto, anche se l'ha visto per la prima volta stasera. Prende una tazza per ciascuno da un vassoio accanto al dispenser del caff. Panna e zucchero?
S, grazie risponde lei, sorridendo mentre d un'occhiata alla sala. Ci sono un pugno di tavolini da due e, sotto una lampada per scaldare, una fila di croissant, panini e costolette di prima scelta. Lei lo segue fino a un tavolino accanto alla finestra. Lui scosta una sedia e aspetta che ci si sieda. Lei non lo fa subito. Lo guarda, come se volesse dirgli qualcosa. Ushman toglie la mano dalla sedia. Forse ha sbagliato? L'ha spaventata di nuovo? Alza le sopracciglia.
C' qualcosa... comincia a chiedere.
Il suo accento ... Sembra cercare una parola. Bello
conclude. Non credevo che avesse un accento. Tutto qui.
Poi si siede e Ushman prende posto di fronte. Lei gli tende la mano sopra il tavolino.
Mi chiamo Stella.
Io sono Ushman replica lui, e mette la mano nella sua.
 esattamente come pensava che sarebbe stato. Le dita di lei lisce, lunghe, fresche. La propria mano  ruvida di calli, il palmo tiepido, la stretta decisa.  lui il primo a lasciare la presa. Stella beve un sorso di caff. Sorride.  buono.
Come facevi a conoscere questo posto? Viaggi molto?
No. Non viaggio da quasi tre anni. E tu?
Mi sono trasferita qui in agosto. Ma sono atterrata al La Guardia.
E ti piace New York? chiede lui, con genuina curiosit.
Lei annuisce e prende un altro sorso.  una figata. Come dicono tutti. Un mucchio di gente, un sacco di cose da fare.
Ma alla fine  un delirio. Credo che l'amer di pi quando mi sar sistemata definitivamente. Tu abiti qui?
S, direi di s. A Queens, per la precisione. Mi sorprende ancora.
Abitare qui?
Lui annuisce e prende un sorso di caff. Sono iraniano.
Non avrei mai immaginato di vivere in un altro posto. Di certo non in America.
E poi cos' successo? Lo guarda attenta.
 una storia lunga. Una storia triste dice lui, e sorride.
Stella ribatte con un sorrisetto furbo. Mi piacciono le storie tristi.
Ushman solleva un dito. Ah, no. Dovresti cambiare gusti. Non  bello essere assetati di tristezza.
E perch? La sua voce si  fatta di colpo energica, combattiva.
Ushman esita. Sei giovane... comincia. Lei alza gli occhi al cielo. Che c'?
Cos non va. Non mi piace la condiscendenza. Se vuoi farmi la ramanzina... almeno sii originale.
Ushman prova vergogna e soggezione. La sua sicurezza di s sorprende e insieme seduce. Lui china la testa e guarda nel caff. Poi gli viene in mente che potrebbe dissentire.
Qualche volta la realt non  per niente originale.
Stella stringe le palpebre, come se stesse leggendo qualcosa da lontano. Poi, lentamente, il suo viso si rilassa in un sorrisino.
D'accordo. Un punto per te. Continua.
Anche Ushman sorride, di nuovo, solo per rispondere al sorriso di lei. Volevo dire soltanto che spesso voi giovani non pensate che avrete mai la vostra tristezza. Invece arriver.
 fuor di dubbio. E allora vi pentirete di esservi divertiti con la tristezza altrui.
Stella si sporge in avanti, come se volesse allungare la mano per toccarlo. Adesso ti smonto questa teoria sulla giovinezza. Io la mia tristezza ce l'ho gi. Lo dice sottovoce, come se fosse un segreto. Ma gli occhi sono spavaldi.
Vuole che lui faccia domande. Vuole che lui sappia di lei.
Non ci credo. Tu sei bella, americana e probabilmente sei una brava studentessa.
Al complimento, Stella alza le spalle.  il mio compleanno.
Oggi. Anzi... guarda l'orologio, era un'ora e mezzo fa. E l'ho trascorso a guardare gli estranei. Altre persone. Te.
L'espressione di Ushman non cambia. S. Certo. Trascorrere il compleanno a guardare uno come me. Molto triste.
Sorride.
Stella scuote la testa. No. Non volevo... comincia, e poi arrossisce.
Non importa. Sono uno straniero. Credo di essere molto spesso vittima di quelli che guardano la gente.
Stella aggrotta la fronte, poi scuote la testa. Io non ti guardavo per questo dice, senza paura di tenergli gli occhi addosso.
Ushman deglutisce. Perch, allora? chiede, distaccato, come se la cosa potesse essergli indifferente.
Non lo so. Stella si morde il labbro inferiore. Poi, appoggiandosi allo schienale, unisce le mani in grembo. Le tue braccia, direi. Mi piace come sono fatte le tue braccia.
Inclina la testa, in attesa della sua risposta.
Per un attimo Ushman  confuso. Con la sua ammissione l'ha spaventato. Pensa a Farak e alla sua simpatia per i suoi piedoni, che da bambino gli sporgevano sempre dai sandali.Agita gli alluci sotto il tavolino. Stella non pu vederli.
Vede soltanto le dita delle sue mani strofinarsi le palpebre, come se volesse togliersi qualcosa di l.
Oh, scusami. Mi sa che  colpa della citt. Non volevo essere cos... franca. Non  che... vabb dice Stella, ma non finisce la frase.
Sulle prime gli sembra che lei abbia detto Farak, il nome di sua moglie. Per favore, non scusarti. Ma franca?
Non so se capisco il significato della parola.
Ah. D'accordo. Come brusca. Sfacciata la conosci?
S, sfacciata s. Franca. Buffo. Ushman sorride.
Esilarante ribatte lei, mordendosi di nuovo il labbro.
Segue un lungo silenzio. Conosco una persona in Iran che si chiama Farak. Quando hai detto "franca", ho pensato che stessi pronunciando il suo nome, Farak.
Ah commenta Stella. Ha gli occhi spalancati. Poi, aggrottando la fronte, riprende: E perch dovrei pronunciare il suo nome?
Mah dice Ushman, ignorando la domanda, non so bene come succedono queste cose.
Cosa intendi dire? Quali cose? Stella si sporge verso il centro del tavolino fino a toccarne il bordo col petto.
Ushman  colpito dalla sua fisicit, da quanto  animata. Si chiede se gli altri si esprimano in quel modo, con il corpo che si muove accompagnando quanto dicono, sottolineando i pensieri. Forse  solo una caratteristica americana di cui
non si  mai accorto. Ma l'effetto  quello di un'energia contagiosa.
Lei  cos inequivocabilmente viva che  come se la vitalit di Ushman ne fosse accresciuta. Comincia a badare a come lui stesso muove le mani quando parla, alla posizione del proprio corpo sulla sedia, alle minime variazioni della propria postura.
Si sporge in avanti, emulando la posizione di lei. Sarebbe terribile se dicessi che vorrei essere tuo amico?
Mio amico? chiede lei. Ma lo sai che in America questo  un eufemismo che si usa quando si sta cercando di lasciare qualcuno? Liberarsi di qualcuno, sentimentalmente parlando.
Chiamarlo amico?
S. Direi che rispecchia bene quanto  conciata male tutta la vita sentimentale, da queste parti. Di quanto pu essere fragile. Per "noi giovani" continua, con un sorriso cattivo. Io non mi faccio illusioni. Si vede?
Ushman  proprio affascinato da Stella. Mai pi avrebbe immaginato che una persona cos giovane potesse essere tanto a proprio agio con se stessa.
L'inglese che ho imparato a scuola in Iran era un po'
sommario.
Stella aggrotta la fronte. Tu parli un inglese perfetto.
Meglio di gran parte dei ragazzi con cui ho fatto le superiori.
Ma non capisco tutte le implicazioni culturali delle parole che scelgo.
Nemmeno i miei genitori. E nemmeno i miei amici.
Stanno ancora cercando di capire quando cool vuol dire "fa freddo, mettiti un maglione", e quando vuol dire "sei un figo".
Cool?
Se diventeremo amici potr aggiornarti.
E io potrei raccontarti la mia lunga storia triste, ma poi forse ti sentiresti in obbligo. Mi piacerebbe che mi fossi amica non per piet.
Farak  un'amica? chiede Stella, avvolgendo le mani attorno alla tazza di caff.
Lui la guarda. Farak? Fa una pausa e allontana la sua tazza verso il centro del tavolino.  mia moglie.
Ah. Bene dice Stella, ridendo sconfitta. Annuisce e dice qualcosa a fior di labbra: Buon compleanno, Stella.
Ushman ignora il suo sarcasmo. E mi ha mandato qui, in America, tre anni fa, dopo un forte terremoto, quando abbiamo perso molte cose preziose. Ushman si interrompe, ma non distoglie lo sguardo. Da allora non l'ho pi vista, ma fra poco ricever la notizia che avr avuto un bambino. Aspetta che l'informazione venga recepita. E, dal momento che spesso non so cos'altro fare, vengo qui e aspetto, come ho fatto stasera. Mi metto esattamente l dove tanto spesso ho immaginato di aspettare il suo arrivo.
Lei che scende da un aereo e ritrova il suo posto al mio fianco.
Ma non  mai arrivata. E non arriver mai. E, anche se mi mancano molte cose del mio paese, non ci torner, perch se ci tornassi le cose pi importanti continuerebbero lo stesso a mancarmi. Tornare a casa solo per
vedere che quell'unica cosa non c' pi... Credo che non ce la farei.
Ushman continua a guardare Stella in faccia. Tacciono entrambi per un momento. Poi lui si schiarisce la voce.
Ecco dice, rigirandosi l'anello attorno al dito, questa  la mia storia triste.
Stella non distoglie gli occhi dai suoi. Il suo atteggiamento  calmo e composto.  come se ancora non diffidasse del dolore altrui. Non ha ancora paura che il contatto con le disavventure di Ushman possa poi farla sentire responsabile per lui. Forse  questa sua innocenza la ragione per cui Ushman ha raccontato a lei, in un aeroporto affollato, cose che non ha raccontato a nessun altro americano da quando  qui.
E poich la sua innocenza si accompagna a una personalit spavalda, Ushman non si sente in colpa per averle parlato del suo dolore. Anzi, prova sollievo. E, stranamente, si sente pi simpatico. Stella ha udito ci di cui lui si vergogna di pi, eppure il suo viso non esprime compassione, n un giudizio.
 solo diventato pi carino.
Se ne stanno l in silenzio. Poi Stella beve l'ultimo sorso di caff e allarga le dita sul tavolino.
Ho compiuto diciannove anni dice. Ushman si sente di colpo vecchio e sciocco, nel sapere che lei ha la met dei suoi anni. Ma ascolta attento quando lei prosegue. I miei mi hanno regalato una giacca di pile rosa.
L'espressione di Ushman non cambia.
I bottoni sono color pastello, a forma di animaletto. Una zebra, un ippopotamo, un coccodrillo. Finge di tenerli tra l'indice e il pollice.
Anche qui, l'espressione di Ushman  la stessa.
 tenera dice, con un sorriso troppo largo. Per una di cinque anni. Inasprisce l'espressione, per creare l'effetto.
Per me  orribile.
Ushman sorride. E, guardando Stella che scrolla la testa ostentando autocommiserazione, d qualche schiocchetto di lingua contro il palato.
Se me la vedessi addosso, allora s che ti faresti una bella risata dice Stella. Ma non bisognerebbe divertirsi con la tristezza altrui.
Ushman, rendendosi conto che ha usato le sue stesse parole, annuisce.
Men che meno con la tristezza di un'amica continua Stella, sorridendo.
 vero. Mi dispiace che non ti abbiano fatto un regalo di tuo gusto.
Il caff era buono risponde Stella. Quello era di mio gusto.
 piaciuto anche a me. Magari avr un'altra occasione di offrirti un caff. Il mio negozio  a Manhattan.
S, volentieri. Che negozio ?
Tappeti persiani. Kilim. Arrivano quasi tutti dall'Iran.
Ushman prende il portafoglio ed estrae un biglietto da visita.
Lo passa a Stella.  spesso, solido. La scritta  nera, impressa in rilievo. Stella lo fa scivolare nella tasca della giacca di pelle.
Ushman non chiede il suo numero. E non le sta troppo vicino quando attraversano insieme il terminal verso l'uscita
dell'aeroporto. Per un attimo pensa al biglietto per Parigi che ha in tasca. Ai soldi perduti. Sa che, quando arriver al suo furgone, di nuovo solo, e poser le mani sul volante per tornare a casa, si pentir di non averli pi.
Ma per ora guida Stella verso la fermata dei taxi e rimane felicemente accanto a lei, ad aspettare in silenzio, finch non arrivano in testa alla fila.
Buon compleanno dice alla fine, quando lei si gira per un saluto.
Grazie, e grazie anche del caff. Ushman annuisce, poi si allontana e rimane sul marciapiede a guardarla mentre lei dice al tassista la destinazione. Stella non lo saluta con la mano. Si limita a fissarlo a occhi sgranati, occhi che, di nuovo, sembrano quelli di una persona in cerca di qualcosa di significativo. Ushman alza la mano in un gesto goffo, formale e rimane a guardare il taxi che scompare dietro l'angolo.
...
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CAPITOLO 5.
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...
Non  insolito che il sabato mattina Ushman vada a fare colazione in un piccolo caff a qualche isolato di distanza dal negozio. L servono piatti americani. A Ushman piace il pollo arrosto con riso, fagiolini e salsiccia. Gli piace anche che si possa fare colazione fino alle dieci. Bench gli altri clienti di solito ordinino uova o pancake o pane tostato, Ushman adora il riso al burro e i fagiolini piccanti. La cameriera  sempre la stessa: una prosperosa signora greca dai capelli brizzolati ma ancora svelta di gamba. Ogni volta saluta Ushman con le stesse parole. Entri, entri. Si sieda.
Ne ha fatta di strada, da casa dice, senza alcuna inflessione.
Ushman la osserva bene in viso, perch vorrebbe capire quali sentimenti ci sono dietro quelle parole. Ma lei non lascia trasparire alcuna emozione, n dalla voce n dall'espressione.
Ushman potrebbe pensare che quello sia il suo saluto abituale, ma lei non lo usa con nessun altro cliente, nemmeno quando ha l'aspetto dello straniero.
Il pollo  tanto buono e il posto tanto comodo che Ushman non si lascia infastidire dall'abitudine di quella donna. E poi l servono un'ottima torta alla crema di cocco, che la cameriera greca gli porta invariabilmente non appena lui ha finito il piatto principale. Insieme al caff nero,  una delle sue prelibatezze americane preferite.
Il sabato Ushman non apre il negozio prima di mezzogiorno, cos qualche volta si ferma a bere un'altra tazza di caff e a guardare i pedoni che passano e il marciapiede che si affolla col passar del tempo.
 una bella mattinata d'autunno. Il sole, l dove arriva a
terra tra i palazzi,  caldo, ma nell'aria fresca e sottile si sente avvicinarsi l'inverno.  trascorsa quasi una settimana da quando Ushman ha incontrato Stella all'aeroporto Kennedy.
Non si  fatta viva, ma lui si agita ancora ogni volta che ascolta i messaggi, sperando che abbia chiamato.  un turbamento giovanile, una scarica di adrenalina che non si sarebbe mai aspettato di ricevere da una bionda ragazza americana. Ma  proprio la natura imprevista del suo eccitamento ad avergli catturato l'immaginazione.
Grazie al favore di un compagno di scuola, Ushman e Farak furono i primi, a Tabriz, a comprare un'antenna parabolica al mercato nero. I primi mesi, ogni domenica sera organizzavano raduni con i vicini. Si guardavano insieme film come Grease e Top Gun.
Ora Ushman si immagina nei panni del protagonista di uno di quei film. Immagina che, mentre se ne sta seduto l, su quella panchetta di vinile, a scrutare la faccia di tutti quelli che passano davanti alla vetrina, anche Stella sia seduta da qualche parte a guardare il mondo che passa; l'uno in cerca dell'altra. E nelle loro orecchie suona una musica. Una canzone romantica dalla melodia familiare al suo pubblico.
Ushman cerca di farsi venire in mente la colonna sonora di uno di quei film che guardavano, ma non ci riesce. Dopo sei mesi l'antenna fu confiscata e lui fu costretto a pagare al suo imam una grossa multa per evitare la prigione.
L'altro me stesso, nel film, dice Ushman tra s, monterebbe in macchina e andrebbe l. Beve l'ultimo sorso di caff.
L'altro me stesso non esiterebbe ad andare a trovarla al college e chiederle di accompagnarlo allo stagno in mezzo al parco, quello che luccica dalle finestre del soggiorno della signora Roberts. E, di nuovo, mentre quella bella coppia pattina alla frizzante aria autunnale, si sentirebbe la stessa canzone sentimentale.
Ovviamente Ushman, deluso dalla sua stessa fantasticheria, non sa pattinare sul ghiaccio. Ma ogni volta che, davanti alle finestre della signora Roberts, ha visto quelle sagome girare e girare, gli sono sembrate quasi pupazzi meccanici.
Chiss se  veramente difficile, si chiede. Magari potrebbe
venirgli naturale.  una delle cose che avrebbe voluto provare con Farak, quando alla fine fosse arrivata.
Ushman guarda ancora un momento la folla che passa.
Nella sua mente continua a non esserci alcuna melodia.
Paga il conto e si incammina per il breve tragitto verso il negozio.
Passa davanti a uno dei suoi grandi magazzini preferiti.
Con i suoi tendoni rossi e i suoi portieri ben vestiti, quello  il posto in cui Ushman amava andare a comprare regali per Farak. Tutto  elegante e costosissimo. Gli ricorda la signora Roberts e il suo desiderio che l'Ardebil fosse fuori della sua portata. E gli viene in mente il proprio senso di trionfo la prima volta che ha potuto permettersi qualcosa in questo grande magazzino, anche se era venduto a un prezzo gonfiato, o forse proprio per quello. Per un istante, pensando a come ha punito la signora Roberts, ha un pizzico di rimorso.
Ushman guarda l'orologio. Mancano pochi minuti a mezzogiorno.
Il portiere gli tiene aperta la porta e lui entra nel grande magazzino.
Passando davanti alle teche della gioielleria, ammira un ciondolo di diamanti e zaffiri. Pi in l ci sono cappelli, scialli, guanti. Una volta compr a Farak un paio di guanti di pelle foderati di pelliccia nera. Erano cos morbidi e avevano un profumo cos buono che per un po' Ushman tenne le mani nella scatola, prima di chiuderla e sigillarla. Passa in rassegna i guanti esposti e ne vede un paio quasi uguale.
C' stata anche una teiera, che aveva trovato al piano di sopra. Era di porcellana arancio scuro, decorata con ali di platino spiegate, come se un pugno di uccelli attraversasse in volo una luna piena d'autunno. Ushman si fece fare un bel pacchetto e lo sped a Farak, la quale poi, quando lui le chiese notizie del regalo, disse che era arrivato rotto.
Molte settimane dopo, tuttavia, sua madre gli scrisse della costosa teiera nuova con cui Farak si era messa a servire il t.  sciocco che lei sprechi il tuo denaro in tanto cattivo gusto. Avevo sempre saputo che questa ragazza non poteva riscattarsi dalle sue origini. Con questa brutta teiera e quel suo modo assurdo di tenerla in mano - con le nocche bianche per
lo sforzo - l'ha dimostrato. Forse  un dono del cielo che non ti abbia dato figli. Pensaci.
La madre di Ushman non aveva mai accennato alla loro mancanza di figli. Lui lesse e rilesse la lettera, cercando di capire come mai Farak gli avesse detto che la teiera era arrivata rotta quando invece la usava per servire il t a sua madre. Alla fine, come faceva con tutte le lettere della madre, la accartocci e la butt nella carta straccia.
Una commessa si avvicina a Ushman e gli chiede se ha bisogno di aiuto. Lui non fa in tempo a trattenersi e risponde:
Sto cercando qualcosa per mia moglie.
La commessa lo conduce verso un'esposizione di sciarpe di cachemire meticolosamente ripiegate in una teca chiusa.
Apre la teca e ne tira fuori tre o quattro, ampie. Ushman individua subito la sua preferita. Ma, quando la commessa la dispiega, lui capisce che non  per Farak. Nemmeno se lei fosse ancora sua moglie. Nemmeno se questa non fosse tutta una commedia. La sciarpa  per Stella.
 una sfumatura intensa ma chiara di grigio, con belle strisce nere e rosse alle due estremit. Ha l'aria giovane e metropolitana. Il grigio potrebbe quasi fare pendant con il colore dei suoi occhi, pensa Ushman. Posa la mano sul cachemire.  compatto e delizioso.
Proprio come i milioni di americani che si affidano all'esperienza dell'acquisto per soddisfare un desiderio al tempo stesso vago e particolare, Ushman si fa impacchettare la sciarpa.
Con il pacchetto sotto il braccio, Ushman si sente sciocco e speranzoso. Sa che Stella ignora l'acquisto della sciarpa; e che non sar la sciarpa a indurla a telefonare. Eppure sente che quello  un segno. Che, in un modo o nell'altro, indica
il posto di lei nella sua vita. Che lei lo sappia o no, lui  pronto.
Prima di uscire dal grande magazzino, si ferma in bagno.
E ha un sussulto quando sente la voce di una ragazzina.
Non voglio dice lei dentro un gabinetto, e Ushman vorrebbe non aver sentito.
Devi, piccolina la esorta un uomo, e Ushman capisce che lui  nel gabinetto insieme a lei.
E la bambina: Smettila.
Ushman non sa cosa fare.
Dai, ancora dice l'uomo.
La bambina sospira, rassegnata. Non sta piangendo.
Brava dice l'altro.
Dovrebbe uscire e andare alla polizia? Quello  un reato?
Non ci sono urla. Nessuno chiede aiuto.
Ushman rimane fermo l, col cuore che batte forte, rumorosamente.
Immobile, rimane in ascolto.
Niente, finch si chiude una cerniera e arriva lo scroscio dello sciacquone. In quel momento di silenzio, che gli  sembrato infinito, Ushman ha immaginato gli abusi pi orribili.
Ha visto la bocca e le mani della ragazzina, che annaspano arrossate. Ha visto una camera da letto con una coperta sotto la quale lei si nasconde a piangere. Ha visto la madre, alla quale tutte queste cose rimarranno nascoste.
Quando la porta del gabinetto si apre, Ushman viene colto nella sua posa smarrita. Va subito a un orinatoio.
La bambina  sui cinque anni e ha una folta chioma di riccioli neri. L'uomo, con gli stessi riccioli scuri,  chiaramente suo padre.
Lavati le dice, avvicinandosi al lavandino.
Smettila si lamenta lei, proprio come ha fatto nel gabinetto.
So lavarmi da sola.
Il padre incrocia lo sguardo di Ushman e alza le spalle.
Qualche volta penso che era pi facile quando non sapeva pulirsi il culetto dice, ridendo nervosamente, mentre la bambina lo guarda con la fronte aggrottata e chiude il rubinetto.
Ushman fa un sorriso forzato, poi si insapona le mani e se le sciacqua.  confuso. Quanto ha sentito era davvero innocente?
O lo stanno ingannando? E lui  colpevole, nella sua complicit? Osserva con quanta veemenza la piccola si insapona le mani.  un compito al quale si dedica con tutta se
stessa. Non guarda in su, verso Ushman. E lui non pu vedere la sua faccia, non pu scorgervi eventuali indizi. Il padre tamburella le dita sul distributore delle salviette di carta.
Ushman fa per prendere una salvietta e l'uomo si allontana dal distributore, d un colpetto di tosse e si mette ad andare avanti e indietro alle spalle della figlia.
Ushman si asciuga le mani e prende su il suo pacchetto.
Li lascia cos. La bambina che si sta ancora lavando le mani e il padre che cammina avanti e indietro.
Fuori, sul marciapiede, capisce che sta trattenendo il fiato. Inspira profondamente e sente l'aria fresca scendergli gi nei polmoni. Da una parte lo rinfresca, dall'altra lo riempie di rimorso. Come vorrebbe essere pi saggio. Come vorrebbe sentirsi pi forte e meno confuso. Forse avrebbe potuto fare qualcosa. Qualcosa per la bambina.
O forse cos avrebbe fatto la figura dello sciocco. Forse non si poteva fare niente. Forse  stata la sua mente depravata a immaginare un'aggressione che in realt non c' stata.
Che ne sa lui di come si aiuta un bambino a usare il bagno?
Scrolla la testa e, guardando l'orologio, si rende conto di essere in ritardo con l'apertura del negozio. Ora i marciapiedi sono affollati di turisti e di gente in giro a far compere.
China la testa e cammina spedito, urtando inavvertitamente chi  pi lento di lui. Questa fisicit alimenta la sua rabbia, come se la citt cospirasse contro di lui per ostacolargli il movimento.
Quando arriva al negozio, una piccola striscia di sudore gli attraversa la fronte. Gira la chiave nella serratura e si sente sollevato, in quell'atmosfera quieta e familiare. Con un fazzoletto si asciuga la fronte. Poi posa il pacchetto accanto alla scrivania e guarda fuori, verso il marciapiede affollato.
Che schifo di citt dice tra s sedendosi sulla sedia, con le gambe che tremano sotto l'effetto dell'adrenalina. Questa energia lo turba e lui non riesce a stare fermo. Camminando su e gi per la stanza, cerca di concentrarsi sul lavoro. Guarda sulla scrivania la pila dei documenti da archiviare, le autentiche che aspettano la sua firma, i messaggi sulla segreteria telefonica, le bollette, la bozza del suo annuncio pubblicitario
che comparir sul programma di sala del Metropolitan.
Tutto lavoro che gli ristagna in testa e lo rende ancora pi inquieto.
D'impulso, prende una decisione. Lascia il pacchetto accanto alla scrivania e il lavoro ancora tutto da fare, va a girare il cartello alla porta sulla posizione di chiuso e percorre in fretta i due isolati che lo separano dal furgone. Di nuovo, spintona i lenti e gli imbranati, ma senza avvertire l'impatto del contatto fisico. Sente soltanto il movimento dei propri piedi, la loro risolutezza mentre lui si destreggia sul marciapiede, ben determinato a raggiungere la meta.
Il furgone di Ushman  in sosta proprio davanti alla grande cancellata di ferro battuto nero del college.  nella zona occidentale di Broadway, con il ben pi grande campus della Columbia University che lo mette in ombra dalla zona orientale. Ushman riesce a vedere poco pi che il sentiero di mattoni rossi al di l del cancello. Da una parte e dall'altra il ferro battuto  ricoperto di edera e fronde.
Ormai  quasi il crepuscolo. Una volta sola, su richiesta di un vigile, Ushman ha dovuto fare il giro del campus sulla Claremont Avenue fino alla Centoventesima Strada. Per il resto del tempo  stato qui, incurante dei clacson e degli insulti che si  tirato addosso. Anche se ha visto molte ragazze in giacca di pelle nera, Stella non  passata. Comincia a fargli male la schiena e gli occhi gli bruciano. Ha osservato scrupolosamente tutte le facce una per una, per essere certo di non lasciarsela sfuggire.
Poi, alle prime ombre della sera, a due isolati di distanza, si stupisce di quanto sia facile riconoscerla. Prima ancora che si definiscano i suoi lineamenti, la riconosce dalla posizione della testa, dalla giacca di pelle nera di sartoria, dai capelli chiari che le circondano il capo come un'aureola casuale.  bellissima.
Eppure cos normale. Come ci che colpisce di un kilim disadorno. La semplicit di Stella  possente e sfacciata. E
Ushman  orgoglioso di avervi colto la bellezza. Come se
l'essere capace di individuarla lo rendesse eccezionale. Lei non  una che fa colpo, non  appariscente, non  nemmeno esotica. Non cerca di farsi notare; cerca di farsi accettare.
Questo, Ushman l'ha capito subito. E ora capisce anche che lei non verr mai con lui. Lui  uno che si nota. Un pugno nell'occhio.
Ushman coglie il rumore del suo furgone in folle che sovrasta quello del traffico dell'ora di punta. Ascolta il suo ritmo familiare. All'improvviso Stella entra nel ristorante cinese all'angolo. La guarda ordinare alla cassa al di l delle vetrine illuminate a giorno. Proprio mentre lei fa un cenno di saluto a un tavolo di studenti in fondo al ristorante, lui ingrana la marcia. Lei si avvicina al gruppo e scambia un abbraccio con un ragazzo.
Un bel ragazzo biondo americano. Che tiene la mano sulla schiena di Stella. Ushman rimette in folle. Quasi subito Stella ritira alla cassa il sacchetto di plastica con dentro il cibo, torna fuori, sul marciapiede, e si incammina nella direzione del furgone di Ushman.
Tiene la testa china e il sacchetto le oscilla al fianco. Passa proprio davanti al grande furgone bianco di Ushman, per poi sparire dietro la cancellata nera.
Ushman posa la testa sul volante e tira un sospiro di sollievo.
Una volta tanto  stato bravo. Non si  umiliato. Non  saltato gi dal furgone per andare da lei fingendo di passare per caso da quelle parti, come tutto il pomeriggio, seduto l, aveva pensato di fare. Si congratula nuovamente con se stesso per essersi trattenuto, anche se non pu fare a meno di sentirsi deluso.
 ancora solo.
Non ha mai avuto l'impressione di capire quando, nella vita,  il caso di arrendersi con dignit e quando invece bisogna combattere fino all'ultimo. Stasera stabilisce che arrendersi sia la cosa migliore da fare.
Fa manovra e si immette nel flusso di traffico che da Broadway va verso sud, guardando una sola volta nello specchietto il campus alle sue spalle.
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CAPITOLO 6.
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 la fine della giornata. Ushman  in negozio, in piedi, con le mani unite dietro la schiena, in attesa. Come il personaggio di una commedia, che aspetta una svolta nella trama.
L'azione che motiver la sua prossima mossa. Invece non c' nulla. Niente direzione di scena. Niente dialoghi. Niente musica. Ushman va alla vetrina. Guarda fuori verso il marciapiede.
C' molta gente, vanno tutti di fretta. Lui invece si sente solo e immobile, come se stesse per scomparire. Chiss se qualche volta capita, si chiede. Se una persona pu essere tanto sola e insignificante da cessare di esistere, cos, di colpo. Le cellule che compongono il suo corpo potrebbero, per cos dire, colargli dai piedi e lasciare al suo posto soltanto una pozzetta d'acqua sporca. Come quei detriti liquidi che qualche volta, inspiegabilmente, insudiciano il marciapiede e costringono Ushman ad aggirarne l'indefinita circonferenza.
Ma se cos fosse, ragiona, allora non ci sarebbero i senzatetto che dormono sotto il cartone o che orinano nelle metropolitane. E poco a poco, man mano che l'evoluzione fa le sue magie, la solitudine e le persone che ne sono contagiate si estinguerebbero. Nel mondo rimarrebbero soltanto persone utili, felici e interdipendenti, e tutte si affannerebbero a dimostrare la propria importanza per l'universo nel timore che anche loro possano diventare vittime della selezione naturale.
Ma la vita della gente si dissipa in inezie. Non nel pensiero che fra mille anni qualche ignoto discendente possa essere in pericolo per via della nostra tendenza alla solitudine.
Che succederebbe se lui scomparisse? Qualcuno verrebbe a portarsi via i tappeti. Se li prenderebbe, li venderebbe e ci farebbe una fortuna. Proprio come lui ha preso il tappeto dell'uomo di Jackson Heights. Se l' caricato nel furgone mentre un furgone d'altro genere si portava via il corpo di quell'uomo. Era un uomo solo esattamente come me, si rende conto Ushman. Nessuno conosceva i fatti della sua vita. Le cose che aveva in casa. La complessit della sua mente.  un'analogia che tre mesi fa non avrebbe potuto cogliere. Oggi, pensa Ushman, sono un altro uomo. E se scomparir, che il ciclo continui. Lasciamo pure che qualcun altro rubi ci che resta di me.
Ma s, pensa. Lasciamo pure che qualcuno salga queste scale e si porti via tutti i miei tappeti. Lasciamo pure che anche lui abbia la sfortuna che ho avuto io. Che quel furto
lo talloni come un'ombra. Forse anche lui, allora, morir migliore. Cos il mondo si purificher. Attraverso il dolore e
il rimorso arriva la redenzione.
Ushman si strofina gli occhi e sorride del suo stupido filosofeggiare.
Si avvicina ancora di pi alla vetrina e, senza rivolgersi a nessuno di preciso, dice: Che idiota.
E proprio in quel momento la vede. Nell'isolato appena a sud-ovest. Cammina svelta, determinata. Quando attraversa la strada, riesce a vederla bene in faccia. Sulle prime  entusiasta di riconoscere qualcuno. Di tutte quelle persone, una la conosce. Ma poi capisce che sta venendo qui. La sua meta  lui. Come tante altre volte. Anche se per tre mesi, dopo il loro incontro in giugno, non  mai venuta. Ha ricevuto due messaggi, in cui gli ricordava di cercarle un tappeto che sostituisse quello dello studio. Li ha ascoltati con un groppo in gola, col timore di doversi ritrovare faccia a faccia con lei; poi, siccome non chiedeva un appuntamento, li ha cancellati. Ushman non vuole che lei gli rammenti la sua debolezza di quel giorno, n il suo gemito quando il respiro di lei gli ha mosso i sottili peli del collo.
Non vuole vederle in faccia il sorriso compiaciuto di chi conosce la sua vulnerabilit, di chi lo ha visto incurante di tutto, svuotato.
Da quella mattina che rimase con lui, mentre il sole percorreva la stanza, sembrano passati anni. Alla fine lei si alz, gli sfior il braccio e lo lasci l, solo. A chiudere gli occhi sulla stanza e a dormire, per tutta la fine della giornata e l'inizio di quella dopo. Dormire attraversando l'incubo ricorrente che l'ha seguito da Tabriz a Queens alla Madison Avenue.
In quell'incubo sta dormendo, con Farak accanto. Sono nella loro casa di Tabriz. Lui  svegliato da un pianto di bambino. Ascoltando meglio, capisce che il piccolo  in una stanza della casa. Poi, preso dal panico, si rende conto che loro hanno un bambino. Da tutto questo tempo. In mezzo a tanti aborti e tanto dolore, hanno dimenticato di averne gi uno. Un piccolo che ha bisogno di loro. Un piccolo che sta piangendo.  da un pezzo che piange. Nel sogno, Ushman scosta il lenzuolo e va a cercarlo. Sotto il letto, negli armadi e negli scatoloni, negli armadietti e fra gli asciugamani piegati.
Pi cerca, pi il pianto si fa forte, pressante. Ushman chiama Farak. Ha bisogno del suo aiuto. Quel bambino ha bisogno della madre. Incredibilmente lei continua a dormire.
Lui vorrebbe scuoterla, ma non ne ha il tempo. Segue il pianto fuori casa. In giardino fa freddo. Lui non ha niente per coprirsi. Ha i brividi. Poi sente la fontana. E, voltandosi, con le braccia protese, pronto a stringere a s il bambino e a consegnarlo a Farak, vede l'uccello. L'enorme airone bianco, con le piume che ingrigiscono sul collo. Sta beccando la panchina. Nello stesso punto in cui mor suo padre. E, provando una nausea quasi insopportabile, Ushman vede che il becco dell'uccello  rosso. Sta straziando il loro bambino.
Da tutto quel tempo sta beccando il loro bambino, metodicamente. Da tanti anni. Mentre loro si preoccupavano, litigavano, contavano i giorni. E ormai  troppo tardi. Il pianto  cessato. L'uccello vola via.
Dopo che la signora Roberts se ne fu andata, Ushman fece pi volte questo sogno. Alla fine, svegliato dalla luce del giorno, torn a casa. Sfinito e dolorante, guid senza prudenza.
Non obbed alle norme stradali e pass col rosso dopo aver rallentato per controllare un po' distrattamente se arrivava una macchina. Con una mano sul volante, pens di
oltrepassare la linea spartitraffico. Non sperava di morire, ma di mettere fine a quel dolore vuoto che sentiva nelle viscere. Quell'insieme di preoccupazione e rimorso che, come una palla di ferro, gli scavava un buco nella pancia e si faceva ogni giorno pi pesante e pi metallico.
Solo per fortuna arriv a casa sano e salvo.
Ora non gli  difficile ricordare quel sapore in bocca e quel peso nello stomaco. La signora Roberts li ha resi di nuovo palpabili.
Ma ormai Ushman  in trappola. Non ha il tempo di andarsene senza essere visto. Potrebbe fingere di non esserci, nascondersi nel ripostiglio, aspettare che suoni il campanello e lasciare che il trillo echeggi nel negozio finch lei non rinunci e se ne vada.
Questo  il suo piano. Camminando avanti e indietro nel negozio, conclude che non pu affrontarla. Oggi no. Gira il cartello su chiuso e apre la porta del ripostiglio, pronto a rifugiarvisi dentro. Controlla un'altra volta il marciapiede e vede che lei ha attraversato la strada ed  sul suo lato. A una decina di passi di distanza dal portone d'ingresso si ferma.
Proprio sotto la sua vetrina, guarda in su. Ushman  nascosto dietro il tappeto appeso. Uno splendido Bijar, del Kurdistan.
Gruppi di rosette rosse dentro medaglioni azzurro chiaro formano una grata.  simile a un tappeto che lei ha nell'ingresso, ma il gioco cromatico di questo non pu colpirla.
Cos lui tira un po' il fiato. Ma lei non sta osservando il tappeto; non ha gli occhi concentrati su qualcosa di preciso.
Sta solo guardando in su. Lui se ne sta l, in piedi, a tremare dietro il tappeto, in attesa di scappare. Lei fa ancora qualche passo verso il portone e poi, di nuovo, si ferma. La gente la urta senza rallentare il passo. Lei, guardando i guanti di pelle nera che le coprono le dita, si torce le mani.
Di colpo volta le spalle al portone e si dirige a sud, contro il flusso dei pedoni; poi si ferma ancora sotto la sua vetrina.
Di nuovo, rivolge gli occhi in su e si torce le mani. Ha deciso. Con un'andatura appena meno risoluta, si gira e torna sui suoi passi, lasciando Ushman l, alla vetrina, a tremare di sollievo.
Qualche giorno dopo, quando Ushman ha ormai dimenticato il proprio sollievo, la signora Roberts suona davvero alla porta. Non c' via di fuga.  dall'altra parte del vetro smerigliato della porta e si sta sfilando i guanti.
Quando le apre lei dice: Mi ha trascurata e il suo tono di rimprovero lo sorprende.
Non gli rammenta il loro ultimo incontro, non d segno di ricordare la disperazione di Ushman. E certamente non mostra l'esitazione di appena tre giorni fa.
Ushman fa un cenno col braccio verso il centro della stanza, per darle il benvenuto. La solita storia. Ho appena ricevuto gli ultimissimi articoli. Prego, prego, venga a vedere.
Ushman srotola quasi tutti i tappeti del negozio, compresi quelli che lei ha gi visto, quelli che lei ha gi avuto in casa e poi ha restituito, insoddisfatta, dopo qualche giorno. Che fatica. Ushman sta sudando.
Lei sta osservando scrupolosamente l'ultimo, a braccia conserte. Di nuovo, Ushman si ritrova alle spalle della signora Roberts, ad aspettare che si faccia un'opinione.
Sa, Ushman dice lei, senza staccare gli occhi dal tappeto.
 un Ghiordes da preghiera della fine del diciannovesimo secolo che Ushman ha comprato da un collezionista di Los Angeles. I colori sono tenui ma sorprendenti, con quella nicchia verde oliva e la bordura in blu marina e bordeaux.
Questo mi piace molto. Ma dal fondo della stanza sembrerebbe sempre capovolto.
Lui sospira. Pu essere considerato un elemento astratto.
Non c' bisogno che sia orientato in modo che si veda la nicchia...
Lei lo interrompe sollevando il dito. Lui riconosce il gesto e tace. Mi parli del tappeto, Ushman.
Quando  prossima alla scelta, lei fa cos. Ma non si tratta semplicemente di scegliere. L'acquisto, Ushman deve guadagnarselo. Deve parlarle del tappeto in modo che lei vi si affezioni, vi colleghi delle emozioni, come un bambino dell'orfanotrofio.
Questa nicchia  chiamata mihrab. Quando si prega deve essere orientata verso la Mecca. Ma  irrilevante, se lo scopo  ornamentale. Fu tessuto in un paese di montagna della Turchia occidentale appena prima di un grave terremoto che distrusse i laboratori nel 1905.  in condizioni eccellenti. Di produzione vecchia, ovviamente. La bordura a sette cornici simboleggia i sette passi dell'ascesa al paradiso.
E ci pu pregare?
Certo. Assolutamente. Cinque volte al giorno risponde Ushman, sorridendo.
Lei non sorride. Sta ancora fissando il tappeto. No
chiarisce. Intendo dire: pu pregarci adesso? Per me.
Il sorriso gli si spegne sulle labbra. Non capisco...
Per un attimo lei ha il viso serio, carico di aspettative. Poi, di colpo, scoppia a ridere. Non per davvero, Ushman. Vorrei solo vedere come si fa. Insomma, mi fa vedere come un musulmano salirebbe su questo tappeto nel momento della preghiera?
Lui non la guarda in faccia. Ma sa che ha negli occhi quell'espressione ormai familiare. Il desiderio, la brama.
All'improvviso sente un nodo alla gola. Senza capirne il fine, intuisce che quella  la richiesta di una qualche forma di sottomissione. Per ricordargli quali sono i suoi rapporti con lei e il suo paese. Per ricordargli che anche l, nel suo negozio,  lei a esercitare il potere. Per fargli capire che lei ha ancora in mente quella mattina di giugno.
Mi dispiace dice lei, quando il silenzio di Ushman ha riempito la stanza. Non volevo offenderla, assolutamente...
No, certo risponde lui, sapendo di doverle rispetto. 
una cliente.
Pur di vendere, le mostrer la salaat.  dal Ramadan dell'anno scorso che non prega.
Non ha pi l'impressione che il rito lo trasporti da qualche altra parte, dove possa sentirsi integro. Anzi, il rito non fa che ricordargli quanto ha perduto. Cos, esita a cominciare.
E Ushman non  un attore; nella sua chimica non c' alcun senso istrionico. I suoi movimenti sono minimi, lievi.
Anzitutto si sfila le scarpe e va sulla nicchia del tappeto.
A gambe appena divaricate, avvicina le mani alle orecchie, con il palmo in avanti e il pollice dietro il lobo. Recita le parole a fior di labbra. Lei non le sente. Quasi non le sente lui. Ma lei osserva le sue labbra muoversi, mentre lui tronca le parole e si piega subito sulle ginocchia, come lei vuole che faccia. Ushman non prega veramente. Solleva gli occhi verso di lei, per accertarsi che stia guardando, per accertarsi che capisca che  solo una simulazione, per chiarire che questa esibizione non ha niente di sacro e che lei non sta assistendo a una scena intima.
Gli occhi di lei, per, non mostrano di aver colto la differenza.
Se ne sta tutta irrigidita in segno di rispetto nei confronti della dimostrazione.  chiaro che lo considera un onore. L'invito in un mondo a lei sconosciuto. Un mondo che ha visto da turista a bordo di costose barche a vela e aerei presi a nolo, ma che non ha mai osservato davvero. Che non ha mai trovato particolarmente affascinante n accessibile, e nemmeno poi tanto eccezionale. Ushman le legge nello sguardo una sorta di remota epifania. Come se stesse ricordando cose che potrebbe aver visto in eleganti viaggi al Cairo o a Istanbul. E come se solo ora le cose che ha visto cominciassero ad assumere interesse per la sua vita. Grazie a Ushman in ginocchio davanti a lei. Inizia a vedere il mondo in una prospettiva pi ampia. A capire che anche quando passeggiava al bazar in cerca di un ninnolo per il figlio, evitando lo sguardo dei mercanti del posto che osservavano i costosi colpi di sole dorati dei suoi capelli e gli orecchini luccicanti ai suoi lobi, l c'era Ushman o uno simile a lui. Un uomo che avrebbe potuto aprire un tappeto, mettercisi sopra e dire quelle stesse parole, uno che credeva in Allah, uno che aveva la sua fede e credeva nel suo paese con la forza e la convinzione che lei ora brama. Perch questo genere di devozione richiede desiderio. E questo senso di struggimento, a quanto pare,  ancora al di fuori della sua portata.
Ushman si rialza e si asciuga il viso con i palmi. Vede?
dice, con disinvoltura.  un bel pezzo, con fini sacri. Non
sente pi l'urgenza di venderlo, n quello n altri tappeti.
Tanto la sua vita non cambier mai.
La signora Roberts sta ancora guardando il tappeto. Che cosa dice l'Islam di quello che c' dopo la vita, Ushman?
Che per chi crede e conduce una vita buona c' il paradiso.
E per gli altri c' l'inferno?
Lui annuisce.
Lei fa un breve sorriso. Ci deve sempre essere la fede. La convinzione. Non basta mai comportarsi bene.
Ushman si stringe nelle spalle. Guarda di nuovo il tappeto ai suoi piedi. Il mihrab, la nicchia, rappresenta l'ingresso del paradiso. Dal punto di vista simbolico ci sono...
Non voglio parlare di simboli lo interrompe lei, a voce bassa e piatta. Non mi interessano. Mi interessa quello che  reale. Quello che  urgente e assoluto. Ha gli occhi fissi sulla faccia di lui, come se stesse decidendo se quella, non il tappeto,  adatta all'arredamento della sua casa. Come se davvero potesse comprare un tappeto da quarantamila dollari in base alla risposta di Ushman.
Lui sta quasi per scrollare le spalle, ma ci ripensa e le solleva fino alle orecchie per lasciarle ferme l, assumendo l'aspetto di una tartaruga che si rintana nel guscio. Credo che ci voglia la fede per proteggere la religione dalla ragione.
Dopotutto non  una scienza. Allah, o Dio, vuole il cuore, non solo la mente. E il cuore deve credere. Le nostre azioni possono essere... come si dice... vuote. Adeguate ma vuote. Le azioni non possono sostituire il contenuto del cuore.
Poi, quando ha finito di parlare, abbassa le spalle, lentamente.
Intanto la signora Roberts distoglie lo sguardo, per tornare a posarlo gi, verso il tappeto accanto ai suoi piedi.
Lui la lascia guardare ancora un momento e poi ripiega il tappeto. Forse questo non fa per lei dice e, avvertendo l'intensificarsi dei clacson sulla strada, capisce che il pomeriggio se n' quasi andato.  probabile che il mese prossimo arrivi qualcosa.
Lo voglio ribatte lei, con la voce ancora piatta. Me lo porta subito?
Ushman guarda l'orologio. Chiude gli occhi e poi annuisce, col braccio allungato verso di lei. Come preferisce.
Io non ci sar. Non torno adesso. Ma ci sar la ragazza.
La far entrare lei.
Ushman la segue alla porta, ancora annuendo. Certo, certo.
Lei si ferma sulla porta e si infila i guanti di pelle nera, che hanno un forte aroma di cedro. E, Ushman, si assicuri che l'arco sia orientato dalla parte giusta. Verso la Mecca, vero?
Come vuole risponde lui, chiudendo la porta alle sue spalle, e guarda il Ghiordes da preghiera ripiegato su se stesso, docile, come defilato, simile a un bambino che vuole evitare di essere scelto per un compito difficile.
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CAPITOLO 7.
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Senza un tuono n un fulmine, comincia a piovere.  un diversivo tanto piacevole che Ushman, guardando fuori dalla finestra di casa, tira un sonoro sospiro di sollievo. Subito la strada si copre di pioggia. Quel nero lucido  bello come un fiume. I lampioni e i semafori si riflettono e si ingigantiscono nell'acqua. Ogni goccia di pioggia cade pesantemente e lascia al suo posto anelli di ondine delicate.  incantevole.
Si  svegliato all'improvviso, senza una ragione, e non  pi riuscito a riaddormentarsi.  seduto su una sedia della sala da pranzo che ha spostato vicino alla finestra e osserva la notte fuori. Continua a guardare la strada anche quando la pioggia cessa, improvvisamente come  cominciata.
Per un po' ha sperato di nuovo di vedere la sua prostituta dai capelli platinati, che a quanto pare  scomparsa dal quartiere. Pioggia o sole, uscirebbe nella notte a cercarla. E
invece  ancora qui, a guardare.
Il furgone del Times si ferma al chiosco e il conducente accatasta quattro fasci di giornali su una cassa del latte. Il proprietario li copre con un'incerata blu casomai dovesse rimettersi a piovere. Solo perch sta osservando con attenzione, Ushman coglie quel breve istante tra il buio e la luce.
Quando la citt  sull'orlo del giorno. Il marciapiede sembra quasi rosa e poi, di colpo,  gi tornato grigio. La luce dei lampioni diventa superflua, il traffico pi pesante e i pedoni vanno di fretta, con passo deciso. La giornata  cominciata.
Solo quando  sotto la doccia Ushman comincia a sentire il sonno. Lascia che gli si chiudano gli occhi e rimane a
godersi quella sonnolenza.  questa sensazione, si ripromette, che cercher di ritrovare stasera.
Indossa un po' a casaccio una camicia oxford celeste e blue jeans scuri. Prende un maglione da un ometto nel guardaroba ed esce senza aver fatto colazione.
Quando scende dal furgone a Manhattan,  spuntato il sole.  un sole molto diverso, per, da quello del giorno prima. Sui capelli e sulle palpebre di Ushman non  caldo.
Anzi, sembra quasi che con la sua luce raffreddi l'aria. L'isolato tra la Quinta e la Madison  lungo e tutto in ombra.
Ushman cammina svelto al freddo.
 in negozio da nemmeno dieci minuti quando squilla il campanello. La porta ha il vetro smerigliato, ma vede dalla sagoma che  una donna. Ushman alza gli occhi al cielo. La signora Roberts, pensa, si  gi stufata del Ghiordes.
Quando apre, rimane di sasso. Dev'essere un sogno, per forza.
Ma la ragazza  fradicia, infreddolita ed  reale.
Stella dice lui, allungando la mano. Lei gli mette nel palmo le dita esitanti e lui la fa entrare nel negozio.
Stella si ferma appena oltre l'ingresso, a guardarsi intorno.
Ushman si scusa e va a prendere la sedia accanto alla scrivania. Ecco la invita. Dai, siediti.
Ma lei non si muove. Ha gli occhi cerchiati, i capelli fradici e sembra tremare.
Stai bene? chiede Ushman, rendendosi conto che potrebbe essere ferita. Fa scendere l'acqua dal refrigeratore in un bicchiere di carta.
Stella si mette la mano davanti alla bocca, come se stesse cercando di tener dentro qualcosa. Ma la domanda di Ushman, la sua voce, la sua mano che le porge il bicchiere...
una delle tre deve averle smosso qualcosa. Deve aver spostato un pezzetto in lei. Il pezzetto che era forte, calmo, sotto controllo.
Le lacrime le scendono silenziose lungo le guance mentre tiene tutt'e due le mani sulla bocca. Ushman le posa sul gomito la mano e la mette a sedere. Stella comincia ad ansimare e china il busto, cosicch le va il sangue alla faccia.
Ushman si inginocchia accanto a lei. Lei scrolla la testa. Lui si rialza in piedi. Mette la mano appena sopra la sua schiena, a mezz'aria.
Alla fine lei si tira su e comincia a dondolarsi piano sulla sedia, avanti e indietro. Si toglie le mani dalla bocca e si asciuga gli occhi. Ushman prende dalla tasca di dietro un fazzoletto e glielo porge.
Stai bene? ripete. Sembra pi piccola di quanto la ricordasse. I polsi sono tanto delicati da fargli immaginare che le ossa, dentro, siano come ramoscelli.
Stella emette un lamento simile a un risolino e fa cenno di s con la testa. Ora  imbarazzata.
Be', sono contento lo stesso di vederti dice lui, sorridendo.
Lei ride di nuovo. Scusami si giustifica,  solo che...
Un'altra giacca rosa? chiede lui, sedendosi accanto a lei sulla catasta di tappeti. Non si rende conto di cosa sta succedendo. Non si rende conto che alla fine  venuta davvero.
Stella ruota gli occhi. Li tiene fissi al soffitto, tira un respiro profondo. Espirando dalla bocca, lascia ricadere la testa in avanti. Sono stata in piedi tutta la notte. Sono... sono distrutta. Guarda Ushman. Lui ha la faccia ben sbarbata, la carnagione marrone come la terra. Lei  pallida, con la pelle chiazzata di rosso ad accentuare la sofferenza. Te l'ho detto che i miei sono in Italia?
Lui fa cenno di no e inarca le sopracciglia.
In viaggio. Per questo ero al Kennedy quella sera.  un viaggio di consolazione. Per la loro sindrome da nido vuoto.
Ushman, non capendo l'espressione, corruga la fronte.
Io me ne sono andata e la loro casa  vuota. Sono soli.
Come due vecchi uccelli senza nidiata.
Cos i due vecchi uccelli se ne vanno in volo sopra l'oceano per andare a farsi una pizza?
Proprio cos. Sorride. Poi la faccia torna inespressiva.
Solo che ieri, a Venezia, mia madre ha tentato di uccidersi.
Si  buttata nel canale da un ponte.
Ushman si alza in piedi.  un riflesso condizionato. Il rifiuto di rimanere seduto davanti alla tragedia. Si mette una mano sulla fronte e poi la fa scivolare gi per un lato della faccia.  terribile. Si ... si rimetter?
Stella scrolla le spalle, asciugandosi di nuovo gli occhi.
Credo di s. Mio padre  stato vago. Non ne ha parlato molto. Di come sta lei. Mi ha detto solo che non potevo andare. Me l'ha proibito. A questa ammissione la sua faccia ricomincia a. corrugarsi tutta. Il dolore  acuito dalla distanza. Per Ushman  una sensazione familiare.
Ti sta proteggendo. E pur sempre tuo padre.
Non ho bisogno di essere protetta ribatte lei, bruscamente, come se Ushman dovesse accettare questo fatto perch la conversazione possa continuare.
Forse lui ha bisogno di proteggerti. Ha bisogno di esserne capace, anche se non a tuo beneficio.
Stella assottiglia gli occhi abbassando lo sguardo sulle proprie mani. Poi annuisce, debolmente, tra s. La voce si addolcisce. Non riuscivo a starci, nella mia stanza. Non volevo che questo diventasse il dramma notturno del college.
Cos mi sono messa a camminare. Ho preso un autobus.
Non sapevo neanche... Scoppia a piangere.
In Italia ci sono dei bravi medici, credo.
Davvero? chiede lei, asciugandosi all'ins, verso i capelli, le lacrime che ha sulle guance.
S. Cos mi hanno detto una volta.  vero. Anche se Ushman si rende conto che deve sembrarle falso.  troppo poco. Il fratello minore di sua madre emigr in Italia. Sua madre gli diceva sempre che era andato l perch aveva un dolore cronico allo stomaco e in Italia l'assistenza sanitaria era ottima. Naturalmente mor dopo appena sei mesi a Roma.
Mio padre mi ha detto che erano insieme. Stavano guardando...
Stella si interrompe, ingoiando l'esitazione nella sua voce. Credeva che stessero guardando un caff, un posto dove prendere qualcosa sul Ponte della Paglia, quando di colpo, velocissima, senza nessuno sforzo, lei  salita sul parapetto.
E poi  andata gi,  scomparsa. Senza il minimo rumore.
Lui ha urlato. Ha chiamato aiuto. C'era l un soldato, un
soldato americano, dall'altra parte del ponte.  corso da mio padre. Era come se sapesse. Ma come poteva? Mio padre non gli aveva detto neanche una parola. Il soldato si  tuffato.
Stella si posa le mani sulle cosce e raddrizza la schiena.
Mio padre ha guardato dal parapetto. Lei non c'era pi.
Ha visto solo il soldato, in superficie. E poi il soldato si  immerso. Una sola volta. Quando  tornato a galla aveva mia madre fra le braccia. Se l' trascinata dietro fino alla base del ponte. I capelli le nascondevano la faccia. Mio padre non vedeva se aveva gli occhi aperti o chiusi. C'era una folla ad aspettare che il soldato la portasse su. Un medico l'ha rianimata e mio padre  salito a bordo della barca della polizia con lei. Lei lo guardava, ma senza dire una parola.
Cala il silenzio e Stella guarda Ushman. Mentre parlava fissava un tappeto. Ora che guarda lui, comincia a scuotere la testa. Che casino dice, chinandosi di nuovo e coprendosi gli occhi con le mani.
Ti faccio un t propone Ushman, pensando cos di darle un motivo per rimanere e insieme un po' di conforto.
O magari preferisci andare a prendere un caff? Qui non ne ho.
Stella si strofina gli occhi. Il t va bene, grazie. Non ce la faccio a uscire di nuovo. Almeno per un po'. Mi sembra di aver camminato tutta la notte.
Ushman si mette all'opera. Lei lo guarda riempire di foglie di t sbriciolate una pallina d'argento. Anche se lui si sente addosso i suoi occhi, le mani rimangono sicure e si muovono delicatamente da un punto all'altro. Da un bollitore elettrico versa l'acqua calda in una semplice tazza alta di ceramica nera e poi ci immerge dentro la pallina del t. Si solleva il vapore. Stella incrocia le braccia davanti al petto.
Ushman nota il suo gesto.
Hai freddo dice. Vieni. Apre una porta dietro la scrivania.
 solo un ripostiglio. Ma  riuscito a farci stare una brandina, con sopra una coperta verde muschio. Gli  servita quando stavano imbiancando il suo appartamento e lui non ne sopportava l'odore. Ecco qua riprende, stendendo le braccia verso la brandina. Riposati e scaldati.
Lei ha ancora i brividi, anche se  accanto a lui sulla porta. Fa un passo avanti, verso la brandina. Posso? chiede.
Davvero?
Lui sorride. Nel mio paese no. Ma siamo a New York.
Le cose impossibili qui sono molto diverse da quelle impossibili in Iran.
Grazie a Dio replica lei, con un sorriso incerto.
Ushman annuisce.
Stella si siede sulla brandina. Lui va a prendere il t e glielo posa su un piccolo classificatore in un angolo.
Lei si sfila le scarpe e sorseggia il t. Ha ai piedi dei calzini bianchi da ginnastica che le lasciano scoperte le caviglie.
Ushman osserva la liscia pelle chiara con colpevole piacere.
Grazie dice lei, sollevando il cuscino. Un pezzo di carta plana sul pavimento. Stella allunga la mano sotto la brandina dov' caduto e lo raccoglie. E una fotografia di Ushman e Farak.
La consegna a Ushman. Lui arrossisce. Come se fosse stato colto in fallo. Come se fosse lui il colpevole della disperazione di Stella.
Scusami dice, dando alla foto solo un'occhiata. Sono su un divano a casa di Semah. Farak ha i lunghi capelli neri che le ricadono a riccioli attorno alle spalle. I suoi occhi guardano dritto nella macchina fotografica, grandi, marroni e animati.
Ha la stessa pelle liscia, senza rughe di Ushman, ma di una sfumatura pi chiara. Le labbra sono piene e rosse, ma non sorridono. Sono appena schiuse, come se lei avesse detto qualcosa alla persona che stava facendo la foto. Porta al collo una catenina d'oro. Ushman  seduto vicino a lei e sembra pi giovane e pi felice. Ha in faccia un grande sorriso quasi birbone.
Fa scivolare in fretta la foto nel taschino.
Stella alza le spalle.  bella commenta, coricandosi sulla brandina.
Non ti disturber dice lui, tirandole su la coperta fino al petto.
Chiude la porta, col cuore che gli batte forte. Sua moglie, la sua ex moglie, l'unica moglie che possa mai aspettarsi di
avere, la donna con cui ha dormito, la donna che gli ha preparato da mangiare e gli ha preso la testa tra le mani, non  la donna che c' di l. Farak  lontana mezzo mondo. Non ha mai visto questo negozio n la strada l fuori, con i suoi strani pedoni e i suoi cani di razza. Forse ora non lo riconoscerebbe nemmeno, Ushman, con le tempie ingrigite e gli occhi stanchi.
Ma  a lei che Ushman si sente ancora legato. Lei che in fotografia lo rende nervoso e lo fa sentire in colpa di avere quella ragazza in negozio. Tira fuori dal taschino la foto. 
stata scattata a una festa di compleanno. Farak era incinta.
Per la prima volta. Era un momento spensierato.
Il giorno dopo, lei era in autobus e stava andando a restituire una gonna presa in prestito da un'amica. Accadde all'improvviso, avrebbe raccontato poi a Ushman, come se qualcosa dentro di lei si fosse strappato o spezzato. Il dolore fu indescrivibile. Poteva dire soltanto che era stato come se l'avessero impalata, come se l'avessero infilzata in uno spiedo.
Scese dall'autobus e prese un taxi. L'infermiera, in ospedale, le disse di sedersi sul water, e cos fece. Le diedero un analgesico, ma lei piangeva ancora quando Ushman arriv.
Ed era ancora sul water. Ushman l'aspett nella sala del pronto soccorso.
In seguito l'infermiera le fece un'ecografia e conferm che l'utero era vuoto.
Ushman aveva messo la foto di Farak sotto il cuscino come promemoria. Un modo per tenersi legato al passato.
Perch  la donna nella foto che lui non vuole dimenticare.
Il modo in cui le loro dita si intrecciavano, il contatto con la sua pelle, il suono del suo respiro accanto a lui.
Gli aborti seguenti, il terremoto, la sua infedelt, il bambino in arrivo, la sua dichiarazione di abbandono del tetto coniugale: il dolore di questi ricordi, lui cerca di scrollarselo di dosso ogni giorno.
...
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...
CAPITOLO 8.
...
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...
Il t ha riempito il negozio del suo aroma amaro. Ushman siede sulla catasta di tappeti accanto alla vetrina, a guardare le nubi temporalesche che, di nuovo, oscurano il cielo.
 quasi buio e Ushman cammina avanti e indietro nel negozio.
Si ferma davanti alla vetrina e guarda l'inizio dell'ora di punta. La via  affollata di donne in lungo cappotto scuro.
Alcune hanno la sciarpa tirata su stretta attorno alle orecchie.
Queste figure gli ricordano casa. Donne in hijab, che vanno di fretta a preparare la cena e a recitare la preghiera.
Anche se Ushman non  mai arrivato a condividere il fanatismo dell'ayatollah, alla fine ha cominciato ad apprezzare le politiche del suo paese. C' poca ambiguit nell'Islam. Invece in America tutto  negoziabile. Tutto  possibile. E queste possibilit infinite diventano estenuanti.
 tutto il giorno che Ushman non tocca cibo. Aspetta che Stella esca dal ripostiglio. Lei  rimasta l a dormire in una delle giornate di maggior attivit, per Ushman: un grafico, due turisti e un giovane che cercava un tappeto come regalo di nozze alla sua sposa. Ogni volta che squillava il campanello, Ushman si faceva piccolo piccolo per la paura che il rumore la svegliasse. Pi che essere preoccupato per lei, era spaventato al pensiero di quanto sarebbe successo quando fosse uscita dallo stanzino. Tra lei e Ushman ci sono state pi parole e pi intimit di quanto non ce ne fossero state con Farak durante il periodo del fidanzamento. Perch, non riesce a fare a meno di domandarsi, in America la gente si espone tanto facilmente di fronte a perfetti sconosciuti?
D'altra parte anche Ushman si  rivelato a lei, nella sua fantasticheria. Ogni tanto ha accostato l'orecchio alla porta ed  rimasto in ascolto di un eventuale suo rumore. In quella posizione, si sorprendeva a immaginare che lei fosse l per
scelta, e non invece indotta da una tragedia. Fantasticava che lei fosse la sua nuova moglie americana. Che lei studiasse nello stanzino del negozio pur di stargli vicino. Che lei il sabato mattina lo accompagnasse al caff e la cameriera che li faceva sedere non gli dicesse pi che ne aveva fatta, di strada, da casa. Che convivessero nell'appartamento di Queens e addirittura potessero comprarsi una casa a Westchester, dove gli alberi sono vecchi e possenti.
Questi pensieri l'hanno fatto sorridere. Ma gli hanno anche iniettato una bella dose di adrenalina e di aspettative.
Con lo stomaco in subbuglio, i palmi sudati e le mascelle serrate, ha la sensazione di camminare da cinque mesi su un'asse gettata sopra un burrone. Da un momento all'altro l'asse potrebbe spezzarsi, o lui potrebbe scivolare e cadere.
Oppure, proprio quando  certo di non poter pi tenersi in equilibrio - con le gambe stanche, la testa che gli gira -, una mano potrebbe tendersi verso di lui. E immagina che questa mano sia Stella.
Alla fine, Ushman sente il rumore di lei che si sta svegliando.
Si siede alla scrivania e finge di essere impegnato a lavorare.
Quando Stella apre la porta, lui si gira a guardarla.
Non posso credere di aver dormito tanto. Sono davvero le cinque? Si tira su i capelli arruffati per scostarli dal viso e li fissa in qualche modo dietro la nuca.
 bellissima. Ha gli occhi grandi e grigi. Il viso mostra ancora uno sprazzo di adolescenza nelle guance piene e nel sorriso pronto. All'improvviso Ushman ha paura di lei.
Paura della sua bellezza e della sua sicurezza di s. Non fa per lui. Non sar mai quella che gli tender la mano. Lui ha troppi difetti,  troppo sgradevole.
Stella  in piedi dall'altra parte della stanza, a soffocare uno sbadiglio. Lui si sente di colpo stanco e demoralizzato per essersi lasciato andare alle sue fantasie giovaniliste.
Vieni dice, raccogliendo chiavi e cartella. Ti aiuto a trovare un taxi.
Oh, Dio. Mi dispiace tanto. Probabilmente avevi da fare. Avresti dovuto svegliarmi. Stella si strofina gli occhi e si liscia le guance.  all'ingresso, ad aspettare obbediente.
Ushman le apre la porta. Lei, alle sue spalle, aspetta che giri la chiave e inneschi l'antifurto. Lui ode il suo respiro, quasi lo sente sulla nuca. Lei continua a parlare.
Sei arrabbiato dice. Lo so.  stato stupido venire qui.
 che... in realt non pensavo di venire da te. Ma ho preso l'autobus e...
Stella. Ushman lo dice a bassa voce. Lei non lo sente e continua a giustificarsi.
Sono andata a est, senza nemmeno pensare...
Stella ripete lui, questa volta pi forte. Ha ancora la mano sulla maniglia.
S?
Da quando sono arrivato in America spero che mia madre muoia.
Stella non dice niente. Non si muove. Il suo respiro soffia costante contro la nuca di Ushman.
Posso spiegarlo. Ma pu esserci una spiegazione che giustifichi questo desiderio? Si gira a guardarla. Ha lo stomaco sottosopra. Pu esserci?
Stella guarda gi, verso i suoi piedi, e poi di nuovo su. I
suoi occhi sono limpidi e riposati. Certo, penso di s. Non credo negli assoluti morali...
Ecco qual  il problema, per l'America. Per gli americani.
 arrabbiato. Con se stesso perch vorrebbe ascoltare e con lei perch gli sta dicendo quanto voleva sentire.
Stella inarca le sopracciglia e fa un passo indietro. Posa i palmi contro la parete alle sue spalle. Mi stai accusando di qualcosa?
Di perdonare troppo. Di essere disposta a giustificare il mio odio contro di lei, le colpe che le attribuisco. Ushman non riesce a trattenere le parole.  pieno di rabbia, non nei confronti della ragazza, ma nei confronti di come lei lo ha spinto a desiderarla. Per come se n' stato l, nel suo negozio, mentre lei dormiva, a desiderare che lei gli cambiasse la vita. Che gli regalasse una parte di s. Ora questo desiderio lo fa sentire debole, perduto, pieno di rancore.
Di chi stiamo parlando, Ushman? Di tua madre o di Farak?
Lui non risponde. Non riesce a guardarla.
Sei arrabbiato perch ho dormito sulla tua brandina?
Perch sono venuta qui non sapendo dove altro andare?
Posso solo chiedere scusa e andare a cercare un altro autobus che mi riporti sulla Centosedicesima Strada. La voce  incredula. Le sembra impossibile che le si sia rivoltato contro.
Stella comincia a scendere i gradini. Lui guarda i suoi capelli arruffati rimbalzare sulla nuca a ogni passo. Lei sta per spingere il portone; sta per scomparire nella folla.
Mia madre  invalida dice Ushman, a voce troppo alta anche per la rampa di scale che li divide. Non c' pi nulla da nascondere. Lei sapr tutto. Se deve lasciarlo l a sentirsi in quel modo, tanto vale che sappia quanto  misera la sua vita. Farak  rimasta in Iran a prendersi cura di lei. E rimasta a badare a mia madre che avrebbe dovuto morire. 
rimasta e ha trovato un uomo che pu darle quello che io non ho potuto darle.
Stella ha la mano sull'infisso metallico della porta. Una mano pallida e immobile. Non si gira. La sua voce  bassa ma recisa. Ushman fatica a sentirla.
Non so perch stai urlando con me. Non so come rimediare, qualunque cosa io abbia fatto. E forse io non c'entro.
Quasi non ti conosco. Quasi non conosco niente.  quest'ultima ammissione a incrinarle la voce. Ma non ha altro da dire. Spinge il portone e se ne va, senza girarsi a guardarlo.
 buio, fuori, ma  ancora l'ora di punta. C' una folla di gente ad aspettare l'autobus per i quartieri residenziali. Stella  l in mezzo, come se cercasse di strappare un po' di calore ai cappotti. Ushman vede la pelle pallida della sua guancia illuminata dai fari di un pullman di passaggio. Immagina di riuscire a veder tremare le sue mascelle, come le proprie adesso.
Ushman si avvicina alla fermata dell'autobus. L'aria fredda  corroborante. Allunga il passo, quasi a cercare di giustificare il ritmo accelerato del suo cuore.  solo una ragazza,
dice tra s. Solo una ragazza alla quale ti sei esposto e hai dimostrato la tua inferiorit. Perch, si chiede, dovresti volerla rincorrere? E offrirle altre ragioni per odiarti?
Passato davanti a una persona o due, Ushman le prende la mano.  fredda. Lei gira la testa. Lui la tira fuori dalla calca. Sono di fronte alla luce della vetrina della gioielleria.
Ushman le lascia andare la mano.
Scusami dice.
Non importa. Stella si gira a guardare di nuovo se arriva il suo autobus. Ha un'espressione scontrosa, lontana.
Per favore riprende lui. Stella continua a non guardarlo.
Le cose che ti ho detto mi spaventano. La mia vita ...
un casino. A Ushman comincia a girare la testa: ha la sensazione di precipitare vorticando nel buio. Continua a parlare.
E mi vergogno di molte cose, ma la cosa pi recente di cui mi vergogno  quella che ti ho detto. Non odio questo paese.  stato il mio rifugio.
Stella sospira, impaziente. Non mi importa se odi l'America, Ushman...
Lui avvicina il dito alla bocca. Ti prego, fammi finire.
Stella acconsente, ma stringe la bocca in una smorfia di disapprovazione.
Ci sono molte cose che non capisco. Ma perch sei venuta nel mio negozio, questo lo so. E non ero arrabbiato.
Neanche un po'. Sei venuta perch volevi che qualcuno si prendesse cura di te. E io non ci sono riuscito...
Non  vero. Mi hai dato da dormire, mi hai offerto il t...
I miei sentimenti sono oscurati da... come si dice? Dalla mia valigia emotiva?
Lei annuisce, cercando di non ridere. Bagaglio emotivo.
Fammi riprovare. Per favore. Ushman vorrebbe prenderle di nuovo la mano, ma non lo fa. Ripete invece: Per favore.
Nemmeno lui sa bene cosa sta chiedendo. Sa soltanto che non vuole che Stella sia da un'altra parte. Vuole che sia qui.
Con lui. Non vuole che salga sull'autobus in arrivo alle sue spalle, con il suo rombo che si avvicina sulla Madison Avenue.
Il tuo  un bagaglio pesante, questo  certo. Stella spinge le mani in tasca. E a me non piace che mi si urli contro. Mai.
Mi dispiace dice Ushman, dolendosi di non conoscere un altro modo per esprimere il suo rammarico.
Lei guarda di nuovo se arriva l'autobus. Poi riprende:
Ma quelle cose che mi hai detto... su tua madre. Sui tuoi sentimenti per lei. Non so come funziona da voi in Iran, ma noi qui non facciamo leggi sulle emozioni. Secondo me un sentimento non pu essere immorale. La morale riguarda la volont e le azioni. Ushman riconosce nei suoi occhi la stessa espressione che ci ha trovato al loro primo incontro in aeroporto, quando lei si era convinta di aver scoperto una verit sugli uomini che lavoravano fuori sulle piste.
Un'espressione che da una parte cerca la sua approvazione e dall'altra lo sfida al dissenso.
Ushman annuisce, pronto a dichiararsi d'accordo su qualsiasi cosa dica. Pronto, semplicemente, ad ascoltare cos'altro ha da dire. Ma lei tace. Ora ha le guance rosse per il freddo e sta tremando.
Ecco il mio autobus dice alla fine, con un cenno della testa.
A lui gira ancora la testa e, anche se fa freddo - lo sente soprattutto alle orecchie e alle mani -, sta sudando un po'
all'attaccatura dei capelli e sotto la camicia. Abbassa gli occhi a terra, appoggia la mano alla vetrina della gioielleria per tenersi in equilibrio.
Ho la macchina dietro l'angolo replica. In un garage.
 un'affermazione disperata. Ha chiuso da tempo con la delicatezza.
Stella guarda l'autobus, che si  abbassato al livello del marciapiede per far scendere un passeggero anziano. Grazie del t dice, evitando i suoi occhi. Il suo corpo  pronto a rimettersi nella coda di chi aspetta di salire. Sarebbe sconsiderato da parte sua fare diversamente. Anche se lo conoscesse meglio. Anche se lui fosse stato pi corretto e gentile.
Fruga nella tasca in cerca del tesserino. Non c'.
Torna comunque in coda. Le sue mani continuano a cercare nelle tasche.
Ushman fa qualche passo avanti. Le mette sei monete da venticinque cents nella mano guantata e si allontana per tornare alla luce della gioielleria. Lei avanza con la folla. Lui vuole vederla andar via. Magari rimarr l tutta la notte, pensa. Semplicemente a veder passare gli autobus con l'abitacolo tutto illuminato, come se fossero in festa.
Lei si gira a guardare Ushman. Lui alza le sopracciglia. I
soldi non bastano? Tutto intorno a lei  sfocato. I semafori e i pedoni, i taxi diretti a nord sulla Madison, il vapore che si solleva dal venditore di hot dog all'angolo. Ma la sua faccia, quella la vede chiaramente. Lei vuole qualcosa da lui.
Ti preparer la cena dice Ushman, abbastanza forte da sovrastare il rumore del traffico. E questo che, improvvisamente, ha voglia di fare. Gli viene in mente quello che gli ha detto prima. Queste parole. Volont e azioni.
Una volta, in un talk show a tarda notte, Ushman sent un attore parlare della cena che aveva preparato alla fidanzata.
A quei tempi Ushman pens che era questo che voleva fare per Farak quando lei finalmente fosse venuta a vivere con lui a Queens. L'avrebbe portata in macchina a casa dall'aeroporto, l'avrebbe presa in braccio per attraversare la soglia di casa e l'avrebbe messa gi sul divano. Riposa qui, le avrebbe detto. Ti ho preparato il tuo primo pasto americano.
L'avrebbe colpita molto. Lei si sarebbe sfilata le scarpe e gli avrebbe raccontato del viaggio in aereo e della bellezza del ponte George Washington durante la discesa al crepuscolo.
Questa era stata la sua volont.
La faccia di Stella non cambia. Lui sulle prime pensa che forse non l'ha sentito. La donna dietro di lei le d un colpetto col gomito, impaziente di prendersi un posto a sedere.
Forse  quel colpetto, quel gesto a rammentarle di dover fare una scelta.
D'accordo dice Stella, finalmente sorridendo, ed esce dalla fila. Volentieri.
Ushman  sorpreso. Ma capisce che lei  in trappola. Non vuole stare da sola. Persino lui lo capisce. Inarca le sopracciglia.
Davvero? Non le chieder la ragione. Lei ha accettato.
Gli ha offerto una via per scendere dall'asse. Lui non cadr.
Non penserai mica che mi lasci sfuggire una cena gratis!
Molto bene risponde Ushman. Da questa parte, da questa parte. Le tocca il gomito solo per condurla dietro l'angolo fino al garage.
Ma questa non  una macchina.  un furgone osserva Stella, mentre Ushman fa un gesto in direzione del veicolo.
Hai ragione. E ha un ottimo impianto stereo. Ushman sorride facendo scattare la chiusura centralizzata con il telecomando.
Cos'? Uno scherzo? Stella aggrotta la fronte.
No.  vero risponde lui, aprendole la portiera.
Stella ride lo stesso.
Ascolta dice Ushman accendendo il motore. Preme qualche tasto della radio finch la sintonizza su una stazione che trasmette hip hop. Di colpo il furgone  tutto un battere e un rombare. Ci sono altoparlanti tutt'intorno a loro, davanti e dietro. Il volante vibra sotto le mani di Ushman.
Stella  aggrappata al sedile. Visto? dice lui, spegnendo lo stereo. Non era uno scherzo.
Stella non riesce a controllarsi. Butta la testa all'indietro, contro lo schienale, e ride fino a farsi scendere- le lacrime sulle guance. Quando finalmente riesce a parlare commenta:
Qui dev'esserci sotto qualcosa.
Secondo te non sarei tipo da hip hop?
Lei sorride. Un bagaglio ce l'hai, ma non di quel genere.
Ushman alza le spalle. L'ho comprato di seconda mano da un tizio a Queens.
Qualcuno deve averci fatto delle belle feste con questo.
Potresti essere il pi figo del quartiere.
Secondo te non lo sono?
Mi sa che prima devo vedere il tuo quartiere risponde lei allacciandosi la cintura di sicurezza.
Ushman guarda le sue mani sulla fibbia. Ha le dita lunghe,
ossute. Quando lei ha finito, lui non riesce a staccare gli occhi. Lei coglie il suo sguardo.
Cos'hai? chiede, guardandosi il palmo e il dorso. Cosa c'?
Non porti anelli risponde lui, pensando di dover giustificare la lunga occhiata con un'osservazione qualsiasi. Poi ingrana la marcia.
Stella scuote la testa. No. Suono il pianoforte e il mio maestro mi faceva sempre togliere gli anelli prima di suonare.
Era una seccatura, cos ho smesso di portarli. Alza le spalle. Ora lui la guarda in viso. Lei sostiene il suo sguardo finch un clacson riecheggia nel garage, facendoli sobbalzare tutti e due. Ushman solleva il pedale dal freno. Stella guarda fuori dal finestrino. Senza parlare, scendono la rampa in folle, fra le ombre proiettate dalle massicce colonne di cemento e dalle forti luci fluorescenti.
Ushman abita in un alto palazzo di mattoni rossi nel quartiere borghese di Flushing, a Queens. Parcheggia il furgone in un garage a un isolato di distanza da casa.
Quella  la mia annuncia, mentre insieme a Stella attraversa la strada puntando verso il tendone verde che sovrasta i portoni d'ingresso.
Carina commenta lei.
Ushman sta cercando di ricordare cosa c' nel frigorifero.
 vero che ha comprato del pollo al mercato, questo weekend?
Ha della minestra in scatola o abbastanza riso per due?
Magari ci fossero delle olive fresche o il tempo di fare uno stufato.
In America ha sempre cucinato sull'onda del ricordo. In effetti, ha imparato a cucinare chiudendo gli occhi e immaginando le mani di Farak che tagliavano, arrotolavano, cospargevano, mescolavano. Qui, nella sua cucina americana, l'ha vista passare il filo, marinare, speziare kebab, tagliare verdure, legare ali di pollo, rosolare cipolle, mettere a bagno lenticchie, bollire patate e dar forma a polpette al curry con la delicata punta delle sue dita. Cos facendo si 
sentito vicino a Farak e ha inventato una cucina tutta nuova.
Persiana, s. Ma mai con lo stesso esatto sapore dell'infanzia
o del matrimonio.
Stella si sposta in fondo all'ascensore per far salire con loro un'altra persona.  un giovane, in pantaloni della tuta e auricolari, e ha una radio assicurata al braccio con una cinghia.
Il volume della musica  tanto alto che sentono il ritmo delle percussioni arrivare dalla cuffia. Ushman lo guarda osservare Stella. Lui sorride. Lei sorride di rimando. Poi lui guarda interrogativo Ushman. Quasi impercettibilmente, il ragazzo d un'alzata di spalle.
Per un attimo Ushman ha quasi l'impressione di dover scendere dall'ascensore e lasciare che Stella segua quest'uomo a casa sua. Sono due americani, entrambi giovani e belli.
Sono fatti l'uno per l'altra.
Quando le porte si chiudono, il ritmo sordo della sua musica riempie l'ascensore e Ushman guarda Stella, pronto a cederla a quest'atleta. Lei se ne sta zitta, appoggiata al rivestimento di legno. Quando vede Ushman girarsi verso di lei, ruota gli occhi in direzione di Mr Atleta. Ushman si guarda
i piedi per nascondere il suo sorriso sproporzionatamente felice.
Sta ancora sorridendo quando le porte si aprono al suo piano. Stella lo segue verso la porta. Lui gliela apre e poi se ne stanno tutti e due fermi nell'anticamera, a guardare il suo soggiorno. Il parquet  ricoperto da due tappeti di Tabriz.
Ci sono grandi cuscini sparsi sul bordo di uno dei due ma nessun mobile.
Per! Un vero e proprio appartamento osserva Stella, passando davanti alla cucina per andare alle finestre dall'altra parte del soggiorno. In realt non c' vista, se non un reticolo di luci che si estendono per un bel tratto a est, verso il centro di Queens. Fantastico. Niente bagno in condivisione, niente piatto fumante sullo stereo, niente fon sotto il letto.
Io comincio a far da mangiare dice Ushman. Tu rilassati pure.
Stella si sfila il cappotto e glielo consegna. Lui lo appende nell'ingresso e poi va a rovistare freneticamente nel frigo.
Trova della feta e due prugne. Le mette da parte per il dessert.
C' del manzo tritato, con il quale fa velocemente delle polpettine che poi passa in padella. Mette a bollire il riso e taglia a pezzetti un avanzo di melanzane arrosto per farne un sugo. Nella credenza c' ancora un po' di pane non lievitato.
Posso aiutarti in qualche modo? chiede Stella, affacciandosi in cucina.
Ushman si limita a sorridere. Che strano vedere questa ragazza girare per casa in modo cos naturale, come se questo potesse davvero essere il suo posto.
S? insiste lei, non capendo il suo sorrisino.
S. Ushman prende una tovaglia. Potresti apparecchiare?
Le passa una tovaglia di lino rosso e indica una nicchia oltre il soggiorno. C' un tavolino rotondo di legno scuro fiancheggiato da due sedie imbottite dallo schienale alto.
Ushman finisce di preparare la cena mentre Stella stende la tovaglia e dispone i tovaglioli e le posate. Lui aggiunge i piatti quando si siedono.
 proprio carino, Ushman dice Stella, servendosi il riso e le polpette. Mi sento una persona reale. Molto civile
conclude, scimmiottando un corretto accento britannico.
Ushman annuisce. Mi dispiace di quello che ti ho fatto a Manhattan. Non avevo nessun diritto di arrabbiarmi con te.
Men che meno dopo quello che mi avevi detto... dopo quello che hai passato oggi.
Ti sei riscattato dice lei, pulendosi la bocca.  squisito.
Lo spero. Non ho mai cucinato per nessuno. Oltre che per me.
No?
No.
Com' possibile? Eri... volevo dire, sei sposato.
Non ho mai cucinato per Farak.
E perch?
Non lo so. Noi siamo abituati cos. Anche quando lei non stava bene. Sua sorella o le sue amiche ci portavano da mangiare. Lei, la servivano a letto. Io mangiavo a tavola. Da solo. O con mia madre.
Segue il silenzio.
L'Iran  un posto diverso. Completamente diverso dall'America.
 molto... come si dice... chiuso. Ushman sta cercando di spiegarle il suo matrimonio.
Anche il posto da cui vengo io, quello in cui sono cresciuta,  molto chiuso.
Non sei americana?
S, certo. Ma sono cresciuta nel Sud. Il Sud degli Stati Uniti. In una piccola comunit di persone molto tradizionaliste.
Il divorzio in realt non era tollerato. L'omosessualit.
Il sesso prima del matrimonio. Stella arrossisce. Ushman d un colpetto di tosse. Nemmeno l c'erano molti uomini che cucinavano: ecco cosa sto cercando di dire.
Me ne dimentico sempre. New York  tanto grande. Mi sembra quasi un paese intero. Ma ci sono molti altri posti, in America.
Molti dice Stella, ridendo. Prende un altro boccone.
Mio padre non mi ha mai preparato una cena.
Ushman si appoggia allo schienale. Davvero?
S. Gli uomini, nella mia famiglia, non cucinano. E comunque di certo non cos. Chi te l'ha insegnato?
Veramente ho imparato da solo. Guardando. Guardando i ricordi che ho in testa.  strano: allora, in Iran, non mi rendevo conto che guardavo. Non ci facevo caso. C'era.
Nello sfondo della mia vita. Come una canzone che hai sentito un mucchio di volte senza pensarci. E poi, di colpo, ti rendi conto che conosci le parole.
Stella ha gli occhi fissi sulle mani di Ushman mentre lui giocherella con il riso rimasto nel piatto. Prende il bicchiere e lo solleva verso di lui.
Agli uomini che cucinano esclama, aspettando che Ushman sollevi il suo. Lui lo solleva e uniscono i bicchieri.
Quando i miei hanno detto che andavano in Italia, ho fatto fatica a immaginarmelo riprende Stella, posando il bicchiere.
Perch?
Perch sono cos americani.
Ushman la guarda interrogativo.
Ma s, tutti giaccone scozzese e scarpe comode. Bistecca con l'osso e patate al forno. Cos amanti del buffet. Cos protestanti. Cos puritani. Stella gesticola come se le sue mani si spostassero da una serie di aggettivi all'altra.  tutta una questione di mentalit aggiunge, ruotando il dito accanto alla testa.
Ushman ride, coprendosi la bocca. Non capisce bene tutti i riferimenti, ma lei  tanto animata, tanto carina.
Stella si sente incoraggiata dal divertimento di Ushman.
Adesso ride anche lei. Ma riprende il discorso, raddrizzando la schiena sulla sedia e battendo le mani sul tavolo per sottolineare i concetti. Quando hanno cominciato a interessarsi al vino, alla pasta, ai nudi? E perch quando io vivevo con loro quelle cose non gli interessavano?
Ushman capisce che non sta cercando una risposta, ma scrolla lo stesso le spalle. Lei lo imita, ora contenendo l'energia. Poi, dopo averci pensato un momento, allunga una mano sul tavolo verso Ushman. Ehi, ehi dice, tamburellando le dita accanto al suo piatto. Forse questa  la pista giusta. Troppi nudi, forse? E per questo che lei l'ha fatto?
Ushman sorride, anche se non ha seguito bene la logica.
Stella, comunque,  divertita. Ride dal fondo della gola, con dei colpetti di tosse ilare. Avvicina il tovagliolo alla faccia per coprirsi la bocca, e la sua risata si fa soffocata e profonda.
Si asciuga gli occhi nel tovagliolo. Alla fine ha la faccia paonazza e un'espressione solitaria.
Ushman tace. Se ne sta l, seduto con lei, in silenzio. 
segretamente grato alla madre di Stella di essersi buttata dal ponte, quale che ne fosse la ragione. Perch con quell'unico gesto inaspettato, sua madre l'ha spinta sulle vie di Manhattan, verso l'East Side e finalmente a Queens da lui.
Stella giocherella con il tovagliolo in grembo. Una ciocca di capelli si sposta davanti al viso.
Posso fare un t propone lui, imbarazzato da quel silenzio.
Stella non alza lo sguardo. Mmm dice, con una smorfia.
Ushman non vorrebbe che lei se ne andasse, ma cerca di farsi coraggio prima di sentire le sue scuse.
Ho fatto un disastro, col tovagliolo spiega, con un sorrisetto.
Scusami. Prende il tovagliolo dalle ginocchia e se
lo apre davanti alla faccia: ora  nascosta. La tela  tutta cosparsa di macchioline nere, come di fuliggine.
Ushman non risponde subito. Sta ancora aspettando che lei gli dica che deve andarsene. Fa niente? chiede. O
adesso dovrai uccidermi? La sua voce  perfettamente modulata.
Per un attimo Ushman crede che sia una domanda seria.
Si vergogna. Non pu immaginare che Stella possa pensare queste cose di lui.
Ma quando lei abbassa ancora un po' il tovagliolo, lui vede la sua bocca. Un bel sorriso birbone che gli ricorda la giovinezza di lei e la capacit di recupero che hanno i ragazzi. Pensa a quanta strada hanno fatto, oggi, le emozioni di Stella. Eppure eccola qui, a fabbricarsi la sua piccola felicit.
Ushman sporge la mano verso di lei. Lei ci mette dentro
il tovagliolo. Lui china la testa, cercando di non sorridere.
Cercando di seguire il copione. Finge di ispezionare il tovagliolo.
Lo laver e la vita ti sar risparmiata.
Scusami dice lei, strofinandosi le dita sotto gli occhi.
Sono abbastanza pulita per il t?
Assolutamente risponde lui, buttandosi il tovagliolo di Stella sulla spalla. Insieme sparecchiano e Ushman prepara il piatto del dessert e due tazze di t. Siedono insieme in soggiorno, fianco a fianco, sui suoi tappeti di Tabriz. Ushman mostra a Stella come si sorseggia il t attraverso una zolletta di zucchero tenuta tra gli incisivi.
 buono osserva lei, ma come si fa a conversare?
Ushman sorride, scoprendo la sua zolletta.
'asta imharare. Un rito di hassaggio.
Stella ride. Ushman si toglie la zolletta dalla bocca e con la lingua d qualche schioccatina di compiacimento per lo scherzo. Si sente cos rilassato. Cos sicuro di s. Cos americano.
Ciascuno finisce il suo t in silenzio, guardando le luci di Queens, che sembrano farsi pi forti fuori dalla finestra.
Stella posa la tazza e con molta naturalezza appoggia la
testa sulla spalla di Ushman. Lui si irrigidisce. L'odore dei suoi capelli, dei suoi vestiti, della sua pelle lo riempie. Poi lei, con la stessa naturalezza con cui l'aveva appoggiata, solleva la testa.
Dovrei andare a casa. Mio padre potrebbe aver chiamato di nuovo.
 stato solo un gesto amichevole, dice Ushman tra s. Qui tutto  diverso. Lei pu toccarmi cos, posare la testa appena sopra il mio cuore e poi toglierla. Non significa niente.
Ti accompagno propone, alzandosi con le due tazze in mano.
Non ce n' bisogno. Posso prendere la metropolitana.
Ma non ho assolutamente idea di dove sono.
Ushman sorride. Neanch'io.
Le strade sono piene dei rumori che Ushman sente ogni giorno per andare al lavoro. La sera il volume  un po' pi basso, ma c' ancora la cacofonia di clacson, motori diesel, frenate, radio, velocit. Ushman, tuttavia, guida piano. Vorrebbe trovare qualcosa da dire a Stella. Qualcosa che lo renda indispensabile. Qualcosa che la induca a voler rimanere nel furgone con lui per sempre. Invece guarda le infinite paia di fari davanti a s e si mette a canticchiare.
Cos'? chiede Stella.
Ushman alza le spalle. Un motivo. Non so come si chiama.
Ora sono a Manhattan e Ushman entra nel parco, diretto a ovest. La strada  tutta curve, e buia in confronto al ponte di Queensboro. Stella si gira a guardare Ushman.
La settimana prossima ho gli esami.
All'universit?
S. Ushman intuisce che lei sta spostando la conversazione su argomenti banali, mentre si avvicinano alla Upper West Side. E non vuole che questa serata finisca in chiacchiere.
Non vuole che finisca senza una qualche forma di comprensione in pi.
Sono divorziato dice.
Stella guarda prima fuori dal finestrino e poi di nuovo lui.
Veramente? Credevo... E Farak?
Ha ottenuto il divorzio. Per abbandono del tetto coniugale.
Perch allora mi hai detto che eri sposato? La voce di Stella  curiosa, non accusatoria.
Non lo so. Nella mia testa sono sposato. Ero sposato. 
successo tutto cos lontano da qui che qualche volta  difficile capire che cosa  reale.
Quando?
Quando lei  rimasta incinta. Quando ha messo mia madre in un istituto e ha lasciato la nostra casa. Quando  andata a vivere a Istanbul con il padre del bambino.
Ah. Stella ha la fronte corrugata per la preoccupazione.
Fino a stasera non mi piaceva pensare di essere divorziato.
E adesso? Stella indica l'edificio in cui abita. Lui fa un'inversione a U per accostare proprio di fronte alla cancellata del Barnard College.
Ushman mette in folle e lascia le mani sul volante. Stella sta aspettando una risposta. Lui tira un respiro profondo e si gira a guardarla. Ha le mani intrecciate in grembo. La testa  sollevata, gli occhi gli scrutano il viso.
Adesso dice lui sembra la cosa migliore.
Lei sorride. Come una specie di miracolo, non ride, non giocherella nervosa, non distoglie lo sguardo. Semplicemente, lo guarda dritto negli occhi e sorride.
Ushman allunga la mano per superare il vuoto che li separa.
Le tocca la guancia con il pollice.  l che ha intenzione di baciarla, ma proprio quando sta per posare la bocca in quel punto, accanto al pollice, Stella gira la testa, cos il bacio le arriva sull'angolo della bocca. A met delle labbra.
Un bacio a mezze labbra. E poi lei si fa timida. Rossa in viso, apre la portiera.
Grazie della cena dice, sul marciapiede. E del passaggio.
Di niente. Terr tua madre nei miei pensieri. Posso telefonarti?
Lei annuisce. S, per favore.
Ushman la guarda allontanarsi dal furgone e oltrepassare la grande cancellata nera. Potrebbe starsene l tutta la notte, a sperare che lei torni, si accosti al suo finestrino, gli dica ancora qualche parola. Che gli dia un altro bacio. Ma allo stesso tempo non vede l'ora di tornare a casa a sentire il suo odore. Lavare i piatti che lei ha usato, rimanere a guardare le macchie del suo trucco e ricordare il peso della sua testa sulla spalla.
Ha lavato i piatti e ha fatto due volte il giro della casa, ricordando scrupolosamente ogni punto in cui  stata. Cos, un'altra notte insonne: Ushman rimane a guardar gi verso la strada vuota.
Senza una ragione, senza averci pensato consapevolmente nemmeno una volta, si ritrova fuori, diretto verso lo spaccio.
Una parte di lui comincia a dimenticare la stranezza dei fatti della sera, del carattere di quella ragazza. Cos facendo, inizia a figurarsi un esito prevedibile del loro incontro.
Immagina che Stella sia una studentessa molto disinibita, una di quelle che si scatenano in topless nei rave party trasmessi da MTV. Immagina un altro incontro come quelli che ha visto tante volte alla televisione americana. Un incontro in cui, a un certo punto della serata, Stella si scusa un momento per poi ricomparire dal bagno in nglig di pizzo nero.  una fantasia che lo eccita e insieme lo spaventa.
Lo spaccio  nel quartiere e, quando Ushman arriva sulla porta, si chiede perch ci sia andato. Non ha voglia di un'altra aranciata. Ma non ci bada: ormai  qui. E nervoso e, entrando, evita lo sguardo del commesso. Gironzola fino in fondo al negozio e si ritrova proprio davanti all'espositore dei preservativi. Ma certo, pensa, ecco perch sono qua. Per la prima volta, stasera, Ushman ha l'impressione di avere il dominio di s. Come un vero uomo.
Ma guardando le confezioni, tutte con una scritta dorata eppure ciascuna un po' diversa dall'altra, si sente confuso.
Gli ultrasensibili sono intesi per uno come lui, un uomo dalle emozioni troppo forti? Il lessico dei preservativi non gli  familiare. Non riesce a figurarsi le nervature, n immagina come possano farla godere di pi.
Guardando l'espositore, Ushman si ritrova roso dal dubbio e dal rimorso.  riuscito a introdurre nella sua vita un altro problema. L'incontro di stasera non si trasformer mai in qualcosa che somigli alla fantasticheria che ha in mente.
Servir soltanto a ricordargli, quando l'incantesimo sar spezzato e Stella avr cambiato rotta per inseguire le cose, quali che siano, inseguite dalle ragazze come lei, quanto sar solo per il resto dei suoi giorni. Quanto pu diventare crudele questa vita americana. Con le sue possibilit infinite e le sue puntuali delusioni.
All'improvviso si ritrova di fianco una donna. Non osserva ogni confezione: va a colpo sicuro e prende quella scura in formato economico. Ha le mani piccole e le dita sottili.
Ushman non gira la testa, ma guardandole la faccia con la coda dell'occhio capisce di conoscere quella donna.  la prostituta che  stata nella sua cucina qualche mese fa.
Quella che tante volte avrebbe voluto rincontrare. Sembra diversa, sotto le luci fluorescenti del negozio. I capelli sono cresciuti rivelando il nero naturale. Indossa una maglietta e una minigonna di pelle.
A quanto pare anche lei lo riconosce.
Hai della figa gratis? dice, sistemandosi sotto il braccio un pacco di carta igienica. Non  mai buona come quando la paghi.
Ushman finge di non aver sentito.
Ti serve un diversivo? Vieni con me. Io ho i miei aggiunge, scuotendo la sua scatola di preservativi prima di allontanarsi.
Ushman si gira e va agli scaffali degli shampoo. Se ne sta l, sudato, finch la vede uscire dal negozio. Poi, senza alcuna esitazione, sceglie la stessa confezione che ha scelto lei e porta a termine l'acquisto senza altri incidenti.
Nonostante questa umiliazione,  tutto contento di portarsi a casa i suoi preservativi, che mette nel cassetto del comodino. Coricato al buio, di nuovo in attesa del sonno,
pensa alla scatola l dentro. Il lucido cartone nero, seducente come una fotografia. La foto in bianco e nero di una pin-up.
Come quelle che suo zio teneva in una padella sotto il lavandino. Da ragazzino, quando le trov, rimase colpito dalle strisce di pelle tra un pezzo e l'altro del bikini. Fu la prima conferma che le donne avevano davvero le forme magnifiche che si era immaginato.
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CAPITOLO 9.
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C' in programma un'altra cena a casa di Ushman. Stella gli ha telefonato in negozio per dirgli che sua madre  stata trasferita in una clinica appena fuori Padova. Ce la far. Suo padre sta proseguendo il viaggio con il gruppo. Accompagna le ultime parole con un sonoro sospiro all'altro capo del filo.
Questo ti preoccupa? chiede Ushman.
No. Anzi s, certo. Immagino che non sappia che altro fare. Ma mi sembra sbagliato. Come se un giro turistico potesse essere una reazione appropriata a quel che  successo.
Si  buttata da un ponte. Lo dice quasi con rabbia.
Gi risponde Ushman, emozionato e turbato dalla sua telefonata.
Mio padre  uno molto pragmatico. Ora sembra che Stella scelga le parole con cura; cercando di essere gentile, cercando una spiegazione. Probabilmente pensa che, se deve diventare isterica, lo diventer e basta. Lui pu anche andarsene a Roma a vedere il Colosseo. La vita va avanti.
Ushman mormora qualche parola di assenso, anche se non sa se  questo che lei vuole.  nervoso.
S, insomma, fintanto che lei non muore, la vita va avanti
riprende Stella, emettendo una risata breve, vuota.
Ushman si limita ad ascoltare, cercando di orientarsi.
 uno schifo sbotta Stella alla fine. Sta forse piangendo?
Non saprebbe dirlo. La voce  sottile e rassegnata.
Sei molto coraggiosa.
Non so perch ti sto dicendo queste cose.  solo che...
La voce vacilla. Poi, pi forte, riprende: Non voglio che
qui lo sappiano. Non voglio essere "quella con la madre matta che si  buttata da un ponte in Italia".
Manterr il segreto.
Grazie risponde lei con calore.
Vieni di nuovo qui a cena? Ushman arrossisce, vergognandosi del goffo invito.
 come se lei percepisse i suoi dubbi.
Ho un altro segreto mormora.
Involontariamente sussurra anche Ushman. Quale?
Sempre a bassa voce, lei risponde: Sono vergine.
Ushman sente contrarsi lo stomaco. Pensa di levare la mano dal ricevitore, come se anche quel minimo contatto con lei potesse essere un crimine. E invece, con la paura di muoversi, rafforza la stretta.
Lo so che  una bella bomba da lanciare continua lei, ora a volume normale.  che  una cosa molto personale.
Ma siccome voglio venire a cena da te... niente, volevo dirti come stanno le cose. Sai com', per ogni evenienza...
Ushman cerca di regolare il respiro. Non riesce a parlare.
Spero di non averti spaventato a morte. Non voglio dare un'immagine falsa di me. Poi ci sono dei momenti di imbarazzo in cui...
Mmm... Ushman esita.
Non che sia una puritana o cose del genere. Insomma, non  che non mi interessi... Uff. E sempre cos. Penso di poter prevenire quei momenti di imbarazzo con l'onest e poi, bum, il momento di imbarazzo lo creo io.
Ushman si sente smascherato. Ripensa alla fantasia che si  costruito la notte scorsa, quella che l'ha spinto allo spaccio e a quell'acquisto assurdo che, anche in questo momento, se ne sta l nel suo comodino.
Quanto gli sembra ridicola adesso quella fantasia. Udendo di nuovo la voce di lei, si chiede come abbia potuto anche solo pensare che una ragazza cos in gamba, cos simpatica potesse essere una allegra. Un pensiero che gli aveva dato un'idea di che cosa aveva in mente andando a cena da uno come lui. Che gli aveva instillato delle aspettative, una mappa sulla quale individuare la propria posizione. Nel
buio della sera, si era convinto che quello fosse l'inizio di una storia di sesso.
Ma ora Stella vuole una cosa che Ushman non riesce a capire fino in fondo. Evidentemente vuole stargli vicino, costruire una relazione.
A che scopo?, si chiede Ushman. Certo lui non  l'uomo pi adatto che lei conosca. L'ha vista, quella sera, abbracciare quello studente nel ristorante cinese. Quel ragazzo -
biondo, americano, istruito -  di sicuro pi adatto a lei.
Chiunque sarebbe pi adatto a lei.
Ushman non  affidabile.  straniero, divorziato, ha quasi tutti i capelli grigi, i piedi grossi e nessun amico. Non c' logica nella loro amicizia.
Per adesso devi dire qualcosa, se no il momento di imbarazzo si trasforma in una barriera invalicabile.
Io non mi aspetto niente mente lui, sforzandosi finalmente di parlare.
Ovvio che c' un'altra fantasia, ancora pi irrealizzabile, riguardo a questa ragazza. Una fantasia alla quale non ha dato voce nemmeno nella sua mente.  solo una sensazione vaga. Una spinta sotto i piedi, un fremito nel petto. Lei potrebbe essere un'altra occasione.
Non mentire dice Stella, senza timore di prenderlo in giro. Non  che il sesso non mi interessi. In realt ci ho provato, a perdere la verginit.  una bruttissima storia. Te la racconto stasera.
Non vedo l'ora risponde Ushman, ridendo senza volere.
Allora. Ho guardato la mappa della metropolitana. Non  poi tanto complicato arrivare da te. Posso prendere il sette e poi...
Vengo a prenderti io dopo il lavoro.
Ma non  un problema. Potremmo trovarci all'angolo di...
Non la lascia finire. Stella, vengo a prenderti. Per favore, lasciamelo fare.
Segue una pausa. Lei si arrende e la sua voce  allegra e piena di autoironia. D'accordo. Sar quella con la madre
che si  buttata da un ponte e con la verginit a disposizione di chi se la prende.
Credo che ti riconoscer.
Dopo aver consegnato tre tappeti a un cliente al Greenwich Village, Ushman sale i gradini del museo Metropolitan.
Questo pomeriggio deve partecipare a una tavola rotonda.
Si  alzato il vento e lui si tira su il bavero del cappotto di lana. L'assistente della conservatrice lo sta aspettando all'ingresso.
 giovane, probabilmente coetanea di Stella. Non si sognerebbe mai di invitarla a cena.  sconcertato nel constatare quanto  stato bravo con Stella. Come se quella sera, all'aeroporto, avesse comprato non soltanto un biglietto per Parigi, ma anche il coraggio di un altro uomo.
Questa ragazza ha il viso largo e gli occhi contratti, come se glieli avessero tirati per farceli stare. Non  attraente quanto Stella, nemmeno paragonabile, eppure a lui sembra assolutamente irraggiungibile. Lei lo accompagna alla galleria dove si terr la tavola rotonda. C' un silenzio imbarazzato fra loro, mentre i tacchi di lei echeggiano lungo il pavimento.
Ushman prende diligentemente posto dietro il lungo tavolo a un capo della sala. Ci sono delle sedie pieghevoli, per met gi occupate, quasi tutte da coppie anziane. Guardano Ushman che si toglie il cappotto e beve un sorso d'acqua da un bicchiere davanti a lui.
Ci sono altri tre relatori e tutti stanno sfogliando il catalogo della mostra in corso. Ushman si alza di nuovo in piedi, tende la mano a ciascuno di loro e si presenta. Sono facce familiari, ma non si  preoccupato di memorizzare i nomi.
Dopodich anche lui si mette a sfogliare la sua copia del catalogo.
La mostra  sui tessuti mediorientali del Seicento e inizio Settecento. Ushman  l'unico dei quattro a non essere un accademico. La conservatrice del museo incaric Ushman di aiutarla ad arredare il suo appartamento con dei kilim e da allora lo chiama a partecipare a importanti tavole rotonde.
Probabilmente per il tocco di autenticit che pu dare all'evento. Per la sua conoscenza di prima mano di telai, tinture, decorazioni, luoghi di provenienza, a lui tanto familiari.
E per lui queste sono buone opportunit professionali.
Sono molti i clienti che ha trovato attraverso il museo.
Compresa la signora Roberts. Quando lei entra, con una pesante sciarpa nera ancora avvolta attorno al collo, Ushman fa un cenno con la testa e sorride. Lei si siede nella prima fila, davanti a lui. Frequenta immancabilmente ogni mostra, ogni dibattito che organizza il museo. La sua presenza, questo pomeriggio, non lo sorprende.
Ushman deve andare a salutarla. Non ne avrebbe voglia.
Preferirebbe ignorarla, dimenticare il disastro della sua vita reale e soffermarsi sulla prospettiva del suo incontro di stasera.
I tappeti iraniani, la cultura islamica e l'arte tessile sono
lo scenario della sua infelicit. Questo pomeriggio vorrebbe essere uno che non sa niente del modo complesso in cui il nodo turco ha influenzato il nodo iraniano. Chiude il catalogo e sospira.
Come sta, signora Roberts? Ushman le porge goffamente la mano, ma lei  impegnata a sciogliersi la sciarpa e non se ne accorge. Lui lascia ricadere la mano lungo il fianco.
Lei sistema la sciarpa sullo schienale della sedia e poi guarda in su, verso di lui. Benissimo, Ushman. E lei?
Lui annuisce. Molto bene, grazie.
Ci stiamo godendo il tappeto da preghiera dice lei, sorridendogli.
Ha ricevuto il mio assegno?
S, grazie. Allora  certa della scelta?
Quasi. Ha negli occhi un'espressione civettuola.
Non mi dispiacerebbe chiudere la pratica dice Ushman.
La chiamo la settimana prossima. Lo sa che per queste decisioni non mi piace aver fretta. Non vedo l'ora di sentire
il dibattito.
 una mostra bellissima. E mi ha fatto molto piacere rivederla. Ushman accenna un inchino e le volta le spalle.
Torna al tavolo e si rimette a guardare il catalogo.
Il suo preferito  un tappeto polacco donato al museo nel 1950 da John D. Rockefeller. Chiamato cos perch la
prima volta che fu mostrato al pubblico, a Parigi nel 1878, si pens che lo stemma intessuto fosse polacco. Anche se fu poi dimostrato che, come molti altri simili, era stato prodotto a Isfahan per lo sci Abbas I e la sua corte, nessuno si  mai preso la briga di dare un altro nome a quello stile. A Ushman piace sempre pensare ai tessitori dell'inizio del diciassettesimo secolo che producevano questi eleganti tappeti esportati in tutte le citt europee pi eleganti come dono dello sci.
Sua madre gli ha raccontato che una volta, quand'era bambina e i russi occupavano ancora Tabriz dopo la resa dei nazisti, se ne stava su un muretto di pietra di fianco a casa a guardare tre soldati russi giovani e biondi che arrotolavano goffamente il tappeto polacco di suo padre. Suo padre, un mercante proprietario di molti laboratori, aveva parecchi tappeti preziosi in casa. Ma il suo preferito era il polacco.
Aveva corrotto altri soldati perch non glielo prendessero.
Ma questi tre erano proprio decisi. Stranamente erano stati colpiti dai disegni, in ogni caso pi da quelli che dal denaro di suo padre. O forse erano solo crudeli. Forse avevano sentito dire, da altri soldati, quale valore attribuiva a quel tappeto, quanto significasse per lui.
Su richiesta dello sci, gli americani stavano per cacciare i russi dall'Iran. Sarebbe stato il loro primo impegno nell'ambito della guerra fredda. Ma non arrivarono in tempo per impedire questo furto. Non arrivarono in tempo per cambiare il corso degli eventi di quel pomeriggio. Quando i russi se ne furono andati e il pavimento dello studio di suo padre fu spoglio, la madre di Ushman si sedette sul muretto di pietra e si mise a guardare fuori dalla finestra, e vide suo padre, il nonno di Ushman, prendere cautamente un coltello da caccia dalla vetrinetta nell'angolo della stanza e piantarselo fra le costole, nel cuore.
Cadde prima in ginocchio e poi di petto, e il coltello si conficc ancora pi a fondo.
A Ushman piace immaginare che il tappeto polacco di questa mostra possa essere quello del nonno. Che, magari, Rockefeller possa averlo comprato a Parigi da un collezionista russo appena qualche anno prima di donarlo al museo.
Se fosse una persona migliore, Ushman manderebbe il catalogo alla madre. Ascolterebbe le sue rimostranze contro i soldati americani, che proibirono la cerimonia della sepoltura nell'interesse della sicurezza del quartiere. Non si stuferebbe mai delle sue rimostranze. Parteciperebbe al suo dolore. Invece  pieno di risentimento nei confronti della madre perch non  corsa pi veloce in soccorso di suo nonno. Per non aver premuto pi forte sulla ferita o non aver chiesto aiuto a voce pi alta. Perch Ushman, per tutta la vita,  stato testimone dell'autocommiserazione della madre. Ed  certo che, anche a dodici anni, su quel muretto, sua madre stava gi trasformando la tragedia del padre nella propria storia patetica.
No, questo tappeto Ushman non lo condivider con la madre. In questa sua riflessione intima, gli  di conforto pensare alla miriade di percorsi che ha fatto il tappeto prima di approdare qui, nel pi bel museo d'America. E com' che lui si trova qui con questo tappeto?, si chiede. Lui, l'unico iraniano nella sala.  forse il suo legittimo proprietario. La sua ricchezza gli parla dell'alone di leggenda che circonda quell'eredit; della regalit e della civilt dell'Iran e dell'onore di suo nonno. Con quella seta dai toni profondi, arancio, giallo, rosso, bruno, e quei broccati d'oro e d'argento,  un vero e proprio capolavoro.
Fortunatamente per lui, tuttavia, questo pomeriggio il pubblico sembra pi interessato ad altri tappeti. Quelli siriani, turchi e iracheni. Ushman potrebbe parlare di tutti questi. Ad altre tavole rotonde  intervenuto pi spesso e con maggior entusiasmo, gratificato dall'apprezzamento che il pubblico manifestava per la sua competenza. Ma oggi non riesce a farsi venire in mente il modo giusto di esprimere il suo legame con la grandezza di questi tesori storici. Non ha l'energia sufficiente per vantarsi. Vorrebbe che qualcun altro lo facesse al posto suo.
Ushman  certo di aver raccontato alla curatrice del museo, in passato, la storia di questo tappeto polacco, ma lei sta scorrendo confusa le sue annotazioni, arrotolandosi attorno all'indice una ciocca di capelli. Lui guarda il pubblico.
La signora Roberts, con la testa ben dritta,  intenta ad ascoltare, o a sognare. Due uomini hanno la testa china e dormono. I due spettatori pi attenti si stanno sforzando di udire un relatore dalla voce particolarmente flebile.
Guardando queste vecchie facce americane dagli occhi incassati e pensando al percorso storico di questo tappeto, Ushman  turbato dalla piccolezza del mondo. La faccia di sua madre, molto simile a queste, che da un letto di Tabriz guarda dalla finestra nubi che hanno le stesse forme che hanno nel resto del mondo. Alcune delle forme che hanno proprio adesso le nubi sopra Manhattan. E questo tappeto, o uno che gli somiglia molto, un ricordo dietro gli occhi di sua madre, un tessuto dei suoi sogni, una parte della sua chimica.
E questo stesso tappeto  appeso qui, di fronte alla signora Roberts, che senza dubbio ne mostrer la fotografia al marito, con il corpo che lo tradisce proprio come il corpo della madre di Ushman tradisce lei. La morte verr dall'uno e dall'altra, da tutti noi, in modi diversi, ma lascer dietro di s esattamente lo stesso silenzio. Si porter via il ricordo di questo tappeto e la forma delle nubi che hanno attraversato ciascun paese.
Ushman muove i piedi sotto la sedia.  deciso a coltivarsi qualcosa di suo, un piccolo momento preciso al quale tenersi ben saldo, al quale pensare fino all'ultimo battito del cuore, qualcosa da calcarsi forte sulle palpebre finch non vi rimanga impresso, un piccolo disegno nel tessuto della sua pelle, che gli cambi l'anatomia per sempre. Con sollievo e impazienza, gli viene in mente la serata che lo aspetta, il suo appuntamento con una bella ragazza americana.
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CAPITOLO 10.
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Stenta a crederci, ma alle sei lei  davvero l, all'angolo fra Broadway e la Centosedicesima Strada. Indossa un poncho di lana arancione e jeans ampi. Ha la cuffia alle orecchie e saltella al ritmo della musica. Per un attimo Ushman esita.
Non c' niente che possa legarlo a questa ragazza. Da bambini non hanno imparato le stesse canzoni, lei non sa come si inondano di colore le rive del Talkheh all'alba e al tramonto.
Nel cuore c' il ricordo di un altro paesaggio. Lei viene da un mondo diverso; il suo percorso non pu rispecchiare quello di Ushman, nemmeno per un brevissimo tratto.
Contrariamente al buonsenso, si ferma e solleva le mani dal volante per fare una ricognizione. Quando lei sale e sorride togliendosi la cuffia, lui ricorda alla propria parte cinica quanto  buono il suo odore. I suoi occhi sono accoglienti, familiari. Non  un'estranea. Non pi di chiunque altro in questo mondo. Nemmeno Farak, con la quale credeva di condividere tanto - cultura, valori, eredit, patria -, nemmeno lei l'ha mai conosciuta veramente. Altrimenti non sarebbe qui, solo, in America.
Per la prima volta da quando la conosce, Stella si  messa il rossetto.  strana ma bella. Ushman si concentra su questo.
Quel colore ti sta bene osserva, facendo qualche gesto in direzione del poncho.
Ti piace? chiede lei. L'ho appena preso in un negozio in centro. Uno di quei posti che vendono vestiti nuovi e usati tutti pi o meno allo stesso prezzo. Ride. Ci sono andata con delle ragazze del pensionato. E tu?
Io?
S. Cos'hai fatto oggi? Gli occhi di Stella sono ricettivi, avidi. La sua curiosit  vorace.
Solo lavorato risponde lui, ricordando i fatti della giornata, che ha avuto inizio molto presto allo spaccio.
Ah dice lei, accostando la faccia al parabrezza, quasi dimenticavo. Stasera c' un'eclisse di luna. Secondo te riusciremo a vederla da casa tua?
Assolutamente. E se non ci riusciremo, saliremo sul tetto. In realt Ushman non  mai stato sul tetto del suo palazzo, ma ha sentito dei condomini parlarne.
Dovrebbe essere impressionante. Stamattina ho fatto astronomia.  una materia obbligatoria - cio non la farei, se non fossi obbligata -, ma in effetti  stupefacente, quando ti rendi conto che il tempo e lo spazio sono immensi. Si interrompe e guarda verso Ushman. Sto parlando troppo?
Il fatto  che sono emozionata. E nervosa.  incredibile che stamattina ti abbia detto quelle cose. Si nasconde la faccia con le mani.
Ushman guida e basta.
Poi, di colpo, lei drizza la schiena e lo guarda dritto in faccia.
E comunque, ho avuto lezione di astronomia e il professore ha parlato della cronologia dell'universo. Ti rendi conto che l'umanit  solo questione di un secondo? Ma cosa dico un secondo? Una frazione di una frazione di quello che l'universo  stato e sar. Questo ti d la prospettiva.
Cos non posso sentirmi completamente stupida per aver detto quello che ho detto. Anzitutto perch  vero. E poi perch tanto non rimarr niente, n di me n della mia stupidit.
Nessun fossile, nessun mutamento geografico pu documentare gli esseri umani pi importanti, figuriamoci le mie insignificanti ammissioni.
Guarda Ushman e lui, finalmente, sorride. L'intensit della sua voce e il ritmo rapido del discorso lo elettrizzano.
Be', adesso sto parlando veramente troppo. Si appoggia allo schienale.
Il fatto  che parli cos in fretta. Devo concentrarmi, per seguire la logica.
Lo so. Specialmente quando sono emozionata. Cercher di parlare... pi... lentamente. Ammicca.
Ushman sorride. E vero che parla in fretta, ma lui ha capito tutto quello che gli ha detto. Vuole dimostrarglielo.
Qualcosa che rimane deve pur esserci. Qualcosa di indelebile
osserva.
Non mi risulta. Ma se alla prossima lezione ci verr data qualche speranza, te lo far sapere.
Grazie. E ora dichiara Ushman con autorit, passiamo da un take-away e andiamo a vederci l'eclisse a Queens.
Un tke-away! Fantastico. Possiamo andare a un cinese?
Ushman annuisce. Lei sembra una bambina eccitata. Se non fosse cos affascinante, se non avesse quegli occhi sgranati e quell'autenticit, tanto entusiasmo lo insospettirebbe.
Con quelle scatolette bianche. Mi piace un sacco. I miei non amano molto la cucina cinese, cos a casa mia non si ordinava mai ai take-away. Ecco dove sta il bello di andarsene di casa: tu, qui, il cinese dice lei, con spontaneo affetto.
Eh, gi commenta Ushman, immaginando il senso di libert che deve provare. Lui non se n' mai andato dalla casa dei genitori. Mai finch non  venuto in America. In Iran non aveva mai vissuto senza la paura di ritrovarsi la madre a ogni angolo. Lei era sempre l, anche subito dopo il matrimonio, quando era costretta a letto. Il suo odore, la sua voce che arrivava a loro nel buio, i suoi capelli da spazzolare.
Io non me ne sono mai... Fa per raccontarlo a Stella, ma poi cambia idea. Non avevo mai provato la cucina cinese finch non sono venuto a New York.
Stella lo guarda. Ushman intuisce che lei ha capito che non intendeva dirle questo. Lei distoglie lo sguardo e si gira verso il finestrino, come se le cose inautentiche non le interessassero.
Davvero. Be', d'accordo, una volta a Istanbul c'era un vecchio con un carretto che vendeva involtini alle uova. Ero con mio padre e lui ne compr uno per ciascuno. Ricorda di aver mangiato quella squisitezza esotica dalla carta cerata mentre insieme guardavano le mastodontiche petroliere che attraversavano il Bosforo.
E allora?
Un po' unti ma buoni.
C' un cinese all'angolo di fronte al mio pensionato.
Lo so dice Ushman, ricordando la sua faccia al di l della vetrina e il ragazzo che ha abbracciato. Voglio dire, l'ho visto quando sono venuto a prenderti.
La cosa assurda  che fanno anche pollo fritto, hamburger e panini. Chi  che va a un cinese a mangiare hamburger e patatine?
Ushman scrolla le spalle.
Secondo me  molto sospetto. La polizia dovrebbe indagare.
Magari i sociopatici si riconoscono dal fatto che ordinano hamburger al cinese.
Ushman ride. Ma sono i titolari a metterli nel menu.
Bisognerebbe che non li offrissero.
Stella inarca le sopracciglia. Questa s che  una buona traccia. Possiamo accusare i ristoratori incerti. Sono loro i sociopatici.
Lui ride di nuovo. Forse. Vale la pena di studiare il caso, no?
Certo. Il tuo cinese serve anche roba americana?
No risponde lui. Nemmeno le bibite. Solo t.
A me piace il tuo. Con una zolletta di zucchero fra i denti.
Sar un piacere preparartelo.
Qualche tempo dopo, sul tetto, Ushman e Stella sono seduti sulle cassette del latte a guardare la Terra oscurare la Luna.  un processo graduale, come se stessero guardando uno scultore scolpire la pietra. A Ushman ricorda le parole che gli ha detto Stella sul furgone. Quanto sono grandi lo spazio e il tempo. Anche solo una settimana fa, non avrebbe mai immaginato che potesse interessargli un'eclisse. Ma ora, stasera, la osserva con attenzione, semplicemente perch cos fa Stella.
La loro cena cinese  stata consumata e Ushman ha preparato il t. Stanno ancora guardando il cielo. La luna non
 pi illuminata, nemmeno una scheggia. Rivela la sua vera natura: soltanto roccia fredda e buia. Senza la luce del sole su di lei, non c' magia, non c' fascino. Mentre sono seduti in questo buio temporaneo, ad aspettare, Stella allunga la mano e la posa sul ginocchio di Ushman. Tiene gli occhi fissi in cielo, ma lui li abbassa sulla sua mano. Su quel pallore assoluto contro i pantaloni scuri.
Si sente stranamente liberato, qui sul tetto, sotto l'eclisse.
La pelle di lei  cos chiara, cos morbida, cos calda.
Ushman solleva l'indice ed esita solo un istante prima di posarglielo sul mignolo. Delicatamente, come se sperasse di non farsi accorgere, lo passa sui rilievi delle sue ossa. La nocca di ogni dito, la circonferenza di ogni nocca. Meravigliato da quanto sia facile toccarla, Ushman prosegue, sempre soltanto con il polpastrello, prima tracciando il paesaggio del suo polso ossuto e poi, infilato il dito nella manica aperta del poncho, la curva dell'avambraccio, con i peletti invisibili che gli fanno il solletico. Quando raggiunge l'incavo del gomito, la pelle  increspata dalle piccole protuberanze della pelle d'oca. Non pu vederle, perch solo la mano  scoperta, sul suo ginocchio, ma le sente al tatto ripercorrendo il braccio all'indietro.
Dovremmo entrare propone lei, sempre guardando in su, verso il nuovo spicchio di luna che si vede ora.
Hai freddo dice lui, alzandosi in piedi e lasciando scivolare gi dalla gamba la mano di lei.
No risponde Stella, finalmente guardandolo.
Ushman riconosce nei suoi occhi il desiderio, ma non pu credere che sia per lui.
E l'eclisse? domanda, mentre lei gli prende la mano.
Ormai mi sembra una questione puramente accademica.
Non volevo... Spero di non aver...
S che volevi... E s che l'hai fatto. Adesso va' fino in fondo. La sua voce  ferma e sicura.
Ushman la conduce per la porticina che si affaccia sul pianerottolo e poi scendono in ascensore, in silenzio. In casa, si siedono per terra accanto alle finestre e Stella si sfila il poncho.
Continua, per favore sussurra, posando la testa sul tappeto.
Ushman sorride, per niente convinto che una ragazza capace di chiedere in quel modo possa davvero essere inesperta.
Ma non dice nulla. Anzi,  ben contento di compiacerla.
Si mette in ginocchio, curvo sopra di lei, come se stesse esaminando un tappeto. E con lo stesso occhio critico che la guarda: le palpebre pallide, le lunghe dita, le guance accese.
Poi, con gli stessi movimenti che usa per saggiare la densit e la fibra di un tappeto, continua il percorso sulla sua pelle, questa volta usando la punta di tutte le dita. Al loro passaggio, il corpo di Stella risponde e gli comunica la propria assoluta disponibilit. Quasi senza pensarci, Ushman concede alle sue mani di passare anche per i luoghi pi sacri.
Bench lei sia completamente vestita, per lui il suo corpo non potrebbe essere pi scoperto. La naturale affinit che sente per il corpo di questa ragazza americana lo sorprende.
 come se lo riconoscesse, come se fosse tornato in una casa a lungo dimenticata.
Quasi si scorda che quel corpo, in realt,  abitato, finch lei apre gli occhi e gli posa la mano sulla guancia. Lo tira delicatamente a s e posa la bocca sulla sua. Pi che un bacio,  uno scambio di respiri.
Poi, di colpo, lo lascia andare e si copre la faccia con le mani.
Cosa c'? Cosa c' che non va? chiede Ushman, ricordando quanto  delicata la situazione.
Che imbarazzo risponde lei, con la faccia ancora nascosta.
Sono cos imbranata.
Tu? Non c' vergogna nella purezza. Dovrei essere io quello imbarazzato. Ushman si siede sui talloni, con le mani lungo i fianchi.
No, non dire cos. Io... non ho mai provato niente del genere. Non credevo che tu potessi fare questo senza andare fino in fondo. Si toglie le mani dalla faccia e gli occhi gli svelano un aspetto nuovo di lei. Una grande tenerezza e l'estremo bisogno.
Neanch'io, veramente. Non  questa la mia esperienza.
Stella tende le braccia e lo stringe a s. Ushman sente sul collo il suo respiro, ancora rapido e caldo. Chiude gli occhi.
Bene dice lei, sciogliendo l'abbraccio. Pronto per la storia? Per il mio fiasco, o quasi?
Ushman torna a sedersi sui talloni. Vai risponde, stupito di come lei riesce a comportarsi, anche ora. Non  distante o tesa com'era Farak qualche volta.
Era la sera del ballo. Lui aveva un Maggiolino. Io indossavo un vestito nero. Avevamo sbevazzato un po'. Stella sorride, ricreando mentalmente la scena.
Quale ballo? E cos'avevate fatto? Sbavazzato?
Sbevazzato. Bevuto. Avevamo bevuto vino e succo di frutta, che poi  la cosa con cui i ragazzi vengono iniziati all'alcol. E il ballo, qui,  la festa degli studenti che si fa a fine anno. Vestiti da sera, musica alta, grandi aspettative. Ci siamo?
S, vai pure avanti. A Ushman piace immaginarla in abito da sera nero.
 semplice. Tra noi c'era una specie di tacito accordo che l'avremmo fatto. Non so nemmeno com'era stato stabilito.
Ci vedevamo da un po' ed era come se fosse inevitabile.
Cos, tutti e due sapevamo cosa sarebbe successo ed era stata una serata terribile, perch non eravamo riusciti a pensare ad altro che a metterci in macchina per tornare e ai preservativi nascosti in una scatola, e l'impegno era diventato fonte di grande stress.
E poi? Quando lei accenna ai preservativi nascosti, Ushman arrossisce.
Decisi di andare fino in fondo. Stella ruota gli occhi in su. Volevo che fosse finita. Volevo poter passare oltre, invece di non pensare ad altro che alla mia "verginit", ogni volta che baciavo un ragazzo.
Quanti ragazzi hai baciato?
Lei si stringe nelle spalle. Non molti. Dieci, forse.
Ushman ride. Dieci sono molti. Dieci ragazzi. Immagino che sia tipico dell'America. Le osserva le labbra. Anche se lui  stato sposato ed  andato con due prostitute, Stella ha baciato pi labbra di lui. Non gli piace pensarci.
La terra dei barbari, eh? Stella gli d di gomito.
Credevo che fosse tutta propaganda islamica scherza Ushman, cercando di alimentare un po' di allegria intorno al passato di Stella.
Ehi, guarda che sono ancora vergine!
Com' possibile? Sbevazzando - giusto? - in abito nero?
Stella si copre la testa con le mani. Bofonchia qualcosa che Ushman non capisce.
Lui, delicatamente, le toglie le mani dalla faccia. Lei emette qualche risolino e si gira, nascondendo la faccia nel tappeto. Devi dirmelo la incalza lui.
Lei si gira a guardarlo. In tono scherzosamente solenne confessa: Si addorment. Sul divano del suo migliore amico, mentre tutti noi giocavamo a biliardo.
Ushman scuote la testa. Un bicchiere di troppo, eh?
Gi. Ruttava nel sonno. Che schifo. Mi feci accompagnare a casa dal padre del suo amico. Una vergine indesiderata la sera del ballo. Il giorno dopo avevo un concorso di pianoforte ed  andato male. Avevo perso tutta la mia sicurezza. Stella spinge in fuori il labbro inferiore in un broncio.
Che storia triste la prende in giro Ushman. Avresti dovuto raccontarmela all'aeroporto quando ci siamo conosciuti.
Lei sorride. S, certo. E poi me l'avresti dato, il biglietto da visita, eh?
Ma dovrebbe essere un sollievo per te che quel ragazzo cos poco attento non...
Adesso s risponde lei, guardandolo e appoggiandosi sui gomiti.
Il suo modo di fare diretto lo sorprende sempre.
Adesso non sar n goffo n adolescenziale n insignificante.
Sei sicura? chiede Ushman, ma  la parola insignificante
a rimanergli impressa nella mente. Lui  forse qualcosa di pi di un qualsiasi altro ragazzo che ha baciato? E, se cos fosse, cosa potrebbe significare per lei?
Lei annuisce. Oh, s. Sono sicura risponde, e la sua voce tradisce piena soddisfazione. I capelli le ricadono in avanti, sulle spalle. Ushman allunga la mano e si fa scivolare una ciocca tra le dita.
Ti tratter onorevolmente sussurra, sincero, anche se ormai non ha pi un'idea chiara di cosa significa.
Lei gli si accoccola addosso e lui le avvolge il busto caldo nelle braccia. La luna  di nuovo piena ed entra con i suoi raggi, illuminando il loro improbabile abbraccio.
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CAPITOLO 11.
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Marted mattina, quando la signora Roberts telefona, sono passate quasi due settimane dal giorno in cui Ushman ha consegnato a casa sua il tappeto da preghiera. Quasi due settimane da quando lui ne ha accuratamente orientato la nicchia verso est, col rumore delle sue suole di gomma che stridevano sul parquet. La cameriera, zitta, lo osservava da un angolo. Ushman ha provato compassione per lei, che lavora tutto il giorno in quella casa. Con le sue stanze silenziose che hanno sempre questo vago odore di disinfettante. Immagina che il suo appartamento, quello della cameriera, abbia invece l'odore di quelli degli operai di Tabriz: olio da cucina, carne arrostita, semi di senape che bruciano. Con addosso un velo e un mantello, potrebbe sembrare iraniana. Ma nei suoi occhi, con le grandi palpebre che declinano dolcemente, nella sua figura sottile, a forma di pera, nelle sue dita tozze e forti c' qualcosa di occidentale. Lei gli ha sorriso, gli ha sorriso appena, mentre lui era in piedi in attesa di seguirla alla porta.
Ho preso una decisione annuncia la signora Roberts a Ushman, che ascolta la sua voce al telefono. So che era molto ansioso di...
Ero solo ansioso di soddisfarla la interrompe lui, cercando la sua fattura sulla scrivania.
Be', per quanto sia bello, le restituir il tappeto da preghiera.
Bench deluso, Ushman non  sorpreso. Trova l'assegno, allegato alla fattura, e lo strappa.
Pu venire questo pomeriggio, Ushman? Vorrei anche che portasse via il tappeto dell'ingresso per farlo pulire.
Per un attimo Ushman non riesce a visualizzarlo. Poi gli viene in mente.  uno dei primi che ha comprato. Un Bijar che gli era arrivato da Parigi. Ha un motivo a grata di piccoli medaglioni che contengono gruppi di rosette rosse su campo color cammello. Rievoca gli Aubusson del diciannovesimo secolo, ma i colori lo rendono anche piuttosto moderno.  un tappeto molto raro e, quando la signora Roberts lo compr, lui cap che aveva davanti una cliente dalle grandi potenzialit.
Preferirebbe mandare un pony a ritirare il tappeto, ma sa perfettamente che non  il caso. Dopo, la signora Roberts si lamenterebbe. E quando una persona sborsa per i suoi tappeti tutti i soldi che ha sborsato lei, Ushman pu benissimo giustificare un servizio cos personale.
Posso venire alle tre risponde, annotandoselo sulla fattura.
Ottimo dice lei, e riaggancia.
 la prima volta che Ushman va a casa sua da quando ha baciato Stella. Chiss perch, questo lo intimidisce. Non guarda la cameriera in faccia, anche se lei gli sorride calorosamente.
E, quando la signora Roberts lo riceve nel suo studio, lui la scavalca con lo sguardo, dirigendolo verso le finestre e il cielo al di l di quelle.
Ma Ushman dice lei, con voce brusca e severa, non ne ha portato un altro da provare?
Lui si alza in piedi, aprendo le mani davanti a s, vuote.
No. Non  arrivato niente dall'ultima volta che  venuta in negozio.
Be', deve chiamare Farak. Lei dovr trovarmi qualcosa di strabiliante.
Ushman si guarda le mani. Le lascia cadere lungo i fianchi.
Non ha gradito che la signora Roberts nominasse Farak.
Si accorge di avere un groppo in gola. Non riesce a emettere alcun suono. Cos, annuisce.
Voglio qualcosa che dia un tono a questa stanza. Capisce?
Qualcosa di raro e delicato. Le descriver la stanza?
Di nuovo, Ushman annuisce.
Allora dice lei con impazienza, dandogli le spalle per avvicinarsi alle finestre. Lo far?
S. Sar una mia priorit risponde Ushman, in tono flebile.
Ricordi quanto  vuota questa stanza, quanto sembra spoglia senza niente per terra.
Lo ricorder dice Ushman, questa volta in tono pi fermo. Ha riacquistato la sua voce. Troveremo un tappeto assolutamente perfetto.
Lo spero proprio conclude lei, tornando a guardarlo.
Sorride, brevemente, poi, prima di uscire dalla stanza, si ferma solo a guardare Ushman che solleva il tappeto e se lo mette in spalla.
Lui lo carica sul furgone e poi torna su a prendere il Bijar da pulire. Durante questo secondo viaggio non vede la signora Roberts. La giovane cameriera  all'ingresso ad aspettarlo. Gli tiene aperta la porta mentre lui  al lavoro.
Ushman arrotola con cura il tappeto e si accorge che lei, l, in piedi, nell'ingresso, si  messa a cantare. E una canzone che non conosce. Le parole sono in un'altra lingua a lui incomprensibile, ma l'effetto di quella melodia che fluttua nell'anticamera fino all'ascensore  malinconico.
Ushman si carica il tappeto in spalla ed esce passando davanti alla ragazza. Preme il pulsante per chiamare l'ascensore e aspetta. Lei continua a canticchiare finch lui entra nell'ascensore. Quando Ushman preme il bottone, sente la melodia interrompersi bruscamente e la porta dell'appartamento richiudersi piano.
...
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...
CAPITOLO 12.
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...
Ushman ha gi dato quattro occhiate da sopra la spalla di Stella. A quanto pare sta studiando un manuale di astronomia.
Ogni volta, un po' spera che lei guardi in su e un po'
spera di no. Vuole spiarla.  vero. Vorrebbe guardare, senza inibizioni, senza paura di vagare con gli occhi su ogni centimetro di lei. Osservare il movimento delle sue mani e le curve pallide dietro le orecchie. Ma vorrebbe anche che lei vedesse lui. Che percepisse la sua disponibilit. Che chiudesse il libro, si infilasse il cappotto e andasse con lui al furgone.
Ushman dovrebbe essere alla sezione dei periodici; le ha detto che gli piace sfogliare i settimanali per cercare fotografie dell'Iran.  vero solo a met. Una volta si sforzava di guardare le riviste per cercarvi la faccia di Farak. Per cercarvi, pi precisamente, immagini che provassero la sua gravidanza.
Un rigonfiamento del suo mantello, che normalmente sarebbe invece ricaduto piatto. Nei caldi mesi estivi, Ushman voleva vedere sua moglie. Non gli piaceva starsene seduto l, nella poltrona di vinile, tra donne anziane con straripanti borse della spesa, ma era catartico. Come se ogni volta che cercava la faccia di Farak e il suo corpo gravido, e non lo trovava, ci fosse ancora una speranza. L'assenza di prove era una smentita della loro conversazione telefonica.
Presunzione di innocenza.
Lei non ha mai pi accennato alla gravidanza. Mai pi, dopo quella prima volta al telefono. Nemmeno quando ha organizzato il trasferimento di sua madre in una casa di cura, nemmeno quando hanno parlato degli oggetti personali di Ushman rimasti in casa, nemmeno quando gli ha
comunicato il suo nuovo indirizzo. Cos, lui ha potuto accettare che trasferisse sua madre, che raccogliesse le sue cose rimaste in casa, che stesse per andarsene dalla loro casa, e allo stesso tempo ha potuto ripetersi che non c'era nessun bambino. Almeno finch non ne avesse vista la forma. Non c'erano stati rapporti intimi. Nessun mescolamento di sangue.
Nessun tradimento del corpo. Finch non ne avesse visto il prodotto.
Ma oggi Farak  nei suoi pensieri soltanto per testimoniare come la vita possa cambiare. Per testimoniare le meraviglie del tempo che passa e della democrazia. Ha dato un'occhiata alla copertina delle riviste con una sorta di benevolo distacco. Per la prima volta ha la sensazione che anche la sua vita sia immigrata in America. Non  pi un corpo che attraversa spazi stranieri, che mette strati di vestiti su una sagoma inutile, la sagoma sola e isolata di se stesso. Ci sono cose attorno a lui che cominciano ad assumere consistenza reale e attinenza con la sua vita.
Questa biblioteca pubblica, per esempio. E il posto in cui Stella sta preparando gli esami di met trimestre. Questa sede nell'East Side vicino al suo negozio, piuttosto piccola e arredata nelle tonalit del giallo e del verde, d'ora in poi gli evocher il ricordo di questa giornata ogni volta che passer di l. Ushman ricorder il pullover marrone che lei indossa oggi. La precisa sensazione che gli d la mano di lei nella sua quando salgono la scala per andare a cercare un posto a sedere per lei. Ha nostalgia dell'Iran: una parte di lui  triste al pensiero di sentirsi ormai pi a casa a New York. E
Farak gli manca ancora. Gli manca quella serenit che provava con lei. Erano una vera famiglia. Non c'era bisogno di raccontare il passato. I loro sentimenti nei confronti dell'Islam, le tradizioni rispettate con scarso entusiasmo, la loro fedelt all'Iran nonostante il regime. Tutte queste cose erano il fondamento inespresso della loro vita.
Eppure, con sua sorpresa, l'emozione che prova quando  con Stella  ancora pi potente della nostalgia del passato.
 quell'emozione a impedirgli di rimanere nella sezione dei periodici. Invece di essere l, sta camminando avanti e indietro
davanti agli scaffali di libri che circondano il spar di Stella. Ogni tanto un titolo attira la sua attenzione e allora tira fuori il volume, ne scorre l'indice, richiude il libro e lo ripone sullo scaffale. E intanto Stella  sempre rimasta nella sua vista periferica. Ogni volta che lei gira pagina, o prende un appunto, o si strofina le tempie, lui lo sa. Lei dovrebbe percepire la sua presenza, pensa. Ma mantiene sempre la concentrazione.  una caratteristica che Ushman trova molto seducente.
Stella ha meno fretta di altri americani che Ushman ha conosciuto. Fa una cosa per volta. Quando lui parla, lei ascolta. Non giocherella con le mani, non si morde le labbra, non tamburella sul tavolo.  ferma, lo guarda negli occhi e ascolta. Quando studia, non porta gli auricolari, non succhia caramelle, non scuote le ginocchia. Ha una capacit di concentrazione incredibile. Cos, lui gira attorno al spar lentamente, come una luna attorno al suo pianeta.
Fa gi buio quando sono di nuovo insieme per strada, diretti verso il furgone. Con naturalezza, si tengono pubblicamente per mano. Ushman sente la pelle di lei sfiorargli ogni terminazione nervosa del corpo. Si chiede per un momento come mai non abbia mai provato queste sensazioni in Iran.
In un paese in cui questo contatto non  minacciato dall'intervento della polizia, non si aspettava quel brivido. Quel fiotto di adrenalina pura che di solito  l'effetto del pericolo o della ribellione. Nessuno sulla Sessantunesima Strada si  fermato a guardarli, e certamente nessuno ha notato le loro mani. Ma forse  proprio questo anonimato, questo disinteresse a eccitarlo. Camminare con una ragazza - una ragazza pi giovane, pi pallida e pi carina di quanto lui non sia bello - su un marciapiede affollato nel bel mezzo di Manhattan non riscuote alcun interesse. Quello che succede tra loro sono soltanto fatti loro.
Finch i fatti loro non vengono influenzati dall'africano pelle e ossa all'angolo della Quinta Avenue. Ha una ventiquattrore aperta sul marciapiede, ma  appoggiato al muro,
a fumare una sigaretta. Gli occhi di Stella si lasciano attirare dagli orologi d'oro che foderano la valigetta e Ushman rallenta il passo perch lei possa guardarli un po' pi a lungo.
Quando l'africano vede che lei esita, butta a terra la sigaretta e si avvicina, cantilenando: Fendi. Gucci. Rolex.
Buon prezzo. Fendi. Gucci. Rolex. Buon prezzo.
Ushman ha una certa familiarit con i venditori ambulanti come questo. I primi tempi che aveva il negozio sulla Madison, ogni pomeriggio passava davanti a un uomo che vendeva ombrelli, borsellini e orologi. Era un americano panciuto, dai denti d'oro e il sorriso facile. Ogni tanto lo vede ancora, sempre sulla Madison ma un po' pi a nord.
Un giorno, dopo il lavoro, compr da lui un orologio. Lo mand a Farak. Aveva il quadrante d'oro col bordo di diamanti.
Ushman scrisse un bel bigliettino in cui le chiedeva di pensare a lui ogni volta che avesse guardato l'ora.
Farak aveva passato l'orologio alla madre di Ushman.
Presentandoglielo, pens lui, come il dono di un figlio devoto.
Per sei mesi la madre gliene scrisse in ogni lettera. Era in estasi. Aveva cresciuto un uomo buono e leale. L'America non l'aveva cambiato.
Ushman butt via quelle lettere come tutte le altre. Quella scrittura inclinata e tremolante gli dava il voltastomaco.
Un orologio per la tua signora. Quattordici carati. Un orologio per la tua signora.
Ushman guarda Stella.  tutto nuovo per lei. L'altro tende la mano e fa un gesto in direzione degli orologi. Vuoi provarne uno?
Stella lancia un'occhiata prima al venditore e poi a Ushman. A bassa voce risponde: No, grazie. Guardavo soltanto.
Posa la mano sul gomito di Ushman. Ushman riconosce la sua incertezza, la sua resistenza a buttarsi nella citt. Gli ricorda se stesso.
Dai. Se ti piace... la incoraggia.
No, no risponde Stella, soffermando lo sguardo ancora per un momento prima di abbassarlo a terra.
Il traffico  rumoroso, ma Ushman sente il venditore molto chiaramente. L'accento sembra sparito quando dice:
Puttana bianca.
La mano di Stella si stringe attorno al gomito di Ushman.
Lo sta quasi spingendo, lo esorta ad andarsene. Ma lui sa che Stella ha sentito l'insulto del venditore e l'orgoglio gli impedisce di allontanarsi.
Quello che Ushman non capisce, tuttavia,  che quest'uomo  in cerca soprattutto di un pubblico da sedurre.
Anche lui  solo in questa citt, lontano mezzo mondo dalla sua famiglia, dai suoi figli, dalla casa che ha costruito con le sue mani. Vuole solo che qualcuno lo ascolti, lo guardi negli occhi, spieghi l'ineguaglianza del dolore.
Riconosca che le persone ben coperte e ben nutrite capaci di lasciare senza tanti pensieri migliaia di dollari nei negozi tutti illuminati della Madison Avenue sono in gran parte bianche. E le persone che vede vagare nelle metropolitane, scuotere cartoni del latte chiedendo qualche spicciolo, o accalcate sulle grate, accovacciate contro le case, sono in gran parte nere.
Cos, quando Ushman esita e cerca sulla faccia di quell'uomo un accenno di scusa, non lo trova. Anzi, il venditore alza la voce.
S, parlo proprio della tua stronza figa bianca.
Ushman si mette a parlare, se non altro per diluire queste parole. Smettila. Non sai niente di lei. Abbi un po' di ritegno.
Le loro voci si sono alzate al punto che i passanti cominciano a girarsi.
Stella ha le mani ficcate in tasca. Ha la testa china, ma il vento che attraversa la citt le sta pungendo improvvisamente gli occhi, facendoli lacrimare.
Glielo metti dentro, fratello? Loro vogliono solo questo: un grosso cazzo nero.
Sta' zitto! urla Ushman, ma il venditore continua.
Faglielo guadagnare, amico. Falle portare l'orologio di questo negro africano. Ne ha in mano uno, che sta facendo dondolare davanti alla faccia di Ushman.
Ushman guarda Stella. Vede delle lacrime sulle sue guance.
Il venditore continua a scuotergli l'orologio vicino alla faccia. Ushman tira uno schiaffo all'orologio e quello cade di mano all'africano. Vola verso Stella e cade ai suoi piedi.
Ushman e il venditore lo guardano.
Stella lo raccoglie e lo porge al venditore.
Tientelo, puttana dice lui, con i denti bianchi che gli brillano alla luce del lampione.
Ushman prende l'orologio dalla mano di Stella e lo rimette nella ventiquattrore.
Andiamo dice Stella, facendo segno a Ushman con la mano. Ma lui non si muove. Anzi, si sporge ancora di pi verso il venditore, cos non deve gridare.
Che problema hai? Non si parla in questo modo alla gente. A nessuno. Di certo non a una donna che passa per strada. E volgare, indecente, disgustoso.
Secondo te lei ti sta portando da qualche parte? Non ti lascer entrare nel posto dove sta andando. E metti anche che vuole, comunque non pu. La sua risata  piena di disgusto.
Ushman regge lo sguardo dell'altro per un momento, sedotto, in un certo modo, dalla violenza dei suoi occhi.
Alla fine fa dietro front e mette di nuovo il braccio attorno a Stella.
 pazzo bofonchia, abbastanza forte perch il venditore senta.
L'orologio si  rotto urla quello. Mi devi cinquanta dollari. Si accende un'altra sigaretta e si appoggia contro il muro.
Vaffanculo dice Ushman, conducendo via Stella.  la prima volta che dice questa parola in inglese.  caustica, nella sua bocca, come un acido.
Il venditore gli grida: Goditi la scopata, coglione. Tanto ti rivedo qui, a vendere robaccia per strada, come me. Noi pi di cos non possiamo avere. Lo sai anche tu. Sai benissimo che  cos. La sua risata viene inghiottita dallo strombazzare dei clacson che annuncia un ingorgo in fondo all'isolato.
La mano di Ushman trema contro la schiena di Stella.
Camminano in silenzio. Ushman ha l'impressione che non riuscir mai pi a dirle una parola.  grato che ci sia gente attorno a loro. Lo distrae da quella sensazione di vuoto che ha nel petto, nata dalla responsabilit che sente per l'accaduto.
Ushman, non puoi metterti contro quella gente dice Stella girato l'angolo. Sembra un rimprovero. Una delle sue grandi verit. Ushman fa scivolare gi la mano dalla schiena di lei.
Stavo solo cercando di correggergli le idee.
Quali idee?
Su di te.
Stanno attraversando il garage per andare al furgone. La voce di Ushman rimbomba sul cemento.
Stava parlando male di te. Di noi.
No. Era solo arrabbiato. La voce di Stella  stanca, demoralizzata.
Ushman le apre la portiera. Quando escono dal garage e si dirigono verso il ponte di Queensboro, lui sospira e guarda fuori dal finestrino.
Anch'io ero arrabbiato, Stella.
S, lo so. Stella incrocia le braccia davanti al petto.
D'accordo. Allora fammi... fammi spiegare. Io non posso permettere a uno di dire certe cose solo perch  un pazzo.
Chi se ne importa. E girata dall'altra parte. Non ha voglia di parlare.
Non mi piace questa risposta. Di' qualcos'altro.
Segue un lungo silenzio. Ushman teme gi che Stella non gli parli mai pi quando lei si sposta sul sedile. Lo guarda in faccia.
D'accordo. Dir qualcos'altro: hai torto. I suoi occhi lo scrutano, aspettano la sua reazione. Dal tono si direbbe che lo stia sfidando a dissentire.
Lui si lascia tentare dalla sfida. Stella  intelligente e Ushman vuole sapere che cosa, secondo lei, lui non capisce dell'accaduto.
Questa risposta mi piace ancora meno dice. Ma se ho torto, dimmi perch.
Ora lei sembra fare sul serio. Lui non  tuo avversario.
Hai gi vinto tu.
Io non volevo gareggiare.
Ma lui s. La sua voce  implorante. Vuole che Ushman concordi con lei. Che faccia una scoperta. Lui voleva abbassare te per sentirsi pi in alto continua, energica,
perch in realt se la passa molto male. E un immigrato, povero, senza istruzione, solo. Non puoi metterti a discutere col suo dolore, Ushman.
Lui scrolla le spalle. Ti fa pena.
Lei annuisce.
A me no. Ushman stringe le mascelle. Lo ripete: A me no.
Io sono cresciuta nel Sud, Ushman. Nel Sud degli Stati Uniti. Nel mio sangue c' il senso di colpa bianco. Per tutta la vita sono stata circondata dall'ineguaglianza e dall'intolleranza.
E non vorrei mai stare dall'altra parte.
Ma la tua pena non fa che degradarlo ancora di pi.
Non saprei provare un altro sentimento. Qui la voce tradisce il suo sgomento.
Potresti sentirti oltraggiata. Non lasciarti trattare male da lui solo perch ha sofferto. Tutti noi soffriamo. Il colore della pelle, i soldi, la nazionalit. Non si misura il dolore.
Lei lo interrompe: Hai torto...
Questo l'hai gi detto fa notare Ushman, severo.
Ma il dolore puoi determinarlo. Anche nei processi.
Cio?
In tribunale. C' una formula per trovare il giusto risarcimento della sofferenza. Ogni grado di sofferenza  risarcito in modo diverso.
 assurdo. La sofferenza individuale  assoluta. Non  relativa.
E da quando? Il giorno che ci siamo conosciuti, all'aeroporto, la tua storia era dieci volte pi triste della mia.
Lui non riesce a trattenere un sorriso. Vero. Ma io non
so cosa provavi tu. Il tuo povero giovane cuore poteva essere a pezzi.
Frenando davanti a un semaforo rosso, Ushman la guarda.
Alla fine anche lei lo guarda, di nuovo benevola. In effetti.
Ride. In effetti s. Ushman capisce che non nutre rancore.
Sono entrati a Queens e la sera si fa pi buia man mano che il profilo di Manhattan scompare alle loro spalle.
Ushman tira un respiro profondo. Se ne stanno tutti e due in silenzio, a guardar scorrere le luci delle vetrine.
Prendiamo qualcosa a un cinese? chiede lui quando sono vicino a casa.
E poi mangiamo dalle scatole? S, s. Stella annuisce con entusiasmo.
Vedi? dice lui entrando nel parcheggio del ristorante cinese del quartiere. Anche la gioia  assoluta. Quelle scatole di cartone hanno su di te lo stesso effetto che su altri hanno i gioielli.
Stella fa segno di s e poi, con la mano sulla spalla di Ushman, sussurra: Ma a me piacciono anche i gioielli.
Me lo segno. Lo me in?
Lei sorride. E kung pao.
Ushman apre la fibbia della cintura di sicurezza e prende la mano di Stella dalla propria spalla. Se la tiene nella sua, la osserva, anche se sa che gli occhi di Stella sono fissi sul suo viso. Pensa alla sua vita prima di lui, alla sua infanzia a casa, all'odore della terra dell'Alabama, alle note di pianoforte che lei ha in mente, alle cose che lui non potr mai sapere.
Alla fine guarda in su e sorride, di colpo timido.
Dopo dovrai chiedermi qualcosa delle supernove, delle comete e cose del genere. Ho bisogno di un piccolo esame.
Ushman solleva le sopracciglia, scimmiottando grande entusiasmo.
Dai, solo per poco.
Ma certo. Insegnami tutto quello che sai dei cieli.
Stella si sporge per baciarlo. Ha le labbra morbide e calde.
Lui, con la coda dell'occhio, vede il chiarore del ponte di Queensboro. Abbassa le palpebre e lo fa scomparire.
...
.
...
Dopo qualche tempo di due o tre incontri alla settimana, ormai sono sette giorni di fila che si vedono. A Ushman viene in mente che non era mai uscito con una ragazza, prima di lei. Non cos. All'universit ne aveva avuta una sola. Una vicina di casa. Avevano stabilito verbalmente di avere una relazione. Ma tra loro non era mai successo niente di fisico. Salvo che un giorno, mentre camminavano insieme, uno scooter cerc di superare un taxi in sosta. Si avvicin pericolosamente al marciapiede. Il rumore del suo motore fiacco appena dietro di loro fece sobbalzare la ragazza.
Ushman le prese la mano. Era quasi tutta coperta dal chador.
Le tenne le dita fresche per un momento dopo il passaggio dello scooter. Sapeva che era scorretto toccarla cos, ma non la lasci andare subito. Nemmeno quando lei cerc, delicatamente, di sciogliere la stretta. Anzi, Ushman pass l'indice sul palmo di lei come se ne fosse il padrone. Per istinto. Cercava di marchiarla. Di sfruttare quella rara opportunit per mostrare quanto avrebbe voluto possederla.
Lei diede uno strattone pi forte e Ushman le lasci andare la mano. Dopodich, sempre verbalmente, misero fine alla loro relazione.
Suo padre fu costretto a frustarlo per questo disonore.
In seguito, quando Ushman and con degli amici a una cerimonia religiosa a Qom, un imam anziano si offr di organizzare un matrimonio temporaneo per ogni ragazzo del gruppo. C'erano donne, molte donne, chiamate sigha, che si mettevano a disposizione a questo scopo, per una sola notte.
Ovviamente non poteva esserci il matrimonio senza un dono dello sposo alla sposa. Ushman e i suoi amici non avrebbero saputo come meglio spendere i soldi che gli avevano mandato. Le donne, ancora coperte sotto il loro velo, furono ben contente di accettare il mahr.
Come previsto dalla legge islamica, l'imam fece firmare a ogni coppia un contratto che limitava a un'ora sola la durata della disposizione. Poi, in arabo, recit a tutto il gruppo la formula di matrimonio e infine conged i ragazzi e le mogli.
Con i palmi sudati, Ushman segu la sua sigha in una casupola non lontano dalla strada principale. Dentro, lei si tolse Yhijab e ordin a Ushman di aspettarla nella camera da letto.
Era una stanza spoglia, con un materasso per terra e una lampadina fioca che pendeva dal centro del soffitto. Nell'angolo c'era un vassoietto con l'occorrente per il t e dei libri impilati l'uno sull'altro. Ushman non riusciva a distinguere i titoli.
Rimase l, in piedi, a spostare nervosamente il peso da una gamba all'altra. Quando la sigha torn, aveva sulle labbra un rossetto rosa e sulle palpebre dell'azzurro acceso. Le guance erano scurite dal fard. Ushman not anche che i capelli, castano ramati, le ricadevano attorno al viso in boccoli esagerati.
Si era tolta l'abito lungo e indossava soltanto un completo intimo nero.
Sdraiati gli ordin. Posso rimanere soltanto mezz'ora.
Ushman esegu. Lei, con mano esperta, gli sfil pantaloni e mutande e lo guid alla scoperta delle intimit coniugali.
Per tutto il tempo che fu con lei, Ushman si tenne addosso la camicia che la madre gli aveva stirato quella mattina.
Terminata la consumazione, lui si sent in obbligo di conversare un po' con la sua sigha. Lei ignor le sue futili domande e lo prese per il polso.
Il matrimonio  completato disse, raccogliendo i vestiti da terra. Se non sei soddisfatto dovrai tirar fuori un altro mahr.
Ushman annu per dire che aveva capito. Poi si rivest e la lasci l, con addosso ancora quel reggiseno che non aveva avuto il coraggio di chiederle di togliere.
Quando Ushman decise di sposare Farak, per non rischiare di compromettere il fidanzamento evit qualsiasi contatto fisico e ridusse al minimo la conversazione. Non aveva una gran fiducia nelle proprie doti seduttive. E non c'era altro che gli sembrasse di dover conoscere di Farak.
Lei sarebbe stata sua moglie. Una moglie fissa. Le aveva offerto un mahr di cinquecento monete d'oro. In un matrimonio
fisso questo dono era un gesto simbolico, una forma di lusinga, non un pagamento vero e proprio. A meno che,  ovvio, lui non divorziasse.
Ushman aspett pazientemente che fossero celebrate le nozze, prima di svelare a Farak i propri molti difetti. Dava per scontato che, a quel punto, non avrebbe pi potuto rifiutarlo.
Con Stella sta vivendo lo strano fenomeno dello svelamento di se stesso senza un contratto matrimoniale. Sta mostrando i propri difetti senza alcuna garanzia per il loro futuro insieme.
Non ha mai avuto tanta paura.
Stella invece  pi abituata agli appuntamenti galanti.
Ushman ammira il coraggio con cui evita di adattarsi pur di compiacerlo. Non cambia modo di esprimersi, non rinuncia al gergo dei giovani che  parte del suo vocabolario, non nasconde il suo conflitto personale con la famiglia.  irriverente, innocente, goffa. E pi tempo trascorrono insieme, pi cose rivelano di se stessi, e pi Stella si avvicina all'immagine che lui si  fatto della ragazza conosciuta all'aeroporto.
L'amicizia sembra naturale in lei. Sa esattamente che domande fare, come metterlo a suo agio, quando tacere.
Ushman, invece, ha la sensazione di aver cominciato a trasformarsi nell'uomo in cui pensava che l'America l'avrebbe trasformato e, nello stesso tempo, nello sciocco che in America rischiava di diventare.
Certe notti, dopo aver riaccompagnato Stella davanti alla cancellata nera del Barnard College, deve accostare sulla Cinquantanovesima Strada, scendere e fare qualche saltello sul posto per sentire i piedi sotto di s. In quel momento, sotto l'effetto combinato dell'aria fredda della sera sulla faccia e dell'adrenalina nel sangue, gli sembra che la sua vita stia appena cominciando. Per un attimo, sia il corpo sia la mente ringiovaniscono di vent'anni. Cinismo, senso di sconfitta e resistenze spariscono. Ci sono soltanto speranza, energia e gioia. E saltellando come un bambino impaziente, su e gi, ha la sensazione che per lui possa davvero esserci la redenzione.
Guardando le macchine che gli sfrecciano davanti, pensando che deve sembrare un matto, Ushman sorride. Stasera, dopo che Stella ha finito di istruirlo sugli anelli di Saturno, sulle tempeste di sabbia di Marte e sulla durata della vita di una cometa, le racconta questa storia. Lei ride con lui, lusingata di aver reso pazzo di desiderio un uomo di mezza et. Ushman la abbraccia.
L'attrazione che prova per lei comincia a confonderlo.
Anche se ogni sera si spogliano a vicenda e Ushman accarezza il suo corpo finch tutti e due tremano di desiderio, lui non l'ha sollecitata ad andare oltre. Una piccola parte di lui si comporta cos perch vuole credere che ci sar un'altra notte di nozze. Che avr un'altra sposa e che quella sar lei, americana e casta.
Cos, qualche sera dopo, quando il loro solito repertorio di carezze viene interrotto dalla voce di Stella nel buio, lui esita. Sono pronta, Ushman dice lei, e lui apre gli occhi per vedere i suoi. Lei  l, sotto di lui, con i capelli a raggiera sul cuscino. Quando lei vede i suoi occhi, annuisce e ripete:
Sono pronta.
Ushman deglutisce. Il suo bisogno fisico vince ogni incertezza.
Ho comprato qualcosa, per ogni evenienza. Spero di aver fatto bene. Volevo solo essere preparato.
Lei sorride. Hai fatto benissimo. Grazie.
Si sporge verso il comodino. Stella rimane a guardare.
Ushman si prepara. Con lei  delicato, nonostante il desiderio impaziente. Stella, per tutto il tempo, tiene premute le mani sulla sua schiena, cos, quando hanno finito e lei finalmente le solleva, Ushman prova un brivido di freddo l dove sono rimaste le sue impronte sudate.
Subito si preoccupa per lei. E deluso di se stesso per non essersi fermato. Mai prima d'ora ha disonorato tanto una ragazza e la sua famiglia.
Stai bene? chiede, mentre lei  sdraiata accanto a lui e respira piano.
Mm-mm.
Ma non  vero. Vede che tiene serrate le labbra, nel tentativo
di dominarsi. E nei suoi occhi, anche se aperti e limpidi, c' il panico.
Ushman posa le mani sulle sue guance pallide. Per favore
chiede, dimmi cos' successo. Ti fa male?
Lei scuote la testa, ma affiorano due lacrime perfette che le rotolano gi sulle tempie e poi sugli indici di Ushman.
Non lo so. Sto bene.  solo una crisi emotiva. Ho aspettato tanto tempo. E adesso che  finita...
Sei delusa?
No. Scuote la testa. No, no. Sono spossata. E sorpresa, credo, che adesso tutto cambi cos.
Ushman ha ancora le mani sulle sue guance. Non cambia niente dice, senza pensarci.
Adesso siamo amanti spiega lei, e il suono di questa parola che arriva dalla sua bocca lo fa sentire volgare. Come il personaggio di un romanzo rosa.
Anche prima lo eravamo dice, con delicatezza, attento a non smontarla troppo su quel punto fermo. Ha scorto qualche altra lacrima. Il suo viso al buio lo sorprende per l'avidit.
Stella ha assorbito quello che ha detto come se quelle parole fossero cibo per lei. Sei meravigliosa dice Ushman.
E stanca aggiunge lei, accoccolandosi contro di lui.
Posso dormire un po' qui con te?
Ushman la cinge col braccio.  ancora presto. Ti sveglier in tempo per portarti a casa. Il suo desiderio di fermarsi l, di dormire, gli allevia il senso di colpa. Gli ricorda che quello non  l'Iran.  l'America. Lei non si aspettava di rimanere vergine. Qui, il suo onore non si riduce a un imene intatto.
Mezzanotte? dice lei, insonnolita.
Ushman le passa le dita sulla schiena, dall'alto in basso, e rimane ad ascoltare il suo respiro farsi regolare.
Il telefono la sveglia prima che possa farlo Ushman.  suo cugino, Ahmad.
Een pesar khaleh-ye to ha st.
Salam, Ahmad.
Non ti ho visto alla preghiera.
C'era molto da fare.
Sei solo?
S mente Ushman.
Ci sono novit.
Dimmi.
Si tratta di Farak. Ho ricevuto una lettera di mia sorella.
Ushman guarda Stella, mezzo scoperta sul suo letto, con gli occhi aperti.
Allora? Che novit?
Il bambino. L'ha avuto. Una femmina.
Viva?
S. E sana, immagino. Dice solo questo. Una bambina nata tre settimane fa.
Segue un lungo silenzio da un capo all'altro del filo.
Ho pensato che volessi saperlo.
Ushman continua a non rispondere.
 il volere di Allah, Ushman.
E anche di Farak, Ahmad. Non dimenticare la sua volont.
Ahmad lo ignora. Domani sono a Manhattan. Pranziamo assieme?
Ushman quasi non lo sente. La stanza  buia, quieta, e l'unica luce pare arrivare dal letto, dal corpo nudo di Stella.
 cos pallida che la sua pelle sembra quasi trasparente, come la lana tirata sottile nel telaio. Ha la fronte aggrottata.
Anche se lui sta parlando in farsi, Stella coglie il nome di Farak. Non lo sta guardando. Ha le braccia sopra la testa e fissa il soffitto.  un tentativo di dargli la sensazione di avere un po' di privacy.
Ushman, domani a pranzo?
Domani non posso, Ahmad. Chiamami la settimana prossima.
Non isolarti, Ushman. Ti deprimerai.
Apprezzo il consiglio, cugino. Grazie della telefonata.
Ushman riaggancia. Stella adesso si  tirata su a sedere ed  di spalle. Si infila il maglione e lui vede una scintilla di elettricit statica quando i capelli sfregano contro la lana. C'
stato un periodo, durante i lunghi, freddi inverni a Tabriz, in cui Ushman, prima di andare a letto, passava l'olio sulla spessa punta dei capelli di Farak per evitarle le scintille di elettricit quando lei si rigirava sotto le molte coperte di lana.
Stella si raccoglie i capelli con un elastico. Si gira verso di lui.
Tutto a posto? chiede.
Lui annuisce. Non vorrebbe dirglielo, non vorrebbe dirlo a voce alta. Ma non ha l'energia per inventarsi qualcos'altro che giustifichi la telefonata.
Farak ha partorito. Una femmina. Era mio cugino. Sua sorella  a Tabriz. Qualche volta porta dei fichi a mia madre.
A quanto pare sa tutto di tutti. Anche di Farak a Istanbul.
Ah. E la bambina ... sana?
Ushman d un'alzata di spalle. Sembra di s.
 una bella notizia. Voglio dire, dev'essere strano, ma  una bella notizia, no?
Improvvisamente Ushman vorrebbe essere solo. Preferirebbe che non ci fossero gli occhioni benevoli di Stella a cercare di decifrargli la faccia. Per un attimo, stranamente lei gli ricorda la prostituta. Il suo disonore. Ushman guarda l'orologio.
Ti accompagno dice, infilandosi la maglietta e i pantaloni che ha preso da sopra il letto. Va in soggiorno, a rivestirsi guardando fuori le luci di Queens.
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CAPITOLO 13.
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Ushman si mescola al traffico del ponte di Queensboro. Nel furgone regna lo stesso silenzio che era calato in casa.  un silenzio malsano, ma Ushman  sorpreso e grato che Stella glielo abbia concesso. In questo momento vorrebbe soltanto essere solo. Riaccompagnarla e tornare alla sua pi prevedibile, rassicurante quotidianit di solitaria tristezza. Le lancia un'occhiata e vede solo che  girata con tutto il corpo dall'altra parte. Oltre lei, al di l del finestrino, le luci del Nord di Manhattan sono riflesse nell'East River. Ondeggiano alla debole corrente del fiume. Questa scena, che ha visto ogni notte dell'ultima settimana,  di colpo dolorosa. Come se il riflesso della citt fosse un simbolo dell'intrinseca solitudine della vita. Alla fine della giornata, anche la citt  lasciata sola con se stessa. Non c' segno visibile di vita, al buio. Solo il profilo delle case.
Alla fine, come immaginava inevitabile, Stella comincia a fargli domande. Anche se non su Farak.
Allora? chiede, mentre, diretti a nord, percorrono un Central Park West deserto. Ti ha fatto proprio schifo? Tecnicamente parlando. Guarda ancora fuori dal finestrino, lasciando sul vetro l'impronta opaca del suo respiro.
Lui batte forte le palpebre. Parli della telefonata? 
sulla difensiva, il tono  freddo.
No. Dell'altra cosa.
Ah dice lui, colto alla sprovvista. Il tono rimane invariato.
Del... ehm... del rapporto. Non vuole farle pensare che abbia paura di dirlo.
S, del rapporto. La sua voce, la sua inflessione americana, lo infastidisce.
Che domanda stupida. Non sono domande da fare.
Per la prima volta lei distoglie gli occhi dal finestrino per guardare lui. Alza la voce. Non dire che  una domanda stupida. Non sono a caccia di complimenti. Voglio solo conoscere i fatti. Ho una vita davanti a me, sai? Mi interessa il tuo punto di vista. Per avere un riferimento in futuro.
 la prima volta che lei parla del futuro. E lui non c'. Gli formicolano i piedi, gli fa male il petto per la rabbia e il dispiacere. Vorrebbe insultarla. Svergognarla. Farla sentire intercambiabile come lui sa di essere.
Sta quasi per dirlo, ma non lo dice. Ricorda invece la curva della sua spina dorsale, appena visibile al chiaro di luna.  una ragazza. Gli si  aperta, gli si  data, anche se lui non se lo merita.
D'accordo risponde lui alla fine. Per me  stato...
Esita. Non sa come esprimere quanto  accaduto stasera.
Perfetto.
C' qualcosa in quella parola, pronunciata con quell'accento e con le mani sul volante, che lo fa trasalire. Perfetto.
Sembra il commerciante che , un venditore che dice quanto sta bene un tappeto in una stanza. Non un uomo che parla a una donna della loro intimit.
Aha fa lei, e si rimette a guardare fuori dal finestrino.
Ha delle lacrime sul viso? Lui non saprebbe dirlo.
Stella,  vero riprende lui, abbassando la voce. Non poteva andare meglio.
A meno che non avessi staccato il telefono, forse.
Ushman tace per un attimo. Svolta sulla Centodecima Strada. Quando attraversano la Amsterdam, lui guarda in su verso la cattedrale di St John the Divine. Gli apostoli sulla facciata sono illuminati da sotto e le loro ombre risalgono la pietra in lunghe strisce eleganti.
Non devi pensare a quello che mi hanno detto al telefono.
Non c' niente di cui preoccuparsi.
Ushman, credi di essere in un mondo tutto tuo? Guardami.
Sono qui di fianco a te. Abbiamo appena, appena...
scopato, no? Certo che devo preoccuparmi.
La faccia di Ushman  tutta accesa del rosso di un semaforo.
Un'unica lacrima disobbediente gli cade dall'occhio e traccia una sottile striscia verticale sulla guancia.
Questa tristezza non ti appartiene, Stella. Non voglio che sia anche tua.
Fesserie risponde lei, scostandosi i capelli dalla faccia.
Non puoi mica scegliere.
Ah, no? Ushman mette in sosta il furgone. Guarda Stella, con la guancia ancora bagnata.  arrabbiato. Siamo in democrazia, no?  questo il bello dell'America. La voce  aspra, sarcastica. Sente Stella ritrarsi. Continua. Sono libero di darti la buonanotte e portarmi la mia tristezza al di l del ponte, dove in solitudine potr immaginarmi la bambina che mia moglie tiene in braccio, e che  nata dai suoi fianchi, gli stessi fianchi accanto ai quali ho dormito per undici anni. Chiude gli occhi e gli sfuggono altre lacrime.
La sua voce per non perde energia. Io non voglio la tua piet. Non voglio che mi abbracci per il dolore che c' nella mia vita.
Sei un ipocrita dice Stella, con le lacrime che le si raccolgono negli occhi. Mi hai preparato la cena, quella prima sera, perch soffrivo. Ti sei preso cura di me, forse ti ho anche fatto pena...
Io non...
Questo non lo so. Ma  stato il dolore a portarmi da te quella sera. Non dirmi che il dolore non  una ragione per dare amore. Sei tanto masochista da negarti il conforto?
Non so perch improvvisamente mi sbarri l'accesso a questo dolore, per la figlia di Farak. Forse perch la ami. Non distoglie lo sguardo, ma si asciuga le lacrime dalla faccia senza imbarazzo.
Ushman si gira dall'altra parte. Non  amore, Stella. 
 vergogna. Questa bambina ha dimostrato che la colpa  mia.
Ero io a non poter dare a Farak quello che voleva. Il problema non era lei. E non era il terremoto. Ero io. Solo io.
Non puoi prenderti tu la colpa, se lei ha perso i bambini
risponde Stella, a bassa voce.
Ma lui la interrompe. Tu non capisci. Non sai sbotta, esasperato.
Forse Stella vorrebbe allungare le mani. Posarle sulle sue, che impugnano ancora il volante. Ma non lo fa. Chiude gli occhi e si lascia andare contro lo schienale, offrendogli un po' di intimit per chinare la testa e piangere.
Dietro i suoi occhi c' il grigiore gonfio del suo dolore.
Della sua solitudine. Della sua vecchia rabbia e della sua autocommiserazione. Le lacrime fanno sgorgare il dolore.
La pressione che ha nella testa si fa cos forte da fargli temere il suono che potrebbe uscirgli di bocca se l'aprisse.
Alla fine non riesce pi a trattenersi ed emette un gemito simile a quello che lanci sua madre quando suo padre fu trovato morto. Non si batte il petto come fece lei, ma piange forte finch non rimangono altro che singhiozzi.
Se ne stanno l, nel furgone fermo, per un tempo che sembra infinito. Quando il pianto si placa in profondi respiri di spossatezza, Stella apre gli occhi e sporge la mano oltre il divisorio per posargliela sulla nuca. Ushman la sente fresca contro la pelle. Gli accarezza i capelli corti e ispidi dell'attaccatura.
Lui non si sottrae. Anzi, solleva la testa e si gira verso di lei, si accoccola nelle sue braccia. Ha la sensazione di non aver mai avuto qualcuno che gli volesse bene, prima d'ora.
Posare la testa su di lei con tutto il peso, soccombere al calore del suo respiro sulle orecchie, tremare e aver lei che lo stringe pi forte: queste cose lo addolciscono, e intanto Ushman si chiede come sia sopravvissuto tanto tempo senza.
Ti chiedo scusa dice, senza sollevare la testa per il mio comportamento. Spesso dimentico che la mia vita  qui. Che ho un effetto sulle persone che mi circondano. Per tanto tempo ho lasciato me stesso, la mia identit, a Tabriz. A New York sono stato solo un mercante.  difficile credere che a qualcuno, a te in particolare, possa importare qualcosa...
Ti capisco, Ushman. Capisco che hai anche un'altra vita e che quelle esperienze non sono separate da te, da quello
che sei. La sua voce  animata e Ushman sorride, ricordando la sua innocenza.
Sei dolce. Spero che tu non debba mai provare tanta tristezza nella tua vita.
Ci risiamo. Di nuovo a sminuire i miei dispiaceri... Ma il tono  allegro, e Ushman sospira.
Mi dai un'altra possibilit di chiudere la serata come si deve?
Nel furgone c' silenzio. Un silenzio sereno, come se lo sfogo di Ushman avesse avuto su entrambi un effetto ristoratore.
Stella gli risponde con un bacio esitante. Il calore della sua bocca, il suo sapore salato, la sua morbidezza vanno a sostituire qualcos'altro in lui. Il senso di perdita che l'ha fatto soffrire, la vergogna provata sono cancellati dall'acuto desiderio che sente il suo corpo per quello di lei. Anche se il bacio rimane delicato, addirittura impercettibile, per cos dire, ciascuno dei due ha il viso dell'altro nelle mani, per tenerselo l, cos, perch l'abbraccio non finisca mai.
Con lo stesso incauto abbandono del loro primo incontro, alla fine Ushman riparte per scendere il pendio, svoltare e fermarsi nel primo posteggio libero di Riverside Drive. Senza dire una parola, si gira a prendere un tappeto per trascinarlo nel centro del vano merce. E stato ripiegato con cura dopo la pulizia. Lo apre a met: i suoi colori sono una macchia di buio che li protegger dal freddo metallo del furgone.
Ushman prende la mano di Stella nella sua. I polpastrelli sono gi freddi e gli danno un brivido su per la schiena. Se li mette davanti alla bocca e ci soffia sopra. Il calore del suo corpo, il desiderio di lei, mai provato prima per nessun'altra, li scaldano.
In un unico movimento, Ushman e Stella si sdraiano sul tappeto antico - il fogliame sul tetto che fruscia ogni tanto, gli aloni rosa attorno ai lampioni fuori dai finestrini, il fragore metallico della musica persiana alla radio - e si spogliano a vicenda, lentamente, indugiando su ogni parte nuova della loro nudit.
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CAPITOLO 14.
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Nevica dice lei quando Ushman risponde al telefono.
Sei sveglia?
Tu dormivi?
No. Non  vero. Ha avuto quell'incubo. Ma questa volta ha trovato il bambino prima che l'uccello lo uccidesse.
Lo porta di corsa a Farak, dove  rosso di sangue sulle lenzuola bianche, ma lei lo tiene in braccio. Ushman lega lacci emostatici dove pu. Continua a strappare il lenzuolo per fare un altro laccio e poi un altro e un altro ancora.
Volevo sentire la tua voce guardando dalla finestra questo mondo nuovo e perfetto. Ushman non capisce di cosa parla.
Stella gli dice con entusiasmo che tutto il campus  coperto di neve. E nevica ancora. Cadono fiocchi minuscoli, e sono tanto fitti che  difficile vedere altro che un indistinto alone bianco.
Non ho mai visto niente di pi bello.  tutto calmo e sereno. I rumori della citt sembrano lontani.
Ushman apre gli occhi e guarda fuori dalla finestra. Osserva la neve fitta a Queens mentre lei continua a parlare.
Sai a cosa pensavo quando mi sono svegliata?
A cosa?
 strano, quand'ero a scuola nel Sud ho fatto di tutto per evitare i sedili posteriori, e poi a Manhattan mi ritrovo a scopare in un furgone parcheggiato.
Ushman sente ancora il rumore del lenzuolo strappato per farne un altro laccio emostatico. Guarda di nuovo fuori. 
una pala per la neve che gratta sul marciapiede.
Sono stato sconsiderato. Ho...
Scherzo, Ushman.  fantastico. L'ironia  perfetta.
Ushman richiude gli occhi. E una ragazza bellissima. Ma  tanto presto che gli  difficile parlare a ruota libera. Sembra che lei non se ne accorga.
Mi manchi. Ti sento ancora dove mi hai toccata. La voce  bassa ma priva di vergogna.
Anche a me manchi. Il letto  freddo.
Non intendevo questo.
A quest'ora del mattino il mio inglese traballa un po'.
Zitto. Sto cercando di flirtare un po'. E sottolineo "cercando".
Sono flirtato.
Divertente.
Hai dormito?
Mi ha svegliata la neve. E mio padre.
Ci sono novit?
Poca roba.
 migliorata?
Credo di s. E difficile dirlo. L'inglese di mio padre traballa un po'.
Divertente. Ushman sorride, constatando che il rapporto fra genitori e figli in Iran non  poi diverso da quello in America. In ogni parte del mondo c' una certa perplessit su chi ci ha generati e chi abbiamo generato. Oggi non apro il negozio. Ma tra un po' devo fare una consegna a Manhattan. Posso venire a prenderti? Apre gli occhi e guarda sul comodino.  ancora presto.
Verso le cinque?
Strappa la pagina del calendario per aggiornarlo. Col mio toboga, parola inglese del giorno.
Divertente.
Non scherzo.  qui sul mio calendario. Lunga slitta a fondo piatto e senza pattini, fatta di assi sottili curvate anteriormente all'ins. Ora viene utilizzata per sport, su pendii allestiti o piste inclinate artificiali. Poi te lo faccio vedere.
Sono flirtata. Non vedo l'ora che arrivi col suo toboga, signore.
E io non aspetto altro che il suo pendio allestito, madame.
Ullall.  un calendario nuovo. Vocaboli inglesi e doppi sensi sconci.
Non entusiasmarti troppo, Stella. Sono sicuro che non reggerei per molto.
Qual  la parola di domani?
Guarder solo perch sei tu. Diastema. Oh, no. Spazio fra due denti. Ushman non riesce a trattenere una risata.
Stella ridacchia. Mi prendi in giro.
Assolutamente no.
Un calendario fatto su misura per te.
Certo.
Devo fare pip.
Ci vediamo alle cinque.
Certo.
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CAPITOLO 15.
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Quando Ushman, in furgone, taglia la citt, la strada  tutta fanghiglia. Ci sono ancora alti banchi di neve lungo i canaletti di scolo, ma sono neri e imprecisi per gli affanni metropolitani.
Non c' traccia di quel mondo calmo e sereno descritto da Stella stamattina. Adesso la neve  brutta, ha un aspetto perfino minaccioso, e il suo rapido dissolvimento sembra rispecchiare gli effetti corrosivi della citt. Ma mentre attraversa quella melma, col furgone che si copre di una specie di fango grigio e duro, Ushman non si sente scoraggiato.
Anzi, non aspetta altro che il viaggio verso i quartieri residenziali e la commiserazione con Stella per quel disastro.
E infine il loro esodo a Queens, dove la melma  un po'
meno nera di quella poltiglia lungo Madison Avenue.
Stamattina Ushman si  infilato gli scarponi foderati di pelliccia che lo zio di Farak gli regal per le nozze. I genitori di Farak morirono tutti e due il primo anno della guerra tra Iran e Iraq. Fu lo zio paterno a trovarle un posto di lavoro nel laboratorio del padre di Ushman e ad accettare la proposta di matrimonio di Ushman. Gli scarponi furono tutta la dote che lo zio pot permettersi. I genitori di Ushman erano gi delusi della sua scelta. Ma quando sua madre vide gli scarponi, fece schioccare la lingua in segno di disappunto.
Con tutti i sacrifici che ho fatto, lui va a scegliersi una ragazza che non ha niente da dare. Nient'altro che questi ridicoli scarponi. Allora Ushman non difese il regalo dello zio di Farak. Sapeva che con sua madre sarebbe stato fiato sprecato. Per li port spesso nei mesi invernali e li
consider tra s un regalo simbolico. Per tenerci ben piantati a terra, su una base solida, diceva a Farak nella penombra della camera da letto, quando lei glieli sfilava e gli scaldava tra le mani le dita gelide dei piedi.
In America non li aveva mai indossati, ma stamattina li ha tirati fuori da un angolo dell'armadio e se li  messi ai piedi per camminare nella neve fino al mercato. Ha comprato del pollo, il giornale di Teheran in farsi e lo streusel al formaggio che aveva ammirato tante volte. Una sorpresa per la colazione di Stella. Spera che finalmente accetti, dopo i suoi molti inviti, di fermarsi a dormire. A casa ha preparato degli spiedini di pollo per cena e ha letto il giornale. Da un'antina dell'armadio ha riesumato una sottile candela bianca e l'ha fissata in un piattino immergendone la base nella sua cera colata.
L'ha messa sul cassettone della camera da letto con accanto una scatola di fiammiferi. La neve cadeva ancora e ha pensato che stasera, quando lui e Stella si fossero tolti gli strati di vestiti, la candela avrebbe scaldato un po' la stanza.
Inaspettatamente trova parcheggio di fronte alla casa della signora Roberts. Ushman non ricorda l'ultima volta che  riuscito ad accostare al marciapiede. Nel retro del furgone ha un rotolo di plastica, che avvolge attorno al tappeto.
Se lo carica in spalla, chiude i portelloni posteriori e cerca di badare a come mette gi i piedi, perch gli scarponi lo impacciano un po'.
Ushman ha un accordo informale con un centro per la pulizia dei tappeti di Queens. Consegna i tappeti dei suoi raffinati clienti e si prende il venti per cento dal negozio. 
contento di dare lavoro a quel vecchio armeno. Il suo servizio  eccellente. E ai clienti di Ushman fa piacere che sia lui a occuparsi di tutto. Lui valuta, fa da mediatore, pulisce e restaura. Gli piace avere la loro stima.
E ora, con il tappeto in spalla e il furgone parcheggiato come si deve accanto al marciapiede, Ushman si sente docile.
Signore, gli dice il portiere, e gli chiama l'ascensore. Lui non vede l'ora di andare a prendere Stella e di accendere la candela in camera da letto. Constata quanto sia silenzioso e
privo di scosse il motore dell'ascensore. Quando rallenta, immagina i cavi scorrere nel buio sopra di lui.
Gli apre la solita giovane cameriera. Non guarda Ushman negli occhi, e neanche in faccia. Apre la porta, lo guarda entrare e gli fa cenno di scaricarsi le spalle. Chiamo la signora Roberts dice, richiudendo la porta. Ushman rimane in piedi nell'ingresso, pentito di aver indossato gli scarponi da neve. Ha caldo ai piedi e si sente come un clown in una casa di ineccepibile eleganza.
Sente le scarpe della signora Roberts ticchettare da un punto imprecisato in fondo all'appartamento. Si sta avvicinando.
Ushman si inginocchia a togliere la plastica dal tappeto.
Con il coltellino taglia lo spago con cui l'ha legato stamattina.
 arrivato dice lei, con le mani giunte come in preghiera.
Anche con la neve. Solleva le sopracciglia e fa un cenno in direzione dello studio dove c' una fila di finestre.
Il parco  stupefacente. Prima di andarsene deve vederlo.
Ushman annuisce e sorride. Sapevo che era impaziente di riavere il tappeto.
S. Com' venuto?
Benissimo risponde lui e lo srotola sul sottotappeto che  gi al suo posto. Mi hanno detto che non ci sono stati problemi. Come vede... Si alza in piedi e allarga le braccia per fare un gesto in direzione del tappeto.  allora che la vede. O crede di vederla. Una macchiolina bordeaux che non c'entra niente con il disegno. Un pezzetto della virt di Stella lasciato sul tappeto.
Ma la signora Roberts sta guardando i suoi scarponi.
Anche Ushman si guarda i piedi. Scarponi da neve dice, con una risatina nervosa. Guarda di nuovo il tappeto. Pensando al biancore della pelle di Stella, alle sue palpebre sottili che gli solleticano la guancia, Ushman comincia a sudare.
Sembrano caldissimi. Avrei sempre voluto che il signor Roberts avesse un buon paio di scarponi da neve. Considerato soprattutto che  uno sciatore. Ma lui preferisce le pantofole accanto al caminetto dopo lo sci. O meglio, preferiva.
Non ricordo neanche quando  stata l'ultima volta che abbiamo sciato. Probabilmente dieci anni fa. O forse di pi.
Hanno una buona suola. Con molta aderenza.
Alla fine lei dirige lo sguardo dagli scarponi al tappeto.
E bellissimo, Ushman. Bellissimo. Si inginocchia e ci posa sopra la mano. Ushman  certo che noter la macchia. Si prepara a esprimere costernazione. Invece lei si alza e gli volta le spalle. Bene dice, adesso deve venire a vedere il parco.
Ushman gira intorno al tappeto, guardando la macchia da ogni angolo. Se ne accorger? Lei o qualcun altro? Quanto tempo pu far passare, ragionevolmente, prima di consigliarle di farlo pulire di nuovo? E la macchia verr via? Non  poi tanto vistosa, conclude, ascoltando il battere di tacchi della signora Roberts. E a malincuore la segue con i suoi sgraziati scarponi.
Lei  davanti alle finestre, ad aspettare. I capelli le ricadono sulle spalle in riccioli rigidi. La casacca nera che indossa d risalto alla grossa cintura d'argento. Ushman attraversa il soggiorno e si ferma accanto a lei.
Non  per questo che vivo a New York, Ushman. Ma  per questo che mi rifiuto di svernare in Florida o a Scottsdale
o a St John. L'inverno  una stagione bellissima. Non bisogna perderselo.
In effetti Ushman  colpito dal parco perfettamente innevato.
Ogni fronda, ogni collinetta, ogni panchina  coperta di un bianco pulito, puro. Vede deboli tracce nerastre lasciate dalle slitte e dai cani a passeggio. Ma la vastit del parco  accentuata dall'infinita neve luminosa. Ogni angolo si  addolcito, ogni bidone della spazzatura si  trasformato. 
un paesaggio molto diverso da quello del ponte di Queensboro.
Ushman tira un respiro profondo. Vorrebbe tanto che anche Stella lo vedesse.
Gradisce un bicchiere d'acqua? chiede la signora Roberts girandosi verso di lui.
Ushman non fa in tempo a rispondere che lei ha gi fatto scorrere un pannello in mezzo alla stanza per svelare un bar con tanto di acqua corrente.
Le offrirei qualcosa di un po' pi forte, ma mi dicono che la sua fede non lo consente.
Vero risponde Ushman, annuendo.
Quante volte la religione ci toglie i piaceri della vita. La signora Roberts ammicca e gli porge un alto bicchiere d'acqua.
Lui pensa al furgone parcheggiato in Riverside Drive nel cuore della notte. Pensa alla macchia sul tappeto della signora Roberts. Torna a guardare il parco e beve l'acqua.
Lei continua il discorso. Serve per proteggerci, immagino.
E per darci conforto. Ma per me  diventata trasparente.
Forse nel medioevo, quando cos pochi fatti trovavano spiegazione. Ma con la scienza. E quello che sappiamo della vita. Sembra ridicolo credere ai dogmi di un testo romanzesco di qualsiasi religione scritto migliaia di anni fa. Qualcosa, nella cadenza della sua voce, fa pensare a Ushman che gli stia facendo una domanda.
Io non sono uno studioso. E non sono un imam. Nemmeno un bravo musulmano. Ma credo. Come fanno i bambini.
Senza pensarci. La vita  abbastanza complicata anche senza farsi domande sulla propria anima e sul suo destino.
Lei lo sta guardando: ha gli occhi fissi sulla bocca di Ushman mentre lui parla.
Quando lui ha finito lei tace, ma si sforza di sorridere e sospira: Mmm. Sembra che non voglia aggiungere altro.
Ma poi tira un respiro profondo e aggiunge: Ma non  proprio questo a rendere complicata la vita? Il destino della propria anima? Che altro c', in realt?
Ushman non pu fare a meno di ridere. E non pu nemmeno fare a meno di rammaricarsi che a parlare di questo argomento non ci sia Stella. Non ha nessuna voglia di discuterne con la signora Roberts. Non  nemmeno certo che quanto ha detto di s sia la verit. In un certo senso, sta ancora vendendo. Sta dicendo qualsiasi cosa possa continuare a dare di lui un'immagine in cui l'altra possa investire.
Ma le legge negli occhi che ormai ha avviato una discussione.
Sono tanto superficiale? Crede che io non possa capire la complessit della vita?
So che pu capirla replica Ushman, sperando di neutralizzare l'attacco.
Be', si sbaglia. Non ho idea di cosa vuol dire scegliere tra spacciare droga e lavorare a sei dollari all'ora. Non so cosa significa rinunciare a un paio di scarpe nuove per comprare le medicine a un figlio. Quello che so  che in quei sacrifici sta il divino. Il destino della propria anima dipende dalla propria risposta alle durezze della vita. Come ci si comporta sotto coercizione? Qualsiasi genere di coercizione. Questa  la morale, Ushman. Questo  il territorio di Dio.
Ushman abbassa gli occhi sugli scarponi. Pensa a Farak, e ai sacrifici che ha fatto lei. Per la sua famiglia, per lui, per il sarto, per la bambina. Certo, non tutti perdonati da Allah.
Ma Ushman non ha dubbi sul destino della sua anima.
Farak pu anche aver commesso adulterio, pu averlo abbandonato quando lui aveva pi bisogno di lei, ma Ushman conosce il saldo del suo cuore. Ecco cosa intende quando dice alla signora Roberts che lui crede.
Spesso comincia, a bassa voce, sempre guardandosi gli scarponi, la gente si comporta male, sotto coercizione. Io so di averlo fatto. Ma credo in Allah e alla saggezza del Corano.
La signora Roberts sorride, soddisfatta. Ammiro la sua fede dice, guardando verso l'estremit settentrionale di Manhattan. Mentre parlavano, il giorno  diventato sera senza un tramonto che ne annunciasse il passaggio. E
ammiro la sua onest.
Ushman, ancora una volta, si sente umiliato dalla sua stima. Il suo tappeto  l, nell'ingresso, con sopra il sangue di Stella. Che razza di credente , in realt? Dovrebbe dirglielo, farglielo notare, fingere sorpresa e portarlo via per farlo pulire di nuovo. Invece l'aria immobile di quella casa e gli occhi grati della signora Roberts lo rendono muto. Guarda che ore sono. E l'unico pretesto che conosca per congedarsi da lei.
Mi scusi, ma stasera sono fuori a cena.
Una lampada da tavolo si accende automaticamente nell'angolo.
Lei inarca le sopracciglia. La stanza si  illuminata
d'arancio. Che bello. Dev'essere gratificante per sua moglie sapere che qui si  fatto degli amici. Che non si isola dalla societ.
Infatti dice Ushman, distogliendo gli occhi da quelli di lei. Non ha detto a nessun cliente del divorzio. Porga i miei saluti al signor Roberts.
Senz'altro risponde lei, con il battere dei tacchi che segue Ushman verso la porta. Si ferma ai margini del tappeto mentre lui lo attraversa. Ushman vorrebbe tanto tergersi il sudore sulla fronte. Di nuovo, gli viene in mente il corpo nudo di Stella. Cos perfetto, cos pallido, sotto il suo. Si ferma ancora un momento sul tappeto.
Compare la giovane cameriera ad aprirgli la porta.
Mi prepari da bere ordina la signora Roberts alla ragazza.
Poi fa un passo sul tappeto per posare la mano sulla spalla di Ushman. Gli dice: E questo che mi avvicina al divino.
Solleva la mano e se ne va.
Ushman scende dal tappeto ed esce. Quando la porta viene chiusa alle sue spalle e lui si ritrova nell'ampio corridoio, sente il flebile ritmo del passo della signora Roberts spegnersi in un lontano punto imprecisato, in fondo.
...
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CAPITOLO 16.
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...
Stella gira nervosamente in tondo controllando l'orologio.
Ushman l'ha riconosciuta a due isolati di distanza. Indossa un berretto di lana blu e un giaccone nero, e i capelli biondi le splendono sulle spalle in due lunghe ciocche. Ushman si sente improvvisamente agitato per la durata del rosso. In fondo allo stomaco c' la paura che da un momento all'altro Stella possa decidere di non aspettare pi e sparire per sempre nel ristorante cinese pieno di begli studenti in felpa e cappellino da baseball. Finalmente, tuttavia, accosta all'angolo e Stella attraversa la strada seguendo il solco nella neve creato dai pedoni. E paonazza di freddo. In un gesto di grande sicurezza di s e di grande bellezza, preme le labbra sulla guancia di Ushman prima di sedersi al suo posto.
Sospira, strofinandosi le mani.
La sua sicurezza gli d sicurezza. Freddo? chiede lui, stringendole una mano nella sua.
Mm-mm risponde lei, annuendo. Porta i guanti, eppure Ushman sente il freddo salire dalla sua pelle. Fortuna che il tuo toboga  riscaldato sorride.
Lui annuisce. S,  un modello di prima categoria.
Stella sorride di nuovo. Poi appoggia la testa allo schienale, chiude gli occhi e scoppia a ridere. Ushman le sta ancora tenendo la mano guantata. Lei ride tanto forte che cominciano a scenderle le lacrime dagli angoli degli occhi. Lui schiocca la lingua per solidariet, ma si controlla abbastanza per asciugarle le lacrime dal mento.
Quando le sue dita le toccano la faccia, lei apre gli occhi e solleva la testa dallo schienale. La risata si spegne in un
sorriso e Stella lascia che lui le asciughi col pollice le ultime lacrime.
Non dovresti ridere delle sventure altrui. Per le dimensioni del mio toboga non c' granch da fare.
Stella respira cautamente, con una mano sullo stomaco. Si sta sforzando di non ridere. Basta, ti prego. Non so neanch'io cosa ci trovo di tanto divertente.
Forse hai studiato troppo. Com' andata astronomia?
Bene, credo. Il mondo era tutto cos bello, stamattina.
Ero in classe con la mia sciarpa attorno al collo e fuori, con la coda dell'occhio, vedevo solo bianco. Fuori dalla finestra era tutto perfettamente calmo. E bianco.
Aspetta di vedere Manhattan dice Ushman tuffandosi nel traffico di Broadway.
Hai fatto la tua commissione?
Lui annuisce.
Adesso ceniamo?
Ho preparato degli spiedini.
Tu mi vizi.
Ho visto che hai una borsa...
Stella tocca di sfuggita lo zainetto ai suoi piedi.
S, mi sono portata qualcosa.
Gli spiedini sono un prezzo molto basso per avere la tua faccia sul cuscino tutta la notte.
Per il cuscino va bene, ma ho anche tutta una serie di esigenze da soddisfare dice lei, ammiccando.
Ushman arrossisce. Non  ancora abituato al suo candore e alla sua voglia di giocare. Soprattutto in una ragazza virtuosa come lei. Solo dopo anni di matrimonio Farak cominci a parlare apertamente con lui della loro intimit. E comunque lo faceva sempre sussurrando, di solito al buio. Si domanda se tutti gli americani parlino cos apertamente. La signora Roberts user lo stesso candore con il signor Roberts?
Gli viene in mente il discorso fatto poco prima con la signora Roberts, la vista da casa sua e la macchia sul tappeto.
Stella chiede, tu sei religiosa?
Lei non lo prende in giro e non sembra nemmeno sorpresa all'inaspettato cambiamento di discorso.
No, veramente no. Secondo me bastano le comuni norme del vivere civile. E non perch siano nelle scritture.
Sono formule che, se tutti le rispettassero, porterebbero una grande armonia. Tu sei religioso?
Lui annuisce. Un po'. Lo sono diventato di pi in America, credo. Semplicemente perch  confortante. In Iran la religione la usano per controllare la popolazione. Per conservare il potere. La corruzione ha portato a trascurarla.
Stella batte le palpebre. Poi tira un respiro profondo e si guarda le mani.
C' una cosa molto bella che ho imparato a lezione di astronomia. Sull'universo. Ti ho promesso che te l'avrei detto, se avessi imparato che c' qualcosa di indelebile. Ti ricordi?
Certo. Dai...
Be', c' la teoria dell'energia. Dice che l'universo contiene soltanto una certa quantit di energia e che quella quantit si converte da una forma all'altra. Esiste da sempre e per sempre, trasformandosi in continuazione. Cos una stella pu contenere l'energia che una volta  stata parte di un oceano o di un cuore umano. Insomma, l'energia dura, Ushman. In fondo rimane.
Ushman guarda il cavo d'acciaio sul ponte che stanno attraversando. L c' energia. E nel motore del suo furgone, nel ronzio del riscaldamento, nell'elettricit dei fari. 
molto bello commenta.  quello che speravo. Qualcosa che duri. Pensare che la stessa energia contenuta nel corpo di mio nonno ora possa essere qui. Da qualche parte.
Stella aggiunge: Magari nell'umidit che ha prodotto questa neve.
S. Sorride. S.
Ma non si tratta di reincarnazione. Non  energia riconoscibile, rintracciabile. Sono solo atomi. Trasferiti.
E quegli atomi non hanno memoria?
Lei si stringe nelle spalle. No. Questa  soltanto la mia teoria, che ho ricavato, diciamo, dal libro di astronomia.
Non cambiare religione. Ride.
 una bella teoria osserva Ushman, e intanto si lasciano
alle spalle Manhattan. A Queens c' ancora pi neve per terra. Coperta com' di uno strato di sporcizia e gas di scarico,  difficile immaginare che sia caduta solo stamattina.
Adesso tocca a me fare una domanda. Qual  la cosa per cui mi hai notata, la prima volta?
Ushman sorride. Non sar una domanda trabocchetto?
No, sono solo curiosa. Non mi arrabbier.
Ushman si tocca la nuca. Qui dice. La lunghezza e la curva del collo.
Davvero? Che strano. Non mi sarebbe mai venuto in mente. Chiude gli occhi e sorride, soddisfatta.
 una parte stupenda. Quasi tutta nascosta. Ma quando sollevi i capelli e si scopre...
Non finisce la frase. Stella sorride. Posa la mano dietro la nuca, come se quel punto di colpo fosse diventato caro anche a lei.
 una parte che svela la tua natura. Tenera, delicata, ma capace di portare grandi pesi.
Mi piace dice lei alla fine. Poi, abbassando la voce, aggiunge: Tu mi piaci, Ushman.
Lui stacca gli occhi dalla strada davanti a s. La guarda fisso, senza un sorriso, senza traccia di frivolezza. La penetra con gli occhi, accertando l'autenticit della sua emozioni Infine distoglie lo sguardo.
Mi lusinghi  tutto quel che dice, in tono piatto e incerto.
Stella ridacchia. Perch il linguaggio rende tutto cos rischioso? Ovvio che mi piaci. Lo sapevi gi. Ma dirlo mi imbarazza un sacco.
Perch con le parole diventa reale. Non si pu pi tornare indietro. Non puoi pi sostenere di essere venuta con me solo perch eri annoiata o avevi fame.
E probabilmente  per questo che ci si sposa. Ti prendi la licenza di matrimonio, paghi la vera e rendi tutto reale.
Ushman scrolla le spalle. Pu darsi. Pu darsi che la ragione sia questa.
Ora che Ushman vorrebbe tanto parlare con Stella pi apertamente, fra loro cala il silenzio. Vorrebbe dirle che lei
sar una moglie meravigliosa. Che lei  un dono che non avrebbe mai sperato di meritare. Ma non vuole guastare la sua fortuna, questo momento perfetto.
I lampioni e i fari sono circondati di un alone denso. Le loro circonferenze sfumate si mangiano pezzi di oscurit, formando bei globi pastello. Questa notte potrebbe nevicare di nuovo.
Sembra passato un secolo da stamattina dice finalmente Stella, guardando verso Ushman. Tutto  diventato subito cos brutto.
Parli della neve?
Vorrei svegliarmi e trovare di nuovo tutto com'era stamattina.
Calmo, immobile e luminoso.
Una sorpresa ce l'ho, per domattina.
Neve fresca e pulita?
Lui sorride e scuote la testa. No.
Allora la possibilit di dormire senza essere svegliata da un fon, una radio o qualcuno che fa yoga?
Non posso fare yoga?
Stella ride. Se farai yoga, sta' sicuro che mi sveglier a guardarti.
Che cosa ti fa credere che sia buffo? Secondo te non sono agile e forte?
So che sei agile e forte. Ma mi sveglier lo stesso a guardarti.
Io non pratico lo yoga.
Lo so.
Ah, s?
No. Qual  la mia sorpresa?
Dobbiamo cercare la parola sul dizionario? Secondo me  una cosa che non puoi sapere prima.
Dai...
No, no. Le fa un cenno con il dito pensando allo streusel
che le servir. Io le parole le scelgo con cura.  una sorpresa.
Va bene. Aspetter.
Hai notizie dall'Italia?
Mi ha telefonato mia madre. Parlava come se fosse alle
terme. Come se avesse scoperto che la massoterapia non  uno strano trattamento New Age.
Avete parlato di quello che  successo?
Ma che cosa  successo, Ushman? Perch se non ne avessi parlato con te, se non fossi venuta direttamente dal pensionato al tuo negozio, comincerei a credere che sia stato tutto un sogno. La sua voce  confusa, frustrata.
Ringrazia il cielo che con te tua madre non ostenti la sua debolezza. Mia madre non fa che ricordarmi tutti i suoi malanni.
Ah. La voce di Stella si addolcisce. Forse  per questo che non ti va di parlare della tua vita. Hai paura di essere una lagna come lei?
Non mi piace lamentarmi.
Vorrei che ti piacesse. E che piacesse a mia madre. Stella allunga la mano e lo prende per la spalla. Io non voglio fingere dice, con le sopracciglia sollevate. Cosa me ne faccio di una relazione, se  tutta finzione e delicatezza? Che senso ha?
Finzione e delicatezza possono essere belle.
Per un po'. Gli lascia la spalla e posa la testa sullo schienale. Non per tutta la vita.
Ma una vita di lamentele...? Ushman non ricorda momento in cui sua madre non l'abbia stancato con le sue lagnanze, nemmeno quand'era piccolo.
Devo andarci? chiede Stella.
In Italia?
Lei annuisce.
Perch no? Magari di persona ti dir quello che vuoi sapere.
Non voglio andarci. Ho saputo che ha distorto quello che  successo. L'ha trasformato in un incidente. Un aneddoto.
Non voglio entrarci, in questo imbroglio. Non credo di farcela. Lui ammira il suo entusiasmo per la verit, ma si chiede se un giorno anche a lei, con l'et, passer questa fissazione.
Ushman entra nel garage, facendo un cenno all'addetto.
Stella continua il discorso: Da una parte mi dico che
quanto  successo riguarda lei come individuo, come adulto.
E io non dovrei interferire. Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo essere amiche. Si guarda le mani guantate.
E dall'altra parte mi vergogno di riuscire tanto bene a prendere le distanze.  mia madre. Io sono la sua unica figlia. Dovrei essere l.
Ushman corregge la posizione del furgone nel suo solito posto macchina. Spegne il motore ma tiene le mani sul volante. Quando una persona  tanto lontano,  difficile sapere qual  il tuo ruolo nella sua vita. Ma non c' dubbio: se puoi, devi andare. Toglie la chiave dal blocchetto di accensione e se la mette in grembo. Guarda Stella e poi le proprie mani. Meglio andare l e rimanere delusi che starsene qui e rimanere delusi lo stesso. Se sarai esclusa per sempre dalla verit, ti sentirai in colpa. Perch non avrai domandato. Perch non sarai andata a vedere con i tuoi occhi.
Stella giocherella con la borsa che ha fra le gambe.
So di cosa parlo, Stella.
Lei annuisce, sempre evitando i suoi occhi.
Ma non hai chiesto la mia opinione. Scusami la ramanzina.
La decisione sta a te.
Stella prende su la borsa e scende. Quando arriva dietro il furgone per incontrare Ushman, vede cos'ha ai piedi.
Sembra cos fuori posto, con quei massicci scarponi di pelo sul cemento del garage. Non sono calzature da citt. Sembra un mandriano. O un cammelliere.
Quelli sono scarponi da toboga? chiede, incapace di nascondere il sorriso che minaccia di trasformarsi in una risata.
Ushman prende la borsa e se la carica in spalla. Poi chiude la mano guantata di Stella nella sua. Be', come avrei fatto a scendere bene il pendio allestito, senza questi scarponi?
La risata di Stella echeggia nel garage. Ushman non ride, ma sta sorridendo quando la avvolge col braccio per guidarla fuori, sul marciapiede ghiacciato.
...
.
...
Dopo cena, Ushman accende la candela sul cassettone. Stella lo segue in camera sua e lo guarda agitare il polso avanti e indietro per spegnere il fiammifero. Si corica in mezzo al letto e sospira.
Dopo, mentre guardano dalla finestra il cono di luce di un lampione, in attesa di un fiocco di neve, a Ushman viene in mente l'ultima lamentela di sua madre: il vitto all'istituto per anziani. Almeno gli ha detto, distintamente, come se fosse alla porta accanto, Farak sapeva cucinare. Le contadine sanno sempre cucinare. Ma ci ha traditi, Ushman. Qui mancano i condimenti. Il cibo non ha sapore. E il collo. Ho i crampi tutto il giorno.
Non  una contadina ha detto Ushman per difendere Farak, un'abitudine che non ha mai abbandonato.
Non discutere con me, Ushman. Io conosco la vita.
Qualunque sia la sua origine,  diventata una contadina.
Ushman vorrebbe smettere di telefonare alla madre. Vorrebbe fingere che lei abbia il coraggio di buttarsi da un ponte. Non ci sarebbe un soldato americano a salvarla.
Affonderebbe come un mattone.
Con un senso di colpa, accarezza Stella dietro la nuca. Si concentra sul ritmo del suo respiro, le posa la mano sulla schiena e sente le costole alzarsi e abbassarsi, alzarsi e abbassarsi.
Ushman dice lei, in tono improvvisamente timido.
S?
A te va bene... cos... voglio dire, quello che abbiamo appena fatto?
C' bisogno di chiederlo? domanda lui, passandole la mano su e gi dietro la nuca.
Lei si copre la faccia, anche se lui in quella posizione non pu vederla, e annuisce.
Se c' bisogno di chiederlo vuol dire che ho sbagliato qualcosa.
Insomma, ho avuto l'impressione che... che ti piacesse, s, ma sei tanto concentrato su di me che mi domando se ti concentri abbastanza su di te. Devo fare qualcosa di pi?
Ha ancora la faccia nascosta e si sta parlando nelle mani.
Ushman sospira. Gli uomini sono semplici, Stella. Quasi tutto il mio piacere deriva dal fatto di guardare te che provi piacere.  bellissimo.
Lei si gira a guardarlo. Ha gli occhi spalancati e seri. A
Farak piaceva?
Ushman abbassa le palpebre.  naturale che sia curiosa, dice tra s, come lo sarei io se lei avesse avuto un marito in un paese lontano. Ci pensa.  sorprendente che in questo momento riesca a ricordare tanto poco di loro due che facevano l'amore.
Per un certo periodo... Ma un giorno, con qualcun altro, vedrai che ogni esperienza  piuttosto unica. A queste parole gli si forma un groppo in gola. Davvero arriver quel giorno? Ci sar qualcun altro per lei? Non vuole crederlo possibile.
Scusami, non volevo... Volevo solo... Non volevo fare paragoni o cose del genere. No. Sono solo curiosa. Davvero.
Perch sei l'unico che conosco, che conosco cos, a essere stato sposato. Ad aver avuto una relazione tanto lunga.
Chiss come... evolvono, queste cose.
Ushman smette di accarezzarla. Per un certo periodo
ripete ho creduto che la nostra intimit non sarebbe cambiata mai. Ma poi lei  rimasta incinta. E molto presto, o cos mi sembra,  cominciata la serie di lutti. Ha perso cinque bambini prima che diventassero qualcosa di pi di una macchia di sangue. E cercare una nuova gravidanza  stato il nostro modo di reagire. O forse il mio. Alla fine lei non ha pi voluto tentare. E ormai il suo corpo era diventato il suo nemico. E il mio corpo quello che cospirava con il suo. Ecco perch mi ha mandato qui. In America. Non riusciva pi a vivere con due nemici.
Stella ha ascoltato la voce di Ushman cos attentamente da non essersi concessa nemmeno di respirare. Si svuota i polmoni e abbassa la testa, per guardare di nuovo fuori dalla finestra. Ushman vede che la candela si  trasformata in una collinetta di cera, sul cassettone, con la fiammella che si sforza di sopravvivere.
L'altra sera... dice lei, distogliendo gli occhi dalla finestra
e posandogli una mano sulla guancia, l'altra sera, quando hai pronunciato il suo nome al telefono, sembrava completamente diverso rispetto a quando lo pronunci parlando in inglese. Era come se facesse parte della tua bocca.
Ne sentivo la familiarit, sulla tua lingua.
Ha avuto una bambina le ripete Ushman, come se non lo sapesse ancora. Come se questa fosse una spiegazione.
Poi chiude gli occhi.
Stella posa la testa sul suo petto.
Lui sa che lei gli sente il cuore, l a battere sotto il suo orecchio. Lo sente scuoterle appena la testa. Immagina il proprio cuore formarsi dal nulla, moltiplicare le sue cellule nell'utero di sua madre e poi continuare a battere, anche qui a Queens, tanto lontano dall'Iran. E immagina il cuore della bambina, il cuore della figlia di Farak, battere in una culla a Istanbul.
Dov' l'energia di quei feti?, si domanda. Di quei cinque cuori incompiuti?
Apre gli occhi e guarda in fondo alla stanza. Fuori dalla finestra, milioni di fiocchi di neve perfettamente formati hanno cominciato una calma discesa.
Nevica dice sottovoce.
Stella annuisce. Gioia sussurra, e chiude gli occhi.
Assoluta conclude lui, scostandole i capelli dalla fronte per baciargliela. Tira su la pesante coperta di lana per coprire tutti e due. La fiamma della candela alla fine  stata ingoiata dalla sua stessa massa di cera. Il cuore di Ushman continua a martellare sotto l'orecchio di Stella, trasformandosi in una ninnananna.
...
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CAPITOLO 17.
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...
Ushman osserva una fotografia del Ponte della Paglia su una guida di Venezia. Poi chiude gli occhi e immagina di essere un'altra persona su quel ponte. Un turista che se ne sta l fermo, disorientato e magari un po' nauseato dall'odore dei canali. Che guarda verso il Ponte dei Sospiri e le vecchie prigioni del doge. Gli uccelli stridono sopra di lui e uno zingaro canta stonato. All'improvviso una donna, un'americana,  sul parapetto. Per un attimo se ne sta l, calma e riflessiva, come se non stesse facendo niente di strano. Poi, senza un grido e senza alcuna esitazione, fa un passo nel vuoto e cade nell'acqua scura l sotto. Quanto ne sarebbe rimasto sconvolto Ushman, e quanto sarebbe stato diviso fra l'orrore e la speranza quando il soldato in divisa si fosse tuffato dopo di lei; un altro corpo ingoiato dalla densa acqua nera. Ushman si rende conto che, questa scena, Stella deve essersela immaginata spesso. Ha un sussulto, come se per un momento quel dolore fosse il suo. Si riempie di pressante tenerezza per lei.
Ripone la guida e prende dallo scaffale un manuale di conversazione.
Le telefona tre volte, mentre lei  nella sua camera a fare la valigia. La prima volta dice: Arrivederci.
Credevo che avessi un appuntamento.
S. Ma in questo momento sono in una libreria sulla Quinta Avenue. Posso lasciare un messaggio?
Il mio manuale di conversazione l'ho gi messo in valigia, Ushman.
Tiralo fuori. Devi averlo a portata di mano.
Cos'hai detto?
Ho detto che devi averlo a portata di mano.
No, ti chiedevo cos'hai detto in italiano.
Ti ho chiesto se posso lasciare un messaggio.
Dillo ancora.
Posso lasciare un messaggio?
Bello. Ci sar qualcuno che parla cos, in Italia?
In persiano-italiano? Ne dubito.
Porca vacca.
Mi dispiace.
Cosa vuol dire?
Mi dispiace.
Anche a me.
Ushman non era mai stato in una libreria a Manhattan. Il volume e le dimensioni sono spettacolari.
 come un palazzo, questa libreria dice, sedendosi in una poltrona di velluto a sfogliare il manuale di conversazione.
E ti invitano ad accomodarti e a fermarti, come se fosse il tuo palazzo. E questi tutti libri tuoi.
Verrebbe da pensare che questo sia un paese di letterati.
Be', non sono solo, qui. Voglio dire, c' un sacco di altra gente a fingere che questa sia la sua biblioteca personale.
Parola chiave: fingere commenta lei, ridendo.
La seconda volta che le telefona  per dirle: Ho fatto una prenotazione.
Sei ancora in libreria? chiede lei.
S. Ho fatto una prenotazione.
Alla libreria?
No.  quello che ti ho detto. In italiano.
Cos'hai prenotato?
Per quando torni. Un ristorante in centro. Cucina italiana di alto livello.
Adesso sei nella sezione cucina?
S. Sono in ritardo per l'appuntamento. Ma voglio portarti a cena. Fuori. Una bella serata. Quando torni. Ho fatto una prenotazione.
Mi sogner gli spiedini.
Al ristorante italiano potrai dirmi cosa ordinare. Ordinerai per me. In italiano.
Ushman, guarda che sto via tre giorni. Tu ormai sai l'italiano meglio di me.
La terza volta che la chiama, Stella sta chiudendo la cerniera della valigia.
Dovresti essere in taxi le dice.
Mi sono distratta un po'.
Ah, s?
C' un tizio italiano che continua a chiamare.
Attenta agli uomini italiani.
Sono testardi.
Scusami. Volevo solo augurarti buon viaggio. Ti penso sempre.
Traduzione, per favore.
Cercala sul tuo libro. Ma prima va' a prendere un taxi.
Ciao.
Ti penso sempre. Ushman ha visto la frase sul libro. Non  una frase che avrebbe usato, se non gliel'avesse suggerita il manuale; d'altra parte non dice il falso. Comincia a temere il lungo weekend, quello del Giorno del Ringraziamento americano, perch ha davanti a s tre giorni in cui non potr vedere Stella. Non gli viene proprio in mente come facesse a occupare il tempo prima che arrivasse lei. Non si ricorda annoiato o inquieto. Di certo non ha mai gironzolato in una libreria. Quello che non ricorda  che il dolore e la rabbia erano i suoi compagni inseparabili. Occupavano tutto il suo tempo libero.
D'impulso, Ushman decide di comprare la guida. Si infila il sacchetto sotto il braccio e si affretta verso il centro, per andare all'appuntamento.
Tempo dopo, Ushman monta sul furgone per andare in un ristorante mediorientale di Flatbush. Non ha voglia di tornare a casa.  di cattivo umore, si sente inutile. Il rumore di un aereo sopra di lui gli fa serrare la mascella. Ordina un piatto unico di souvlaki, insalata e hummus. Tira fuori la
guida, osserva i palazzi, le basiliche e la campagna italiani.
Un paese splendido, conclude, pensando per la prima volta a un viaggio in un posto diverso dall'Iran. Guardando la cartina individua il percorso fra Venezia e Padova, dove adesso si trova la madre di Stella. Mentre il familiare sapore penetrante di feta e pomodoro indugia nella sua bocca, Ushman si ritrova, ancora una volta, a cercare di ricostruire le immagini di una donna in un altro continente. In questo momento preciso Stella sta forse salendo a bordo di una lancia? E lo scafo ondeggia nella corrente, calmandola? O
la ridda di voci diverse, tutte italiane, la disorienta? O
magari sta passando davanti alla fila di lance e opta invece per un taxi di terra che la porter a ovest, lontano dall'antica citt di Venezia e verso l'intenso traffico pomeridiano del Veneto.
Questi pensieri gli occupano la mente fino alla fine della cena. Proprio mentre sta pagando il conto, entra suo cugino Ahmad. Ushman chiude gli occhi, maledicendo la coincidenza.
To inja basti dice Ahmad, con un gran sorriso. E basso e tarchiato, e ha una lunga barba ingrigita nel faccione largo.
Si abbracciano. Sa di t e zafferano.
Puoi farmi compagnia? Ceniamo insieme? chiede Ahmad, facendo un gesto in direzione di un spar. Ushman sa che la sua sposa  incinta e che vorrebbe ostentare un po'
la sua felicit.
Ho appena finito risponde Ushman, tenendo la guida dietro la schiena. Ho un appuntamento. A Manhattan.
Di sera? Tu lavori troppo, Ushman. Il lavoro non maschera il dolore.
Non sai cosa dici. A Ushman non  mai piaciuta la supponenza di suo cugino. Come se la sua religiosit gli desse accesso alla vita privata di chiunque.
Sei stato disonorato. Lo so. Non siamo a Tabriz, comunque non puoi andartene in giro - nemmeno in questo paese
- fingendo di non essere stato offeso. Ma Allah le sta preparando la giusta vendetta.
Ushman capisce che sta parlando di Farak.
Hai saputo qualcosa? Ecco la redenzione di Ahmad. Di sicuro ha avuto notizie dall'Iran.
Ahmad si guarda intorno nel ristorante, distribuendo cenni di saluto ai conoscenti. Frequenta assiduamente la moschea locale. Ushman sa che questi convenevoli servono ad aumentare la suspense e il valore dell'informazione.
Ahmad guarda fuori dalla finestra e si accarezza la barba, annuendo. Poi fissa di nuovo lo sguardo su Ushman.
Allora? chiede lui, infastidito da questa tattica infantile.
Ahmad sorride. La bambina  marchiata. Allah Akbar.
Come sarebbe? Cosa vuoi dire?
Una voglia porpora sulla tempia. Un segno terribile.
Ushman posa le mani sulla cassa.
Brutto aggiunge Ahmad, come per mettere un segno di interpunzione. E poi, di nuovo: Allah Akbar.
 pericoloso? vuole sapere Ushman, che si guarda le mani in attesa di sentire la risposta.
Un monito a tutti quanti. Farak ti tradisce, tradisce Allah, si trasferisce in un posto empio dove tiene scoperta la faccia. Ah e si sputa sulla spalla.
Ushman preme le mani pi forte sulla cassa e guarda il cugino.  pericoloso, Ahmad?
L'altro si stringe nelle spalle; l'esibizione  finita. Una voglia. Ma le impedir di commettere lo stesso peccato della madre. Nessun uomo se la prender. Morir sola e abbandonata.
Il petto di Ushman si solleva. Gli sembra di non riuscire a respirare.
Ho bisogno di un po' d'aria, Ahmad.
Vieni alle preghiere, Ushman gli grida alle spalle.
Ushman si appoggia al furgone. Per un momento gli sembra di dover vomitare. Per terra ci sono ancora chiazze di neve nera. Sputa, poi d un calcio alla neve. Sale sul furgone e posa la testa sul volante. Maledice Ahmad. Il suo vigore, il suo piacere nel dargli questa notizia. La notizia di qualsiasi disgrazia altrui. Anche la disgrazia di un bambino. Proprio mentre si sta formando il suo bambino. Ahmad  il peggior discepolo di Allah.
Ha un'immagine, in mente, che gli d il mal di testa.
Farak che guarda sua figlia dormire, che passa la mano sulla voglia, e compatisce la bambina soltanto quando lei ha gli occhi chiusi. Ushman piange nell'incavo del braccio abbandonato sul volante. Le lacrime sono calde sulle guance.
Maledice se stesso. Anche lui ha sperato in una cosa terribile come questa. Una cosa vaga e senza nome, ma pur sempre ispirata alla vendetta. E adesso piange. Solo da quando ha conosciuto Stella, da quando la propria tristezza si  attenuata, si sente tanto sconvolto da quella di Farak.
Soltanto ora che ha qualcosa di caro vuole che l'universo sia indulgente.
 lui la causa di questo? L'aver desiderato che Farak provasse rimorso. L'essersi augurato che perdesse il bambino.
Qualsiasi cosa potesse riportarla a Tabriz. Anche solo a Tabriz. Non importa se non fosse mai arrivata a New York.
Anche a costo di continuare per sempre a fingere che sarebbe arrivata. Meglio questo che lasciarla a un altro, che saperla felice con un altro. Meglio che lavasse sua madre per il resto dei suoi giorni. Ushman voleva che il mondo dimostrasse che Farak aveva torto. Che non c'era una vita migliore.
Che quel desiderio di Farak era insensato.
Ma guarda, adesso, il suo desiderio. Il libro che ha sotto il braccio. Forse la sua ipocrisia ha attraversato gli oceani e sfigurato la bambina di Farak?
Getta la guida sul sedile del passeggero e si asciuga la faccia.
Accende il motore e prende la strada per Flushing, con la mente che trabocca di incredulit, tristezza e disprezzo.
Domani  il Giorno del Ringraziamento. C' pi traffico del solito, per essere gioved sera. Automobilisti con in mente cortei, football americano e pasticci di zucca.
Ushman ricorre pesantemente al clacson.
Quando arriva al garage  furibondo. Digrigna i denti e
spinge sulla leva del cambio per parcheggiare. Prima di spegnere il motore, viene sottratto di soprassalto alla rabbia da qualcuno che bussa al finestrino del passeggero. Lui lancia un'occhiata, aspettandosi un barbone.  una faccia familiare, ma che non riconosce subito.
Questa volta ha i capelli rossi, di un rosso primario, come quello delle strisce della bandiera americana. La carnagione  ancora pallida e le sopracciglia sono alti archi dipinti di nero. Ushman si sporge ad abbassare un po' il vetro.
Glo glo, eh?
Come? dice Ushman, confuso.
Giorno di tacchino, domani. Indiani e cowboy, hai presente?
Ushman annuisce. S, certo.
Lei sorride. La fessura tra gli incisivi  tanto larga da rasentare la volgarit. Diastema.
Allora, cos' che vuoi? chiede Ushman, per pentirsene subito dopo.
Stasera mi sento sola risponde lei, ammiccando troppo e sporgendo le labbra, come per mettere il broncio.
Io no ribatte Ushman, e tira su il vetro. Spegne il motore, afferra la guida dal sedile di fianco e scende.
Non lo sorprende che lei sia dietro il furgone, con le mani intrecciate dietro la schiena e le gambe bianche nude e tremanti.
Per favore, John lo prega lei, seguendolo mentre lui si dirige spedito verso l'uscita del garage.
Non mi chiamo John dice lui, ficcando le chiavi in fondo alla tasca.
Venti dollari e ti chiamo come vuoi.
Ushman fa segno di no con la testa. Quasi gli fa pena, con quella faccia brutta che si ritrova. Osserva meglio la sua bruttezza, come se fosse la brutta figlia di Farak. Come se questo fosse il destino che aspetta anche lei.
Ma in fondo, pensa, la sua brutta faccia non mi ha impedito di invitarla nella mia cucina. Non mi ha impedito di essere grato della sua presenza. Ushman si rende conto che il suo modo di guadagnarsi da vivere non dipende da quanto lei sia attraente ma da quanto un uomo si sente gi nel momento in cui lo incontra.
Non che, pur avendo avuto questo momento di lucidit, Ushman si senta padrone degli eventi.
No, grazie risponde semplicemente, dirigendosi verso l'uscita.
Vieni dal Messico? chiede lei, prendendolo per il gomito e abbozzando una corsetta nel tentativo di tenergli dietro.
No dice Ushman, consentendole di tenergli il braccio.
Sembri latinoamericano.
Lui la ignora.
Ma loro di solito non stanno tanto zitti.
Sono iraniano replica lui, attraversando la strada con lei alle calcagna, i tacchi che battono sull'asfalto.
Io vietnamita. Qui hai famiglia?
Ushman non risponde a questa domanda. Si sta sforzando di non pensare a quanto sarebbe facile lasciarsi seguire da lei fino a casa, farsi fare un uovo strapazzato o una ciotola di spaghettini e farla fermare da lui tutta la notte. A un certo punto si rende conto che lei tace. In questo silenzio, il peso della sua mano sul gomito, il posto vuoto accanto a lui che ora si  riempito cominciano a piacergli.
Poi lei riattacca.
I miei mi hanno portato qui quando avevo otto anni. A
scuola i bambini mi prendevano a sassate. Mio padre si  mozzato le dita al macello. Adesso fuma crack. Mia madre fa le unghie al porto. Se ne sta tutto il giorno a guardare le barche. I traghetti e tutto il resto. Mio fratello  ancora in Vietnam. E stato il nostro biglietto per andarcene. Lo hanno barattato con il mio posto in nave.
Sta' zitta dice Ushman bruscamente, tirando via il braccio.
La tua storia triste non mi riguarda. Tu non mi riguardi.
Non me ne importa niente.
Hanno smesso di camminare e Ushman  di fronte a lei, a guardarle le radici nere dei capelli. Si aspetta che lei si metta a urlare. Che, essendo stata ferita nei sentimenti, com' inevitabile, speri di ricevere da lui qualche consolazione.
E lui forse potrebbe anche dargliela, se solo stesse zitta. Abbracciarla, fare qualcosa per lei, lo libererebbe del fremito che sente dietro gli occhi. Si gira a guardare, poco pi in l nella via, il tendone del suo palazzo.
Per questo non lo vede arrivare. Prima ode un raschio di
gola, come se lei scavasse pi in fondo che pu per tirare su quel che c', e poi sente sulla guancia il pizzicore caldo della sua saliva. Comincia a colargli gi verso la bocca. Lui si ingobbisce tutto e lancia qualche imprecazione incomprensibile. Non vuole pulirsi con la manica del cappotto. Prende il fazzoletto dalla tasca dei pantaloni.
Lei se ne sta li, con la mano sul fianco.
Ushman si gira e se ne va.
Stavo solo facendo due chiacchiere, John. Perch devi essere cos maleducato?
Ushman non si ferma. Non risponde.
Gli uomini pensano sempre di avere l'ultima parola.
Ehi, bello, sta' a sentire. Ora grida e batte i piedi per l'agitazione.
Ascolta qua. Hai l'uccello che sa di merda. Merda di cane marcio. La voce  alta e riecheggia per tutto l'isolato.
Ushman ha il collo in fiamme per la rabbia.  al limite della sopportazione. Vorrebbe girarsi e saltarle addosso, buttarla a terra, farle sanguinare le ginocchia sul marciapiede.
Invece si strofina furiosamente il collo finch la pelle sotto il fazzoletto  tutta rossa e pulsante di dolore.
Arriva davanti a casa, entra nell'atrio e si richiude il portone alle spalle. Si passa il fazzoletto sulla faccia, che gli brucia tanto da fargli lacrimare gli occhi. Ad aspettare davanti all'ascensore c' un gruppetto di vicini. Si unisce in fretta a loro. Anche se continua a sentire le sue urla e ha la faccia pi paonazza che mai, si rende conto che quella voce non significa niente per loro. Non sanno che  stato lui a provocare quella sfuriata. Anzi, magari quella voce non la sentono nemmeno. Alle loro orecchie potrebbe benissimo essere uno dei tanti rumori di fondo. Il basso rombo di un'auto che svolta, il battere di un martello su un tubo, il pianto di un bambino che arriva da una finestra aperta, una scommessa bonaria davanti all'edicola, una donna che grida qualcosa del suo fratellino, perduto per sempre in un posto lontano.
I rumori comuni, insignificanti, della vita altrui.
...
.
...
CAPITOLO 18.
...
.
...
Ushman  in piedi davanti alle finestre dell'appartamento della signora Roberts, a guardare il cielo. Sta cercando con lo sguardo l'aereo a bordo del quale Stella dovrebbe arrivare da Venezia da un momento all'altro. Aveva pensato di andare l, all'ingresso del terminal internazionale, proprio dov'era quando l'aveva vista per la prima volta. Le avrebbe fatto una sorpresa. Era impaziente di appoggiarsi alla parete a guardarla prima che lei si accorgesse di lui. E poi lei l'avrebbe scorto in mezzo a tutta la gente, e ciascuno dei due non avrebbe avuto occhi che per l'altro.  esattamente questa l'emozione che sognava sperando che un giorno Farak lo raggiungesse. Ed  stata quella stessa emozione a spingerlo all'aeroporto tante sere, compresa quella in cui ha conosciuto Stella. Oggi pomeriggio, per, non avrebbe fantasticato, e non avrebbe finto n perso la speranza. Sarebbe stato un vero ricongiungimento. Sarebbe stato tutto regolare.
Ma la signora Roberts lo ha convocato con urgenza. Cos lui  l, nel suo soggiorno, ad aspettare e scrutare il cielo.
Non vede niente, per, prima che la signora Roberts, schiarendosi la voce, entri nella stanza.
Ushman esordisce lei, chiudendosi la porta alle spalle.
Si accomodi.
Lui sente montare l'adrenalina, ma sorride e si siede sul bordo di un'enorme poltrona di cuoio.
Abbiamo fatto la cena del Giorno del Ringraziamento qui da noi. Mio figlio e mia cognata, mia sorella e qualche amico intimo. Si interrompe e si guarda il dorso delle mani.
E lei festeggia, ha festeggiato il Giorno del Ringraziamento, Ushman?
Lui si stringe nelle spalle. Ho mangiato polpette di carne e guardato un po' di football.
Lei reclina la testa all'indietro e scoppia a ridere. Ormai  un americano in piena regola.
Ushman ride con lei, ma in verit ha trascorso gli ultimi due giorni in casa, per paura di uscire, paura della ragazza che con la sua rabbia l'ha disonorato, paura del proprio rimorso.
Be', in ogni modo, dicevo, c'erano anche i ragazzi. Mio figlio  un artista. Ha uno studio in centro. Credo proprio che le piacerebbe. Quando  stato qui ha apprezzato il Bijar.
Non so bene quando l'aveva gi visto. Ma, chiss perch, la sua bellezza l'ha colpito questa volta. Si interrompe di nuovo. Mi faccia ricordare, Ushman.  questo che ha scelto sua moglie?
S mente lui. Anche se la signora Roberts conosce la vera storia del tappeto, Ushman sa che lei preferisce questa versione. Farak sceglie tutto quello che arriva dall'Iran
mente di nuovo.
Prima di partire per la Turchia, Farak ha affidato all'amica Semah il compito di scegliere, comprare e spedire i tappeti per Ushman. E lui non si fida di Semah. Non quanto si fidava di Farak. Semah gli ha mandato della merce scadente.
Tappeti fatti pensando agli americani, repliche di tappeti cinesi, afghani. Tappeti nei toni del verde pallido, dell'azzurro e del rosa, con una bassa densit di nodi e lana di poco pregio. E i prezzi che gli ha fatto erano gonfiati, Ushman lo sa.
Una sola volta ha chiesto a Semah di mandargli dei tappeti.
Soprattutto perch voleva mantenere un legame con Farak. Ma quando ha aperto la partita, la sua tristezza non ha fatto che aumentare. I tappeti mandati da Semah gli davano la misura di tutto ci che aveva perduto. Li ha venduti a prezzo di costo a un commerciante di Westchester.
Da allora si rivolge a un amico di suo cugino che vive a Teheran e va dai tessitori quattro volte all'anno. Per via del
mediatore in pi, i prezzi di Ushman sono aumentati. Ma a quanto pare a New York nessuno se ne accorge.
Ha un gusto meraviglioso dice la signora Roberts.
Spero che potremo conoscerla, un giorno.
Ushman si unisce le mani in grembo. Anch'io lo spero.
Segue un lungo silenzio. Ushman ha l'impressione che la signora Roberts stia aspettando che lui continui il discorso.
Alla fine lei riprende il filo dei suoi pensieri.
Come dicevo, mio figlio stava ammirando il Bijar nell'ingresso quando ha notato una cosa. Venga, le faccio vedere.
Si alza e si gira per dirigersi verso le porte chiuse.
Ushman rimane seduto ancora un istante, facendo appello a tutta la sua lucidit, pensando alla strategia da adottare.
Lei lo aspetta nell'ingresso. Lui attraversa velocemente la stanza. Quando la raggiunge, lei riprende il discorso: Stamattina ho fatto venire qui il mio tintore. Sa cosa mi ha detto, Ushman?
Lui fa segno di no. Sono a qualche decina di centimetri dal tappeto. Da qui riesce a vedere la macchiolina scura, e gli sembra incredibile di aver potuto pensare che non se ne sarebbe accorta.
 sangue dice lei, e lui si sente bruciare di vergogna la punta delle orecchie.
Ushman fa un paio di passi e si inginocchia accanto alla macchia. Lei rimane in piedi alle sue spalle, cos non pu vederlo chiudere gli occhi e maledirsi. Poi lui si rialza e la guarda in faccia. Ha ragione.  terribile.
Non  successo qui, Ushman. Qui si bada alla minima goccia di sangue, mi creda. E non penso proprio che alla sua lavanderia possano lasciar succedere una cosa come questa.
Ecco cosa mi preoccupa, Ushman.
Lui si infila le mani in tasca perch lei non le veda tremare.
Non capisco proprio cosa... comincia la frase, ma non la finisce.
La signora Roberts lo guarda negli occhi. Lui si sente in dovere di ricambiare lo sguardo. Per un istante, ripensando alle proprie emozioni quando era coricato con lei sulla catasta di tappeti in negozio, valuta la possibilit di raccontarle
tutto. Gli occhi di lei sembrano chiedere una confessione, una rivelazione clandestina.
Ma Ushman non parla, e nemmeno si gira dall'altra parte.
Se ne stanno tutti e due l, in piedi, a guardarsi negli occhi.
Alla fine  la signora Roberts a distogliere lo sguardo e a rompere il silenzio.
Deve sentire la sua lavanderia, Ushman. Deve assicurarsi che non lascino i tappeti incustoditi dopo la pulitura.
Potrebbe essere un grave inconveniente per lei.
Lui annuisce con entusiasmo. Senz'altro. E accetti le mie scuse, signora Roberts. Lo porto via subito e lo faccio pulire.
Me ne occuper personalmente.
Non  necessario, Ushman. Fra poco arriva una persona della mia tintoria. Lo smacchier e poi vedremo. Volevo solo che lo sapesse. Volevo metterla in guardia. Capisce, vero?
Assolutamente. Grazie molte di avermelo fatto notare.
Si figuri risponde lei, con un breve, impercettibile sorriso.
E adesso... Ma non fa in tempo a finire la frase che arriva di corsa la giovane cameriera. Grida. Il rumore dei suoi piedi sul pavimento sovrastano le sue parole. Ushman non capisce la frase che continua a ripetere. Poi la ragazza si mette a correre nell'altra direzione, con dietro la signora Roberts e lui.
Venite, presto. Venite, presto ripete in continuazione, finch sono tutti e tre nella camera da letto che d sul corridoio, a guardare il signor Roberts coricato pacificamente a letto. Guardando meglio, per, Ushman si accorge che i suoi occhi sono aperti ma non vedono. Sono occhi vacui, e non si muovono a guardare la porta.
Se n' andato dice la cameriera a fior di labbra, quasi fra s.
Lo vedo anch'io replica la signora Roberts, spintonando la cameriera per andare all'altra sponda del letto. La ragazza esce dalla stanza indietreggiando e, rispettosa, rimane in piedi nel corridoio finch viene chiamata con un cenno.
Ushman la segue e poi rimangono l, tesi e in silenzio. La ragazza chiude gli occhi e comincia a muovere le labbra.
Ushman la guarda. Poi lei finalmente si fa il segno della croce sul petto e apre gli occhi. Lui distoglie lo sguardo, imbarazzato dalla sua fede. Forse perch ha visto che la stava osservando, che per riguardo partecipava alla sua preghiera, lei allunga il braccio verso di lui. Con la mano calda prende la sua e la stringe piano, offrendo e prendendo conforto.
Poi si gira dall'altra parte e la lascia andare.
Ushman  colpito da quel gesto. Non pu fare a meno di sentirsi lusingato.
E poi prova vergogna.
Quell'uomo se n' andato.  morto.
Da dentro la stanza arriva il suono ambiguo e al tempo stesso particolare del dolore. Sembra che la signora Roberts giri intorno al letto, guardando il marito da ogni lato. Prendendosi cura delle sue braccia, dei suoi piedi, della sua testa.
Toccando per l'ultima volta il suo corpo ancora caldo. La sua voce, quando chiama,  piatta, come se arrivasse da una linea telefonica disturbata.
Ushman dice. Lui guarda la cameriera. Poi si affaccia alla porta. La signora Roberts  seduta sul letto. Ha la mano del marito posata sull'interno del proprio braccio. Le dita sono aperte. Gli sono stati chiusi gli occhi. Lei non si gira a guardare la faccia di Ushman che spunta dalla porta. Lui entra nella stanza per farle capire che ha sentito.
Lentamente, la signora Roberts sfila il braccio da sotto la mano del marito, ma non si alza in piedi. Dev'essere dura morire dice, incrociando le braccia in grembo. Rassegnarsi ad andarsene, quando tante persone vorrebbero che restassi. Rimane cos per un po', curva sopra il corpo di lui.
Poi, senza preavviso, si alza in piedi e si gira verso Ushman, con la faccia solcata dalle lacrime versate. Gli fa un cenno e lui si avvicina per accogliere il suo abbraccio. Stretta in vita da Ushman, lei si lascia andare, e lui ne sorregge il peso. Le braccia le ricadono lungo i fianchi e un singhiozzare impercettibile la scuote.
Ushman non sa cosa dire. Ogni parola di conforto sembra assolutamente inadeguata. Tenendo diritto il fragile corpo di lei, accosta la bocca ai suoi capelli e dice: Sst. Sst. Sst.
Guarda il letto. Il corpo del signor Roberts. Ushman chiude gli occhi e ricorda, con grande chiarezza, quando ha tenuto abbracciata Farak nello stesso modo. Il peso del corpo di lei affidato alle sue braccia. I suoi capelli sulla bocca, mentre lui riusciva a dire soltanto: Sst. A Tabriz, per, nel letto non c'era un corpo, ma una pila di asciugamani insanguinati. E lei sanguinava ancora, anche mentre lui l'abbracciava. Le scarpe gli si erano bagnate di sangue. In testa gli echeggiava un brano del Corano. Un versetto che non ricordava nemmeno di aver imparato. Leggi! Nel nome del tuo Signore che ha creato, ha creato l'uomo da un grumo di sangue. Non lo recitava a voce alta. Non osava parlare, sapendo che Farak voleva disperatamente qualcuno a cui dare la colpa. La teneva abbracciata e basta, come ora tiene abbracciata questa donna.
Naturalmente a Tabriz anche Ushman piangeva. Le sue lacrime cadevano sui capelli di Farak. Quel sapore salato in bocca, la vista appannata.
Ma qui a Manhattan ha gli occhi asciutti. Ushman si limita a fissare l'uomo di cui tiene la moglie tra le braccia. Non c' rimorso. Solo invidia.
Per queste due persone, perch hanno vissuto una vita insieme. Per l'uomo, con accanto la moglie che lo accarezza anche dopo che se n' andato. In realt non  un momento di tristezza. Qui non c' nulla di tragico. Ma riconosce che per lei che rimane, lei che non sa cosa dovr affrontare senza di lui, che non ha fede in una vita dopo questa e vive nella disperata ricerca del desiderio, il suo corpo senza vita  spaventoso.
Cos, la tiene stretta a s finch il tremito passa e lei, delicatamente, lo avvolge con le braccia, voltando la guancia per posargliela sul petto, e sospira. Poi si scosta da lui e, raddrizzandosi la gonna, dice:  incredibile che sia successo mentre lei era qui, Ushman. Mi dispiace molto. Non volevo certo...
Ushman solleva la mano per interromperla. La prego
dice, non c' bisogno che si scusi. Posso chiamarle qualcuno?
Il dottore, suo figlio...
Charles  a Berlino. Una mostra. Il nostro medico abita al piano di sotto. Lo chiamo io. Lo faccio subito risponde lei, e ordina alla cameriera di portarle il telefono.
Ushman viene lasciato solo nella stanza. Sentendosi in dovere di accomiatarsi in qualche modo, sfiora appena il lenzuolo nel punto in cui si gonfia sopra il piede del signor Roberts.
Seduto con la signora Roberts in uno studiolo rivestito di legno, Ushman lancia un'occhiata all'orologio e pensa che Stella probabilmente lo ha gi chiamato a casa. La signora Roberts lo ha visto guardare l'ora, ma non dice niente. Non gli d il permesso di andarsene. Se ne sta seduta accanto a lui, in una poltrona gemella, e fissa la tappezzeria alla parete di fronte.
Sa, una volta siamo stati a Nuova Delhi. E l che abbiamo trovato quella tappezzeria. Ma il giorno del ritorno il nostro volo fu cancellato. All'aeroporto c'era un mucchio di gente e faceva caldo. Vidi tre suore avvicinarsi alla nostra area d'attesa. In mezzo a loro, diciamo nel centro del triangolo che formavano con i-loro corpi, c'era madre Teresa. Sa, io non sono religiosa, ma il signor Roberts s. Gliela indicai.
Gli dissi di andare da lei, a chiederle la benedizione. Lui non volle saperne. Gli uomini hanno quel... come si dice? Ego?
Ushman si stringe nelle spalle. Lei continua. Qualcosa che vi impedisce di chiedere. Paura del rifiuto, credo. Ma con madre Teresa... Non potevo accettarlo. Lui che rimaneva seduto l, a farsi aria, mentre passava una santa. Cos mi alzai e andai da lei. Lei mi prese la mano, firm la mia carta d'imbarco e mi benedisse.
Ora anche Ushman sta guardando la tappezzeria.
Tornai da lui. Gli dissi che mi aveva benedetta. Sapevo che ce l'aveva con me. Avrebbe voluto che fossi timorosa e ubbidiente. Ma poi, vuole sapere una cosa? Anni dopo, non molto tempo fa, eravamo a una festa. La padrona di casa, una signora giovane e bella, aveva al collo un grande crocifisso di granato. A met serata notai loro due in mezzo alla stanza.
Lei era assorta in qualcosa che stava dicendo mio marito. Mi avvicinai un po' per sentire anch'io la sua voce. Stava raccontando di Nuova Delhi. Ma diceva che era stato benedetto lui, non io. Che madre Teresa aveva preso la sua mano, firmato il suo biglietto e dato a lui la santa benedizione.
Ushman tace, chiedendosi come mai si senta suo agio a parlarne con lui.
Lei riprende il discorso. Non gli rovinai il gioco, Ushman. Rimasi zitta ad ascoltare finch ebbe finito. Guardai questa donna posare la mano sulla croce e sorridergli con grande dolcezza. Poi gli misi la mano sulla schiena per fargli sapere che ero l. Per fargli sapere che l'avevo sentito mentire su madre Teresa solo per l'effetto che poteva avere su questa bella donna. Per fargli sapere che io, anche se ero l, non avevo fatto niente per correggerlo. Volevo fargli sapere che conoscevo il peggio di lui. Non so perch, ma per me era importante. Una specie di polizza di assicurazione. Non avrebbe mai pi potuto dire - o insinuare - che la sua fede lo rendeva superiore. Non ne parlammo mai.
Chiude gli occhi per un momento e compare un breve, triste sorriso. Riaprendo gli occhi conclude: Non gli ho mai detto che in realt l'ho trovato dolce. Una specie di omaggio a me. Un'appropriazione della mia vita per ottenere la stima di un'altra donna.
Ushman si gira e rigira attorno al dito l'anello con sigillo.
Qualcosa di non detto rimane sempre, a quanto pare.
Ah, s? Lei cosa vorrebbe aver detto a sua moglie? Supponendo che sia lei ad andarsene prima.
Ushman  confuso. Non aveva previsto che la sua osservazione avrebbe dato origine a una domanda. Certo non questa. Non gradisce la sua curiosit.  impaziente di rivedere Stella, di stare con lei.
Ci sono molte cose. E diverso. Sa, quando si  cos lontani.
Ci sono cose che vorrei dirle, anche solo di New York.
Cose di cui non abbiamo il tempo di parlare al telefono.
La signora Roberts gira la sedia ancora di pi verso Ushman. Quand' stata l'ultima volta che ha parlato con lei?
Con Farak? Ushman non ha bisogno che lei chiarisca di chi sta parlando, ma sente venir meno la propria determinazione.
Ha la sensazione che la signora Roberts stia cercando una consolazione nel dramma della vita di Ushman. Lui  stanco di continuare a parlare di Farak in questo modo. 
stanco di essere trascinato costantemente nel suo passato. Sa di dover resistere all'impulso di parlare schiettamente.
Potrebbe solo portare guai.
Ma certo, Farak. Ogni quanto la sente?
Ushman sospira. China la testa, cos pu vedersi soltanto le mani. La determinazione riprende forza. Una volta alla settimana. Parliamo di molte cose, ma soprattutto di lavoro.
O di mia madre. Fa una pausa, solo per impedire alla sua voce di tremare. Non si  arreso. Non ha detto cose che non avrebbe dovuto dirle.  difficile vivere in questo modo.
Stare cos lontani. E soli. Ushman sente il sudore formarsi all'attaccatura dei capelli. Non la guarda. Anche se questa  una bugia,  la prima volta che sull'argomento racconta a qualcuno la verit.
All'improvviso la signora Roberts ha allungato la mano su quella di Ushman. Lo guarda in faccia. Oh, Dio, Ushman.
Ci pensavo. Lo sapevo, certo. Lei ha un temperamento cos tragico. Ma sentirglielo dire mi... mi sconvolge.
Lei  un'ottima cliente. Non voglio che si preoccupi per la mia vita privata.
Ma lei deve soffrire moltissimo.
La signora Roberts gli tiene ancora la mano. Non gli piace cos fresca. Poi lei, impacciata, la solleva.
Ushman scuote la testa e si stringe nelle spalle. Non pi di lei dice, e si fa piccolo per la paura, sapendo di averle concesso la parte di s che lei tanto voleva.  da tempo che lei muore dalla voglia di conoscere i particolari del suo dolore.
Eh, gi risponde lei a bassa voce, con gli occhi pieni di compiacimento per il paragone. Eh, gi. Si asciuga una lacrima che si  fermata nell'angolo dell'occhio.
La cameriera apre la porta e annuncia che l'addetto della tintoria  venuto a smacchiare il tappeto. La signora Roberts guarda Ushman.
Ushman, le dispiace? Lo mandi via. Non voglio occuparmi di questo, adesso. Pu portarlo via lei, vero? Me lo far pulire di nuovo?
Ushman si alza in piedi, sollevato di poter uscire da quella stanzetta. Ma certo. Lo porter via subito.
Deve andare? Da come lo chiede, Ushman capisce che la sola risposta accettabile  no.
Si fruga le tasche in cerca delle chiavi. Lasci che parli io con quello della tintoria. Poi caricher il tappeto sul furgone e far una telefonata. Forse potr fermarmi ancora un po'.
La signora Roberts sembra non aver sentito. Si rivolge alla ragazza. Faccia lessare un petto di pollo per il signor Khan, Maria. Di certo non riuscir a mangiare, stasera, ma gli terr compagnia in sala da pranzo e far le telefonate indispensabili.
Ushman si congeda, attraversa l'appartamento e arriva sul pianerottolo. L trova l'addetto della tintoria: un uomo grasso di mezza et in mocassini e papalina.
Signore esordisce Ushman, con la voce che rimbomba,
la signora Roberts mi ha incaricato di informarla che non c' pi bisogno di smacchiare il tappeto stasera. C' stato un lutto in famiglia, perci la signora mander a pulire il tappeto in un momento pi opportuno.
L'altro guarda la macchia e poi di nuovo Ushman. Alza le spalle. Lei  il dottore?
Ushman scuote la testa. No. Veramente sono un mercante di tappeti.
Vuol dire che la signora ha comprato il tappeto da lei?
Ha un forte accento newyorkese.
S.
E il lutto  nella sua famiglia o in quella della signora?
Della signora.
Ma allora... lei che cavolo ci fa qui?
Ushman gli fa cenno di abbassare la voce. Gli fa rabbia che quest'uomo si esprima come lui non riesce a esprimersi.
Veramente ero qui per caso. A esaminare la macchia.
Vuol dire che il vecchio  appena morto? Cio proprio mentre lei era l a guardare la macchia di sangue?
Purtroppo.
Mi vengono i brividi dice l'uomo, e prende su da terra la piccola sacca di cuoio. Io me ne vado. Vuole una mano?
Ushman  inginocchiato accanto al margine del tappeto e comincia ad arrotolarlo. Non fa in tempo a rispondere che quello si  gi messo in ginocchio accanto a lui a calcare il tappeto su se stesso.
Grazie dice Ushman, premendo in armonia con l'altro.
Niente risponde l'uomo, rialzandosi. Le dica che mi dispiace per suo marito.
Lo far. Grazie. Ushman gli tende la mano e i due si salutano.
Fa un gran freddo. Ushman  sul furgone, con le gambe che gli tremano.
Sono bloccato qui dice, parlando nel cellulare. E una storia lunga. Troppo lunga. Mi sei mancata.
Questo l'hai gi detto risponde Stella, imbronciata.
Suo marito  appena morto, Stella.
Anche questo l'hai gi detto.
Vorrei vederti, ma mi sa che stasera sar impossibile. 
una situazione terribile.
Ma lei una famiglia non ce l'ha, Ushman?
Suo figlio fa l'artista.  a Berlino.
Ma quello  morto proprio adesso? Mentre tu eri l?
 incredibile. Un tempismo orrendo.
Puoi dirlo forte.
Quella  una donna ricchissima. E molto mondana. Una volta mi faceva piacere che apprezzasse i miei tappeti.  una che capisce la loro bellezza, la loro arte, la loro complessit.
Ma ormai mi fa pena. E questo non mi piace. Non mi piace fermarmi per le sue disgrazie. Mi sento disonesto.
Allora vieni da me. Io ho bisogno di vederti. La voce di Stella esprime sicurezza di s.
Ushman non dice niente. Come pu rifiutare?
Lei non mi d possibilit di scelta, Stella. Mi dispiace.
Non ti d possibilit di scelta? Cosa vuol dire? lo schernisce lei. Che se te ne vai ti pianta un coltello nello stomaco?
Lui pensa alla ragazza di sopra, che gli sta preparando la cena.
Non posso spiegarti. Magari domani. Ci vediamo domani?
Al ristorante italiano del Village? Voglio che mi racconti tutto. Di tua madre, di come sta.
Silenzio.
Stella sospira. Temo che non ci sia alternativa. Se questa tua amica  pi importante di me.
Non sono suo amico. Sono un surrogato.
Sei quello che scegli di essere, Ushman.
Torni da Venezia filosofa?
Finalmente lei ride. Piantala. Sono stanca.
Non ti sto prendendo in giro. Ti ho gi detto che mi sei mancata?
Mi pare di s.
Nel caso non te l'avessi detto: mi sei mancata.
Capito.
Vabb, ho un freddo cane, quindi torner di sopra.
Cerca di dormire. Parleremo domattina.
Ushman fa scattare le serrature del furgone e torna nell'atrio del palazzo, grato di quel tepore. Cerca di non chiedersi che cosa far Stella, adesso. Come cercher di riempire la serata improvvisamente vuota.
Di sopra, la signora Roberts aspetta nella sala da pranzo.
C' un posto apparecchiato per Ushman. Petto di pollo lessato, carote stufate, riso d'acqua e un panino. Solo ora che si mette a tavola si rende conto di quanto era affamato.
La signora Roberts ha sul naso gli occhiali da lettura. Gli rivolge un debole sorriso. Ha fatto la telefonata?
Lui annuisce. E mi porter via il tappeto per farlo pulire di nuovo.  gi nel furgone. Grazie della cena.
Non c' di che. Devo fare qualche telefonata, Ushman.
Adesso mi pento di non aver dato retta al signor Roberts
quando mi suggeriva di prendere una segretaria. Che cosa sciocca. Pagare qualcuno perch faccia delle telefonate.
Questa  la mia vita, Ushman.
S dice lui, giocherellando con il coltello. Se posso fare qualcosa per aiutarla... Subito si pente di averlo proposto.
Oh, se potesse almeno chiamare il giornale. Qui c' il necrologio. Ma  scritto a mano. Non credo di poter mandare un fax cos. E non potrei sopportare di leggerlo, in questo momento.
Ushman manda gi un boccone di pollo. Ma certo, certo. Cerca di capire che cosa gli  appena stato chiesto di fare.
Finisca la cena. Io adesso chiamo mio figlio. Poi potr dare un'occhiata qui, per vedere se  leggibile, e chiamiamo il Times.
Ushman continua a spostare il cibo da una parte all'altra del piatto, componendo bocconi e sorseggiando acqua, mentre la signora Roberts raggiunge il figlio in una lontana camera d'albergo di Berlino e gli dice che suo padre  morto. Non accenna al fatto che il mercante di tappeti  seduto di fronte a lei, al tavolo della sala da pranzo. Ma non le sente dire nemmeno che la cameriera si fermer a dormire da lei. Non sar sola, lo rassicura.
Quando riaggancia, dice a Ushman: Prender un aereo domani. Com' il pollo?
Molto buono risponde lui, sorpreso di aver ripulito il piatto, date le circostanze.
Mi fa piacere. Quando  pronto andiamo di l.
Ushman si pulisce la bocca col tovagliolo e scosta la sedia dal tavolo.
 sicura che non ci sia qualcun altro pi adatto di me ad aiutarla?
Assolutamente. Non dubiti di se stesso neanche per un istante. Si alza in piedi e raccoglie le sue carte. Ushman la segue.
Lei gli ordina di accomodarsi sul divano, sotto una lampada a soffitto che fa una gran luce. Si siede accanto a lui e
gli passa un foglio. In cima c' scritto, in stampatello, il nome per esteso del signor Roberts e sotto Necrologio.
Su dice, dia un'occhiata e si assicuri di riuscire a decifrare la mia scrittura.
Ushman esegue, ma la scrittura  da manuale e non ci sono parole che abbia difficolt a leggere.
Quando ha finito, la signora Roberts trova un biglietto da visita tra le carte che ha in grembo e compone il numero scritto sopra. Le risponde un redattore del Times che a quanto pare capisce perfettamente che cosa vuole. Ushman non sa se questa  la norma o stanno facendo un favore ai Roberts. In ogni modo, tira un respiro profondo quando sente dire dalla signora che ha chiesto a un caro amico di leggere il necrologio al posto suo. Poi lei gli passa il telefono e si intreccia le mani in grembo.
Ushman legge nel ricevitore i dati biografici di suo marito con la massima chiarezza, perch non vengano fatti errori.
Intanto, la signora Roberts, seduta accanto a lui, piange sommessamente a capo chino.
...
.
...
CAPITOLO 19.
...
.
...
Il ristorante  in uno stretto isolato appena a sud di Christopher Street. Ushman parcheggia un po' pi in l. Si trover con Stella direttamente al ristorante. Lui si  offerto di andare a prenderla, ma lei ha declinato, spiegando che nel pomeriggio sarebbe andata in centro a comprarsi un giaccone pi pesante.
Ushman si siede a un tavolo accanto alla vetrina. La tovaglia  a scacchi bianchi e rossi. Sul tavolo ci sono una candela dalla luce tremolante e una caraffa d'acqua. Lui guarda la via buia in cerca di Stella.
 nervoso come non  pi stato dalla sera passata sul tetto di casa. Di colpo ha l'impressione che la sua camicia di lana allacciata fino all'ultimo bottone e il maglione di cachemire blu marina che gli ricade dalle spalle non possano nascondere il battito impazzito del suo cuore. Di certo il maitre che ha acceso la candela con le sue corte dita da emigrante capisce che Ushman  terrorizzato. Conosce lo sguardo di un uomo convinto di essere fuori posto. E perch mai lui dovrebbe sentirsi a suo agio, qui? Tutti gli altri avventori sono giovani, portano gli stivali e dei brillantini intorno agli occhi. Bevono Martini cocktail e mangiano involtini di salame e olive. Ushman ricorda che, a un caff di Tabriz, lui e i compagni di scuola prendevano in giro ogni turista tedesco o russo che entrava per le spalle enormi e il nasone rosa. Ma quegli stranieri non cercavano di fare gli iraniani. Non uscivano con una ragazza del posto, non avevano un negozio a Tabriz. Se cos fosse stato, come si sarebbero comportati lui e i suoi amici?
Ushman respira profondamente, ripetendosi che quella  l'America, il paese degli stranieri.
Proprio in quel momento la vede. A testa china, per ripararsi dal vento. Tira un sospiro di sollievo. Lei alza lo sguardo, forse per controllare il numero civico, e lo vede. Attraversa la strada senza guardare il traffico, col sorriso ben fermo sulle labbra. Ushman  spaventato dalla sua bellezza.
Gli sembra diversa. Pi sicura di s, pi rilassata. Non gli par vero che stia entrando, gli occhi solo per lui.
E quando il matre la conduce al tavolo di Ushman, lui sente un brivido irradiarsi nel profondo. Si alza ad abbracciarla e gli sembra di sentire un pizzicore alle dita.
Ti penso sempre gli sussurra lei all'orecchio mentre si abbracciano. Lo dice come gliel'ha insegnato lui. Con la pronuncia italiana. Ushman la stringe forte a s, annusando l'aria fredda nei suoi capelli, il gloss dolce sulle sue labbra, il piumino d'oca del suo giaccone. Ricaccia gi le lacrime che ha negli occhi.
 sbagliato, pensa. Sbagliato provare tanta felicit quando non si  fatto niente per meritarsela. La sua fortuna non ha senso.
Ti piace il mio giaccone? chiede lei, con un sorriso nella voce.
Lui si scosta per guardare il piumino nero che le scende fino alle ginocchia.
Sei incantevole.
Anche con questo addosso?
Lui annuisce. Soprattutto. Sembra tenere caldo, eh?
Caldissimo. Ed era anche in saldo.
Perfetto.
Il matre torna e prende il giaccone dalle spalle di Stella.
Lei si siede e sorride. Non posso credere che siamo qui.
Quante volte, questo weekend, tu e New York, ma soprattutto tu, mi siete sembrati lontanissimi. Non credevo neanche che sarei mai tornata.
Racconta. Tu come stai?
Lei annuisce, si apre il tovagliolo sulle ginocchia. Sto bene risponde, sorridendo.
E tua madre? Lei come sta?
Stella alza gli occhi al cielo.  pazza. Ma in realt non pi di tanto. Come sempre dice, un po' esitante.
Sei riuscita a parlare con lei? Di quello che  successo.
Lei sporge le labbra per riflettere. Mmm. Difficile a dirsi. Insomma, quello che  successo lo so, ma non credo di averci capito qualcosa di pi.
Ma  ancora in pericolo? Potrebbe succedere di nuovo?
Lei scrolla le spalle. Tutti siamo in pericolo, no? Da un momento all'altro chiunque pu avere la sensazione che il mondo stia per sbriciolarsi attorno. Io l'ho quasi avuta ieri sera, per esempio. Quando ho saputo che non saresti venuto da me per via della tua amica. Pronuncia l'ultima parola come se fosse un insulto.
Sei arrabbiata?
Ero arrabbiata. Ieri sera. Lo guarda con gli occhi spalancati.
Avevo voglia di fare qualcosa di sconsiderato.
Qualcosa per farti arrabbiare. O per ingelosirti.
Ushman sente un nodo allo stomaco. La scruta in viso, cerca di prevedere le sue parole.
Lei evidentemente gli legge negli occhi la preoccupazione.
Gliela lascia ancora per un momento. Poi lo rassicura:
Invece niente. Abbassa lo sguardo sul tavolo. Ushman non  sollevato. Ha nelle orecchie soltanto la sua voce che ripete, in continuazione, sconsiderato.
Ho guardato la tele. Come una povera imbecille.
Mi dispiace dice Ushman istintivamente. Ma non ha sentito.
Dev'essere una cliente... una grossa cliente, eh?
Chi?
Quella donna. La tua amica. Ehi, ci sei?
Ushman alla fine scolla lo sguardo dal tavolo. Vede i suoi occhi limpidi, pieni di aspettativa.
S. In effetti s.
Quindi non ho motivo di essere gelosa?
Gelosa? Ushman non capisce subito come abbia fatto a uscirle di bocca questa parola parlando della signora Roberts.
Mi hai trascurata per lei, Ushman. Cosa dovrei pensare?
A Ushman pare ancora incredibile che Stella abbia potuto pensare, anche per un solo momento, che lui potesse preferire la compagnia della signora Roberts alla sua. Erano circostanze straordinarie. Tutto qui. Niente di personale.
Quindi non te la fai? Si sporge in avanti e a lui arriva in faccia il suo respiro, caldo e penetrante.
Farmela? Ushman arrossisce. No, niente del genere.
Assolutamente. Non... faccio niente.
Stella sorride. D'accordo. Allunga la mano sul tavolo.
Quando le sue dita avvolgono quelle di Ushman, lui emette un sospiro di sollievo. La sua pelle fresca gli d una sferzata e insieme lo conforta.
Ordinano la cena e poi Stella, lasciandogli andare la mano, gli racconta della madre.
Ero con mia madre su una piccola terrazza con vista sulla valle. Era come un bel dipinto. E poi io ho cominciato il discorso. D qualche schiocchetto con la lingua. Le ho chiesto per favore di raccontarmi cos'era successo. Lei non voleva. Ha risposto che non c'era bisogno che io sapessi eccetera eccetera. Cos siamo rimaste ancora un po' l, in quel bel dipinto, finch le ho detto che ritenevo di dover sapere. Che se mai il mio destino fosse quello di avere successo in amore e nella vita, mi serviva la sua guida. La sua saggezza. E questo ha funzionato.
Ushman ascolta attentamente.
Cos si  messa a raccontarmi non solo del viaggio, ma di questo senso di debolezza che ha addosso da quando me ne sono andata di casa. Badava a non darmi nessuna colpa, ma  stata lo stesso una bella prova per me. Scrolla la testa.
Che genere di debolezza?
Ha detto che era come se le si fosse chiarito fin troppo bene il ciclo della vita. E l'eterno vivere e morire di ogni generazione improvvisamente le  sembrato insensato e crudele.
Un tiro mancino cosmico, l'ha chiamato.
Tiro mancino? Ushman non conosce questa espressione.
Be', uno scherzo. Ma un po' pi cattivo.
Lui annuisce.
Quindi  per questo, credo, che sono partiti. Per starsene un po' lontano dalla casa dove sono nata, dalla casa dove moriranno. Ma non  servito. Ci si  messa, anzi, anche la storia locale, e a mia mamma  sembrato di soffocare ancora di pi. Il ponte, quello dal quale si  buttata,  un ponte scoperto da cui si vede quello dei Sospiri, un ponticello che collega un palazzo a una prigione sull'altra sponda del canale.
Una prigione antica che ora  un museo o qualcosa del genere.
Ushman annuisce di nuovo, ricordando l'immagine sulla guida.
Comunque, lei  l, sul ponte, i gabbiani fanno ressa perch qualcuno ha lanciato una crosta di pane e lo stridio  assordante. Mio padre si sta trastullando con la macchina fotografica, senza neanche guardare, dice lei, il terribile passaggio che dovevano attraversare i condannati. Lei gli prende il braccio, perch  come se udisse la loro agonia. I sospiri da cui il ponte prende il nome. Vuole che lui si metta in ascolto, che anche lui li senta. Spera che in quel momento possano davvero essere uniti. E che lui possa capire cose che non  riuscita a comunicargli. Ma lui le spinge via la mano e borbotta qualcosa a proposito dell'esposizione. Non condivide granch lo stato d'animo di mia madre. Cio, lo crede il risultato della noia e lo chiama "sindrome dell'ombelico".
Troppo tempo passato a guardarsi l'ombelico, dice. Le ha proprio detto cos. Non ci posso credere.
Secondo me  stata la mia, di madre, a inventare questa sindrome osserva Ushman, con un sorrisetto.
Ma non ti sembra crudele? Dire una cosa del genere a tua moglie quando  evidente che sta attraversando una crisi emotiva? Stella ha l'aria incredula.
Ushman annuisce vigorosamente. S. Ma forse lui ha paura del proprio ombelico. Se dovesse prendere davvero in considerazione il punto di vista di lei, anche lui rischierebbe la depressione.
Stella drizza la testa. Gi. Non ci avevo pensato. Di certo neanche lui c' tutto, con la testa. Forse ha paura anche lui.
Scrolla le spalle. Boh. Comunque, a un certo punto lei  l,
a guardare quel piccolo Ponte dei Sospiri, tutto coperto e con due finestre sprangate, e le sembra di vedere le loro ombre. I prigionieri del Seicento. Incatenati, che camminano piano guardando dalle spranghe di ferro il piccolo scorcio di laguna. I gabbiani adesso scendono in picchiata, si fanno aggressivi. Lei si strofina gli occhi e vorrebbe una vista migliore. Vedere di pi. Pensa che potrebbe esserci una qualche rivelazione in serbo per lei. Senza esitare sale sul parapetto. E stato allora, mi ha detto, che si  sentita sicura. E finch  rimasta lass non ha pensato che avrebbe potuto buttarsi. Mio padre non l'aveva ancora vista, preso com'era a trafficare col rullino o qualcos'altro. E lei decide di buttarsi. Di saltare verso i sospiri. Perch prima o poi anche lei finir l.
Ushman  incantato. La voce di Stella  calma, ma i suoi occhi sono pieni di lacrime: quando batte le palpebre, le sfuggono gi sulle guance. Lui avvicina la mano alla sua faccia.
Le asciuga le lacrime con il pollice.
Questa  la mia storia triste conclude lei, sorridendo e portandosi il tovagliolo al naso.
Anche Ushman sorride, poi l'espressione torna seria. Da spezzare il cuore. E adesso?  in terapia? Tuo padre l'hai visto?
No.  stato tutto cos strano. Mia madre  in un posto bellissimo che sembra una stazione termale. In realt  una clinica. Ha una terapeuta stupenda. Letteralmente stupenda.
Un'italiana alta, dagli occhi verdi e la pelle olivastra, che la sta incoraggiando a prendere coscienza di questi suoi sentimenti e ad accettarli come parte della bellezza della vita.
Non c' significato senza mancanza di significato, non c' bellezza senza dolore. Sembra perfetto per lei. Ma intanto mio padre  in giro per le campagne italiane con il gruppo turistico. Come se tutto fosse assolutamente normale. Non ha senso. Certo, se la loro relazione fosse pi solida, secondo me lui potrebbe aiutarla a trovare uno scopo nella vita.
Lei, a malincuore, ha ammesso che lui non le d nessun conforto.
Che il suo rifiuto di accettare i suoi sentimenti  distruttivo. Che lei si sente sola e isolata. Ma cosa significa,
questo?  diverso da quello che provano due persone qualsiasi dopo trent'anni di matrimonio?
Ushman non sa cosa rispondere.
Stella si stringe nelle spalle. Parlami dei tuoi. Erano innamorati?
Lui sorride. Mio padre, be', lui amava i soldi. Mia madre gli port una grossa dote. E bad bene che lui non se ne dimenticasse mai.
Urea! fa Stella. Ecco una ricetta per la felicit. Anche il tuo  stato un matrimonio combinato?
La domanda lo sorprende. Stella non ha capito che il suo  stato un matrimonio felice? Che si  sposato per amore?
D'altra parte anche lui qualche volta si  chiesto se un matrimonio combinato non sarebbe riuscito meglio.
Formalmente no. Farak era tessitrice in un laboratorio di mio padre. Lui sapeva che mi piaceva. Lei non veniva da una famiglia benestante; era una sua dipendente. Ma tempo prima la sua famiglia era stata piuttosto importante. Era orfana, pi o meno. Sotto la tutela dello zio. A mio padre suo zio era simpatico. Ma ci sposammo solo dopo la sua morte. Credo che alla fine sarebbe stato d'accordo, perch sapeva che non mi sarei mai dovuto sentire in obbligo nei suoi confronti quanto lui si sent con mia madre.
Molte volte da quando  arrivato in America Ushman ha ringraziato il cielo che suo padre non fosse vissuto abbastanza per vedere che Farak lo tradiva. Suo padre pensava che sposare una ragazza di ceto inferiore potesse garantire alla vita di Ushman un po' di stabilit. Non aveva mai avuto molta pazienza con il figlio. Probabilmente prevedeva che anche Farak si sarebbe stancata di lui.
Ushman vorrebbe tanto che i suoi genitori potessero vederlo l, a Lower Manhattan, insieme a questa ragazza americana.  lo spirito ribelle della sua giovinezza che vorrebbe mostrare alla madre, una devota dell'ultima ora all'ayatollah, il figlio a cena con un'occidentale. E gli piacerebbe mostrare al padre di esserci riuscito, da solo. Di essersi procurato questa serata da solo. E di essere in intimit con una donna che a suo padre non deve niente.
Alle superiori, ogni volta che studiavamo culture in cui i matrimoni erano combinati, tutti i miei compagni di classe erano molto sollevati all'idea di non dover sposare una persona scelta dai loro genitori. Io invece ho sempre avuto qualche curiosit. Chiunque venga scelto dai genitori deve riflettere in qualche modo i loro desideri frustrati. Le caratteristiche che hanno reso forte, o debole, la loro unione.
Ushman annuisce. Credo che tu abbia ragione. Per devono anche essere pratici. Non  un gioco.
Potrebbe diventarlo. Un nuovo reality: Matrimonio combinato.
Lui sorride. Conosco quei programmi solo dalle copertine che si vedono in edicola. Non ti sembra che questa sia la parte peggiore dell'America?
Probabile. Ma la libert comprende anche quella di essere stupidi.
S, ma bisogna proprio ostentare la libert con tanto cattivo gusto? Solo perch  permesso?
Ci stai dando dei bambini?
Forse un po'.
Be', in confronto a voi  vero. Il tuo paese ha quasi duemila anni.
Pi di duemila anni. Ma purtroppo l'et non porta necessariamente saggezza, n pace.
No concorda Stella, per niente. L'ho visto questo weekend.
Ushman guarda la sottile curva di lentiggini sparse sul naso di Stella. Devono volerti molto bene dice, cercandole l'indice col suo.
Stella gli guarda la mano. Credo di s.
Ushman la immagina bambina, a sei anni. Sua madre che la segue su un marciapiede assolato. Lei cammina saltellando, con il lungo collo che tiene eretta e perfettamente composta la testa, anche quando i piedi battono sul cemento.
Chiss da dove gli arriva, questa immagine. Dalle lentiggini, forse.
Era da tanto tempo che cercavano di avere un bambino.
Dieci anni vissuti mese dopo mese, ciclo dopo ciclo proverebbero
chiunque. Ma soprattutto mia madre, che considera l'allegria e l'ottimismo le qualit migliori in assoluto. 
una fatica enorme essere allegri quando il corpo ti tradisce continuamente. Credo che questo l'abbia sfibrata.
Ushman pu soltanto annuire, fissandosi con aria assente le mani, che avvolgono quelle di Stella.
E poi, quando ormai ci avevano rinunciato, dopo che avevano messo via termometri, libri sulla fertilit, vitamine prenatali, dopo che avevano assistito a cos tanti battesimi che le cerimonie cominciavano a sembrare punitive ed empie... bum. Io. Un miracolo. Scopre i denti in un sorrisetto malefico.
 un sollievo dice Ushman, incapace di pensare ad altro che a Farak. Alla figlia che alla fine ha avuto. La figlia che loro due avrebbero potuto avere se solo lei avesse pazientato ancora un po'. Se fosse stata un po' pi ottimista.
E poi capisce che l'immagine della bambina di poco fa non era Stella. Era questa bambina. Questa figlia che Farak ha avuto senza di lui. Anche lei saltella, con sua madre alle spalle.
Ma non ha le lentiggini sparse sulle guance. Ha una voglia. Una cosa terribile, dal contorno scuro e irregolare.
Farak la chiama per farla rallentare. Non vuole che la bambina vada troppo lontano.
Ho parlato a mia madre di te. L'ha presa male.
Ushman si rimette la mano in grembo. Batte le palpebre, tenendole chiuse un istante pi del normale.
La bambina con la macchia in faccia si ferma e guarda la madre alle sue spalle. Non  docile, non  ubbidiente. Non capisce ancora le paure di sua madre. Farak l'ha protetta troppo. E via, la bambina riattacca a saltellare, imprudente, vulnerabile, brutta.
Secondo lei, siccome tu sei pi vecchio, ti approfitterai di me. Fisicamente e non solo.
Cosa le hai detto? chiede Ushman, a bassa voce.
Che sono abbastanza grande per badare a me stessa.
Che non mi metto pi le giacche con i bottoni a forma di animaletto risponde lei, esasperata.
Ushman sorride. Intendevo dire di me. Cosa le hai detto di me?
Solo il tuo nome, in realt. E quello che fai.
Dopo che lei ha gi tentato una volta il suicidio?
Stella ride.
Dico sul serio. Perch aggiungere preoccupazioni? 
crudele.
Il mio compito  proteggerla? Lei non ha pensato a me, quando si  buttata in acqua.
Questo lo capisco, Stella. Ma lei  malata. Credi davvero che fosse il momento giusto?
Ce l'avevo in mente. Avevo in mente te. Molto. Si guarda in grembo. Lui, per consolarla, allunga la mano sul tavolo per prendere la sua.
Per la prima volta vede la sua giovinezza. Non solo la sua pelle liscia, i fianchi snelli e l'ombretto luccicante.
Vede quanto  vicina all'infanzia. La natura impulsiva, volubile, egocentrica di una bambina.  seducente, contagiosa, terribile.
Da quando si conoscono, Ushman ha sempre avuto la sensazione di essere lui quello sciocco e senza esperienza.
Come se l'unico cuore a rischio fosse il suo. Ora vede la parte di Stella che non  ancora adulta. E vede la parte di lei devota a lui. E capisce che coincidono. Quella non ancora adulta e quella che lo ama sono la stessa parte di lei. E intuisce che  una condanna. Quando lei maturer, la sua stima per lui si indebolir.
Ma Ushman non  che un uomo. Non pu predire il futuro.
Non pu avere certezza di niente se non di questo momento. La faccia pallida di Stella che guarda in su, verso di lui, con sincerit. Il pathos sottile di un'opera italiana che arriva dagli altoparlanti del ristorante. La sua mano sopra quella di lei. La via buia costellata degli sbuffi di vapore che escono dalle grate e dagli sfoghi della metropolitana.  un momento in cui Ushman decide di credere. Un momento che desidera.
Ti penso sempre sussurra, stringendole pi forte la mano.
Lei gli sorride e chiude gli occhi. Poi, di colpo, li riapre, sempre sorridendo.
La prossima volta che vado in Italia insegnami anche qualcosa di utile. Non so, qualcosa come: "Vorrei un'altra fetta di torta al cioccolato, per favore".
Oppure: "Questa gondola ferma vicino a una pasticceria?"
dice Ushman, aprendo il portafoglio.
Lei annuisce. S. Una cosa cos andrebbe bene.
La prossima volta sar un maestro migliore. E, prendendole di nuovo la mano quando si alzano in piedi, Ushman le strizza l'occhio. L'aiuta a infilarsi il nuovo giaccone imbottito e insieme percorrono i due isolati per andare al furgone.
Non sono mai stato in una chiesa cattolica dice Ushman mentre aspettano che scatti il verde su Broadway. Non fa in tempo a dirlo che gi capisce di aver sbagliato. Qualsiasi cosa abbia a che fare con la signora Roberts  un affronto a Stella, al tempo che passano insieme.
Stella irrigidisce le spalle. Ha messo il suo enorme giaccone fra loro due. La sua pelle  chiara contro il cachemire nero del maglione dalla scollatura a barchetta. Veramente?
Ushman annuisce, cercando il modo di cambiare argomento.
 domani, la funzione? Stella si gira verso di lui.
S. Alle undici. Ushman le scosta da un lato del viso una ciocca ribelle.
Dove? Lei ha gli occhi spalancati, attenti.
St Patrick. Sulla Quinta Avenue.
La funzione  a St Patrick? Ma  una chiesa enorme. Chi era quello?
Ushman scrolla le spalle. Un uomo d'affari.
Affari grossi, direi. Lei si gira a guardare fuori dal finestrino.
Tutto  cambiato. Ushman le ha ricordato una sensazione di cui si era liberata. Una sensazione tenace.
Vieni con me? le chiede Ushman, perch non sopporta
quel silenzio. Nemmeno per un altro istante deve aleggiare fra loro il dubbio che ha Stella.
Alla funzione?
S. Alla funzione. Non... non mi va di andarci da solo.
Non  sconveniente? Voglio dire, la tua amica sar d'accordo?
 una cliente, Stella. Una buona cliente. Non un'amica.
Non so perch mi ha invitato alla cerimonia.
Ma Ushman, ti ha fatto dettare il necrologio al New York Times. Per lei siete amici.
Ero l per caso.
E tu non vuoi essere suo amico?
No. Gli affari sono affari.
Stella aspetta di aver digerito bene le sue parole.
D'accordo. Ci vengo. Se prometti di cantare.
Cantare?
A me in chiesa piace cantare gli inni a squarciagola. E
voglio che canti anche tu.
Lui sorride. Ma io non li conosco, quegli inni.
Fa niente. Tu scegli una parola, come clementina, o backgammon, e segui la melodia. Ci stai?
Lui aggrotta la fronte. Ma non sono parole religiose.
Clementina? Backgammon?
Lei sorride.  vero. Ma sono meno blasfeme di quelle che usavamo io e i miei amici. E noi cantavamo nel coro.
Ushman scuote la testa.
Allora? Ci stai o no?
Lui annuisce, grato. Ci sto. Stella  tornata da lui. Non c' dubbio. Vieni... hai voglia di venire a Queens?
Stasera?
S.
Perch vuoi che ti canti quegli inni, vero? Con le parole che usavo nel coro.
Ushman allunga la mano per toccarle una ciocca di capelli che le pende davanti alla faccia.
D'accordo. Ma passiamo prima da me, cos prendo un vestito per domattina.
* * *
Per la prima volta, Ushman varca con lei i cancelli di ferro nero. Stella abita nell'alto edificio di mattoni rossi nella zona pi meridionale. Il complesso, in tutto quattro edifici, si chiama The Quad e ospita soprattutto studenti del primo anno.
L'atrio  luminoso; ci sono poltrone superimbottite e grandi finestre. Non sembra un pensionato. Tranne che per la guardia che tiene aperta la porta per farli entrare e controlla il tesserino di Stella. Poi c' un banco al quale Ushman deve comunicare le sue generalit per poter avere accesso agli ascensori.
Ti aspetto qui sussurra a Stella.
Perch? Io qui ci abito. Non vuoi vedere? Improvvisamente Ushman si rende conto che lei sta parlando a voce troppo alta per un luogo pubblico.
No, grazie. Non mi sembra...
Non fa in tempo a finire la frase perch dalle porte alle loro spalle sono entrate altre due ragazze che, quando vedono Stella, corrono da lei, da una parte e dall'altra, ad abbracciarla. Ushman se ne sta l imbarazzato, con la faccia tanto vicino ai capelli di quella pi alta da sentire il profumo dello shampoo.  lo stesso che usa Stella. Fa un passo indietro, ma a quel punto si sente perso, alla deriva. Vuole tornare accanto a Stella, cos si spiegher la sua presenza.
Ha la sensazione che sia il custode sia la guardia diffidino di lui. Della sua esistenza.
Queste ragazze, queste amiche di Stella, hanno finto di non accorgersi di Ushman, anche se lui non  certo tipo da passare inosservato. Insieme stanno ricordando il loro incontro con un professore particolarmente severo. Finalmente Stella prende per mano Ushman e lo tira nella cerchia.
Lui dice, lanciandogli un breve sguardo  Ushman.
Ushman, ti presento Kate e Whitney.
Ushman fa un cenno con la testa, incapace di trovare la voce. Le due ragazze hanno perso la timidezza e lo squadrano centimetro per centimetro.
Mi piace la tua cintura dice quella pi bassa, con spirito pratico.
Grazie risponde Ushman, toccandosi la fibbia della cintura nera, assolutamente anonima. Stella dice poi, io ti aspetto qui.
Lei si stringe nelle spalle. Sicuro?
S. Sfila la mano da quella di lei e si siede su una poltrona accanto alla porta. Le due amiche riprendono a ignorarlo.
D'accordo. Allora nero?
Nero cosa?
Il vestito. Dovr essere nero.
Lo sai tu meglio di me risponde lui, guardando le tre ragazze girare sui tacchi e andare verso gli ascensori, abbracciate, disinvolte, come se ciascuna fosse parte di un tutto.
Gli sembra di starsene seduto in quella poltrona per un'eternit, a guardare l'andirivieni del pensionato. E si lascia affascinare dalle dinamiche del posto. Le insicurezze che certe ragazze lasciano trasparire mentre altre le camuffano tanto bene da apparire quasi inumane. C' un piccolo dramma quasi in ogni incontro cui assiste. Come dappertutto, la vita della gente  una lotta. Non importa se i problemi degli studenti sembrano insignificanti, cerca di tenere a mente Ushman. Il dolore, come la gioia,  assoluto. Il loro cuore di diciannovenni americane pu spezzarsi per piccole cose: un gatto proibito, scoperto e confiscato dalla direzione, i cinque chili messi su da settembre, la giacca di pile rosa con i bottoni a forma di animaletto color pastello come unico dono di compleanno.
Ma poi Ushman si rende conto di essere diventato parte del loro dramma. Loro lo guardano, si interrogano su di lui.
Alcuni li mette in imbarazzo, ad altri fa invidia. La sua presenza l non  naturale. Lui  un argomento di conversazione, un ostacolo, un evento.
Quando Stella esce dall'ascensore, con un vestito scuro che le ricade da un braccio, si meraviglia di quanto la senta distante. Lei, nel proprio ambiente, ha smesso di essergli
familiare. Lui  rigido e formale; si alza in piedi non appena la vede e la segue cautamente, a due passi di distanza.
Cosa c'? chiede lei quando sono fuori, all'aria della sera.
Niente. Sei sicura di averne voglia? Di voler venire con me?
Al funerale?
Al funerale e anche a Queens.
Stella si ferma appena fuori dalla cancellata. Lo guarda, con gli occhi feriti. Che succede? domanda, con la voce arrabbiata e sottile.
Per un attimo Ushman valuta la possibilit di essere franco.
Ma se ne guarda bene. Sa che lei non pu alleviargli il disagio che prova qui nel campus, fra ragazze di diciannove anni. Non pu rassicurarlo, dirgli che non fa niente, che lo superer, che ai suoi amici non importa la sua et, il suo accento, la sua rigida formalit. Anzi, comincer anche lei a badare a queste cose. A trovarlo vecchio e scontroso.
E in fondo, dice fra s,  vero che comincia a essere vecchio e scontroso. Perch ormai  quasi un'abitudine per lui sentirsi fuori posto. Non  una novit. Se ha dimenticato quanto pu risultargli estraneo il mondo di Stella,  solo perch ha trascorso tanto tempo solo con lei. Lei l'ha illuso di averlo, un posto. E forse con lei ce l'ha. Forse con lei pu sorseggiare un t, sdraiarsi su un tappeto di casa, chiudere gli occhi tenendo le mani sulla sua pelle ed esser contento.
Ma questo benessere non si allargher necessariamente al mondo di lei. Ha dato per scontato il contrario? Forse.
Forse si aspettava che, per simpatia, le sue dita lunghe e il suo caldo sorriso potessero americanizzarlo. Forse pensava che, stando con lei, non sarebbe pi stato ostacolato dalla propria identit. Sarebbe potuto diventare parte della sua.
Ed  la constatazione di essersi sbagliato su queste premesse ad abbatterlo tanto. Con chiunque e ovunque si trovi, tra studentesse o collezionisti al Metropolitan o avventori del caff greco, Ushman si sente fuori posto.
Si limita a scrollare le spalle.  questa la risposta alla sua domanda. Visto che lei continua a guardarlo con la fronte
aggrottata e la bocca aperta, aggiunge: Mi spiace, ma stasera sono un po' stanco.
L'affermazione rimane sospesa nell'aria fra loro. Lui non si muove, aspettandosi che lei lo pianti l e torni nel suo edificio ben custodito. Ma con una calma e una semplicit che solo fra molto tempo verranno messe a fuoco, anche Stella scrolla le spalle. Forse perch lei  stanca davvero e non vuole ingaggiare con lui un lungo interrogatorio improduttivo, n affrontare la raffica di domande che le farebbero se tornasse nel pensionato adesso, con il vestito ancora in spalla, lo segue remissiva verso il furgone, come se lui avesse gi accettato la sua dote e l'avesse fatta sua moglie.
Cos, penetrando il buio della sera, attraversano il ponte senza che l'uno o l'altra apra bocca. Come molte altre coppie, incautamente hanno tolto la loro storia d'amore dalla luce della novit per trasferirla nel territorio dell'incuria.
Concedono meno tempo del solito al sesso, ma  bello lo stesso. Ushman si sente ancora pi intenerito nei confronti di lei, dopo aver visto com' la sua vita senza di lui. Si sente fortunato e glielo dice.
Lei chiude gli occhi e sorride, stiracchiando le braccia e inarcando la schiena in un gesto felino. Ushman si alza in piedi e attraversa la stanza immersa nella penombra. Con un soffio spegne la candela sul cassettone e torna tastoni a letto.
Stella si stringe subito a lui, accoccolandosi contro il suo corpo. La serata sembra finita. Ma, al contrario del solito, non si parlano. Il respiro di Stella si fa quasi subito ritmico e profondo. Questo lo conforta:  segno, pensa, che lei non nutre rancore. Ushman inala l'odore della sua nuca. Chiude gli occhi e si chiede se la signora Roberts ricorda l'odore del marito prima chi si ammalasse. Pensa a lei che stasera, incapace di dormire, guarda fuori le luci di Manhattan tutt'intorno e Queens in lontananza.
Ushman  tanto grato del corpo caldo e perfetto di Stella accanto a s.  stato saggio non dirle quanto si  sentito stupido al pensionato fra le sue amiche. Non vuole la sua piet.
Con la bocca contro la curva spigolosa della sua scapola, le solleva i capelli dal collo. Ne memorizza la forma come se fosse una mappa. Anche se  buio,  commosso dalla bellezza del suo profilo. Ushman sta vivendo come avrebbe voluto vivere a Tabriz. Consegnando ogni particolare alla memoria.
I piccoli piedi freddi sotto il lenzuolo. I capelli raccolti sotto la testa, con la punta che gli solletica la fronte. L'odore delle sue ascelle, dolce e penetrante. Il seno, perfetto nella sua rotondit. Le dita, con qualche callo, ma per il momento rilassate, in un molle arco attorno alla fronte di lui. Il sapore salato della sua pelle sotto la lingua. Il lungo collo, che gli mette quasi malinconia, con quella sua curva aggraziata.
Queste cose, le deposita come monete in banca prima di abbandonarsi anche lui al sonno.
Ushman si sveglia, ma non si muove. Per un momento non sa esattamente dove si trova. Batte le palpebre e intuisce di non essere solo. Ma sa che non  Farak la persona a letto accanto a lui. Non gli arriva il suo profumo di shampoo al melograno, non sente il debole sibilo che emette il suo respiro passando per le narici. Viene preso dal panico, ricordando solo di essere sposato e che  un grosso sbaglio avere nel proprio letto un'altra donna. Subito si preoccupa di proteggere Farak, di nasconderle la sua infedelt. Nello stordimento del risveglio si  dimenticato di non avere pi una moglie, di non essere pi in Iran e che non  pi sua responsabilit proteggere Farak dalla sofferenza.
Poco a poco, man mano che gli occhi si abituano alla luce e comincia a distinguere il profilo dei mobili, il piccolo televisore, la candela consumata, capisce dov'. Con la coda dell'occhio vede i capelli biondi di Stella fitti e arruffati sul cuscino.
Non vuole svegliarla. Vuole questo momento tutto per s, senza doversi mostrare allegro o dolce, e nemmeno gentile.
Com' possibile che questa vita reale, con questa bella ragazza nel suo letto, gli lasci un pizzico di delusione in fondo alla gola? Il fatto di non aver tradito Farak dovrebbe essere un sollievo. Lui  libero di prendersi questi piaceri.
Ha trovato un corpo che, nella sua essenza, gli sembra di aver conosciuto in una vita precedente. E questo  un dono grande, soprattutto per uno come lui.
La stanza  ancora buia e lui teme il giorno che sta per arrivare. La stanchezza che si prova dopo un periodo di
lutto imposto. L'inevitabile tristezza che si sparge tra la folla, da una persona all'altra, di sguardo basso in sguardo basso, finch la giornata sembra corta e scura. E perch mai, si chiede, ha invitato Stella con lui a questa triste cerimonia? E
come lo spiegher alla signora Roberts?
Ovviamente una parte di lui sa che non dovr dare spiegazioni.
E anche se verr gettata una cattiva luce su di lui come marito, qui, al buio, a Ushman non importa. E impaziente di far sapere alla signora Roberts che lui ha una vita al di fuori di lei. Che lui non esiste semplicemente per trovarle i tappeti pi raffinati, per rispondere ogni volta che lei chiama, per mangiare con lei e confortarla come se fosse pagato per servirla.
Ma guardando il profilo di Stella, le palpebre che vibrano appena al ritmo nascosto dei suoi sogni, capisce che la signora Roberts potrebbe farsi mille idee su di lei, ma mai arriverebbe a crederla la sua amante.  decisamente troppo giovane, troppo carina e troppo perbene perch qualcuno possa pensare che si conceda a lui.
Ushman sguscia fuori dal letto e il pavimento freddo gli risveglia i piedi e il resto del corpo. Si fa la doccia e la barba e, nudo, va davanti all'armadio. Quando apre la cerniera della spessa fodera di plastica nera per tirare fuori il completo, l'odore della lana pregiata lo coglie di sorpresa. Quell'aroma gli ricorda il giorno in cui lo compr. Un giorno in cui sperava ancora che Farak prima o poi potesse arrivare in America a bordo di un aereo; lui sarebbe andato al terminal, con addosso il suo costoso completo blu, ad aspettarla guardando fuori la pista di atterraggio. Ricorda le mani sottili del commesso che faceva un segno col gesso sulla stoffa. La pioggia fitta mentre tornava al negozio. La propria impazienza mentre giocherellava con lo scontrino che aveva in tasca, con sopra una cifra da capogiro. Il peso della sua testa quando si sdrai sulla brandina nel negozio e rimase a guardare la fotografia di lui e Farak scattata subito dopo che lei era rimasta incinta per la prima volta.
Da quel giorno il completo  rimasto appeso nell'armadio, quasi dimenticato. A questo ricordo le mani gli diventano
maldestre, quando prende dall'ometto la giacca e i pantaloni.
La cravatta non ce l'ha. Il commesso gliene sugger una di seta rossa o a righe, ma lui rifiut. Cos, indossa il completo blu con una camicia di lana pettinata azzurra e lascia aperto il primo bottone. Si sente un po' a disagio con addosso quel completo cos tipicamente occidentale. Sente la giacca pesargli sulle spalle. Ma il tessuto  talmente ricco e il modello cos ben fatto che non pu evitare di sentirsi anche pi bello e pi importante.
Stella non nasconde la sua ammirazione. Anche lei si  fatta la doccia senza dire una parola. Ma si sta ancora strofinando gli occhi quando lo trova in cucina.
Ehi, sei stupendo! esclama, mentre Ushman le spalma della feta sul pane.
Ti piace il mio completo? chiede lui, sorridendo ai suoi capelli bagnati, ai suoi piedi scalzi sul pavimento della cucina.
Di colpo non sottovaluta pi il dono che  lei.
S, ... bellissimo. Bisogna proprio che qualcuno muoia perch te lo metta?
Voglio portare rispetto. Ma in realt questo non  il mio stile. Non sono mica un banchiere.
Sei arrapante dice Stella, sorridendo e arrossendo un po'.
Cosa vuol dire? Ushman pensa che lo stia prendendo in giro.
Vuol dire sexy. Sei sexy. Stella posa sul bancone il pane con la feta. Fa scivolare la mano su quella di Ushman. Per un attimo entrambi fissano le loro mani congiunte. Alla fine, con un movimento goffo da principiante, Stella gli apre la cerniera dei pantaloni e accosta la bocca.
Ushman  in piedi in cucina, proprio dov'era quest'estate, quando il desiderio aveva sopraffatto il senno e lui aveva pagato la prostituta per fare quello che Stella gli sta facendo adesso. I suoi capelli bagnati gli si appiccicano all'inguine;
lui chiude gli occhi, sussurrando di nuovo il nome di Allah, questa volta per rendere grazie. Forse, pensa, c' un equilibrio nell'universo. Forse non ci sar pi patimento per me.
Come potrebbe esserci, dopo questo dono?  convinto, in
questo momento di gioia, che d'ora in poi quel dono lo protegger da ogni dolore.
Stella per  taciturna, sul furgone. Ushman sente che ha lo sguardo fisso sulle sue mani sul volante.
Stai riflettendo? le chiede, entrando a Manhattan.
No, veramente no.
Hai cambiato idea?
No. Solo mi stupisce che tu voglia che venga con te.
Perch?
Perch quello  lavoro. E tu mi sembri cos serio, quando si tratta di lavoro.
Le sue parole sono semplici, ma nel tono c' una sfumatura accusatoria. Come se lui sbagliasse a essere tanto serio riguardo al lavoro o ai clienti. O, al contrario, come se dovesse essere pi serio con lei. Ushman sente di doverle una spiegazione.
S, su queste cose sono serio.  la mia vita. Il legame con le mie origini, il mio passato. Ma  anche il mio futuro. In questo paese  dura essere qualcosa di pi di un immigrato.
E in un paese o nell'altro, io voglio qualcosa di mio.
E allora perch vuoi che venga con te?
Ushman ci pensa un momento. Ma nel suo invito non c' niente che possa spiegarle.
Cos. Mi fa piacere risponde, a bassa voce.
Stella scrolla le spalle. Va bene. Sorride. Non serve una ragione.
Ushman allunga il braccio e le prende la mano.
...
.
...
CAPITOLO 20.
...
.
...
Stella indossa un vestito attillato blu scuro a manica lunga, con il colletto di raso. Le sta a pennello.  un taglio classico.
E c' qualcosa nella sfumatura della stoffa che di colpo trasforma in azzurro il grigio dei suoi occhi. In contrasto con il tessuto scuro, la sua pelle  come porcellana. Quando la vede uscire dalla camera, Ushman si alza in piedi, come per esprimere la sua piena approvazione.
Stella si  raccolta i capelli in cima alla testa. Lei e Ushman camminano svelti, tenendosi per mano. Quando
arrivano a St Patrick, lei ha le orecchie e le guance arrossate dal freddo. Salgono i gradini e Ushman le lascia bruscamente la mano per aprirle il pesante portone.
Dentro c' un organista che suona una melodia dolente a volume troppo alto perch l'effetto sia malinconico. E bizzarra, per essere celebrativa. Un usciere li conduce a una panca. Il presbiterio  gi pieno. Si siedono nella fila che d sul corridoio all'incirca a met della chiesa. Ushman vede la signora Roberts a una panca della prima fila, con un grosso girocollo di perle che risalta sull'abito scuro.
Stella si appoggia a Ushman. Quella  lei? domanda, facendo un gesto in direzione della signora Roberts.
Ushman china la testa, di colpo preso dal panico al pensiero che Stella sia l. Ma cosa pensava di fare portando anche lei?  cos evidente che  l per dare spettacolo. Che  l a beneficio della vedova. S, Ushman voleva che la signora Roberts vedesse Stella, voleva renderla consapevole, in un modo o nell'altro, della sua umanit. Ma adesso capisce l'ironia crudele del proprio desiderio. Cercare di mostrarle che lui ha una vita piena portando la sua vita l, al funerale di suo marito. Una decisione stupida e meschina.
Ushman comincia a sudare.
 lei? chiede di nuovo Stella.
Ushman annuisce. Vorrebbe che l'organo smettesse di suonare. Gli sembra che lo schernisca.  insopportabile, gli fa scoppiare la testa.
Accosta la bocca all'orecchio di Stella.  probabile che debba andarmene presto. Mi ero dimenticato di un appuntamento.
Stella lo guarda, con la fronte corrugata. Niente pranzo?
Siamo una favola. Dovremmo proprio andarci, al pranzo.
Lui si stringe nelle spalle.
Stella lancia un'altra occhiata al di l del corridoio, verso la signora Roberts. Ushman si guarda la punta delle scarpe.
Non si accorge delle vetrate colorate, n degli apostoli, n dell'alto soffitto.
Finalmente l'organo tace e un quartetto d'archi attacca
un'ode molto pi sommessa. Il prete  in piedi accanto a un podio, a spargere incenso.
La musica finisce e comincia la messa. Mentre si svolge il rito, Ushman cerca di rilassarsi. Guarda la signora Roberts inginocchiarsi e rialzarsi e imita i suoi movimenti. Stella, accanto a lui, si  fatta taciturna e ha assunto un'aria solenne.
Lui si rassicura dicendosi che la signora Roberts potrebbe non essersi nemmeno accorta di lui. N di Stella. Avr di sicuro molte altre cose per la testa. Ushman continua a emulare l'assemblea che si inginocchia e si rialza; Stella invece no. Se ne sta seduta in silenzio, con le mani in grembo e il capo chino.
Guardando la signora Roberts e suo figlio che fanno la comunione, Ushman torna con la mente al giorno della morte di suo padre.
Era una giornata calda, con l'aria ferma e secca.
Nel giardino di casa, suo padre teneva un piccolo stagno pieno di pesci esotici. Per lui era un passatempo, ma anche uno status Symbol. Riteneva che la fontana non fosse una sufficiente ostentazione di ricchezza. Molte case del vicinato avevano una fontana in giardino. Ma i pesci, con i loro colori sgargianti e la loro stazza, dicevano delle vere dimensioni dell'impero del signor Khan. Ushman li odiava segretamente.
Non gli piaceva l'odore del giardino, ora che lo stagno ospitava ninfee e alghe per i pesci. Quando il padre di Ushman immergeva il mignolo appena sotto la superficie dell'acqua e si faceva succhiare la punta del dito dal grosso pesce rosso, Ushman rabbrividiva.
Nei giorni che precedettero la morte del padre, uno strano uccello si aggirava nel vicinato. Era grande e andava a posarsi in cima ai muri di cinta o ai tetti, dove rimaneva silenzioso a guardare. I vicini s'inventarono che era un airone scappato dallo zoo del posto. Ma nessuno si scomod a chiamare le autorit. Due volte il padre di Ushman lo not sul muro adiacente allo stagno dei pesci. E subito prese la pistola che teneva in casa e spar in direzione del gigantesco uccello.
La prima volta la madre di Ushman era nella vasca e pi tardi disse a lui e al marito che aveva pensato di affogarsi subito temendo un'imboscata irachena. Nessuno degli spari
del padre aveva ferito l'uccello, che si limit a librarsi maestosamente sopra la testa del signor Khan emettendo un solo strido per poi scomparire nel cielo azzurro.
Dopodich il padre di Ushman prepar una trappola. Mise sul muro dello stagno delle interiora di pesce comprate dal pescivendolo del posto. Poi, con la pistola a fianco, si sedette sulla panchina del giardino ad aspettare. Ma l'uccello non arriv. Il signor Khan non si perse d'animo. Pranz in giardino, determinato nel suo intento. Quando la calura pomeridiana scavalc il muro di cinta, il signor Khan si sdrai sulla panchina, con le mani sullo stomaco che stringevano l'arma. Si addorment profondamente, imperturbabile nonostante le gocce di sudore che gli scorrevano dalle tempie sul collo.
Ma a un certo punto, verso il crepuscolo, l'uccello plan in giardino senza far rumore e si appost sulla sponda dello stagno. Da fiero predatore qual era, inghiott la pregiata carpa koi ed emise uno strido di sfida. Ushman poi congettur che probabilmente era stato questo strido a spaventare il signor Khan al punto di indurlo a sparare senza mettersi a sedere, senza mirare, forse senza neanche essere completamente
sveglio. Era determinato a proteggere quei pesci. E
cos il proiettile gli buc il mento, trapass la mascella e si conficc nel cervello.
L'uccello vol via, con un'altra carpa koi nel becco, e nessuno lo vide pi. Alla fine della settimana, Ushman raccolse in un secchio i pesci rimasti e and alla riva del Talkheh. Rimase seduto a lungo, a guardare i pesci sbattere contro il fianco del secchio, con le scaglie che brillavano al sole di mezzogiorno.
Alla fine capovolse il secchio e lasci l i pesci a dimenarsi nella terra. A contorcersi freneticamente, ignari di essere a nemmeno venti centimetri dall'acqua. Rimase ad aspettare finch non si mossero pi. Vedeva le loro branchie aprirsi lentamente, cos vicino alla morte. Poi si alz in piedi e con la punta della scarpa butt i pesci in acqua, l'uno dopo l'altro.
Alla fine della funzione, Stella gli d un colpetto sul braccio.
Lui, con un sobbalzo, torna al presente.
La guarda. Lei si alza in piedi come tutti gli altri. Stanno cominciando a sfilare dalle panche verso il centro per uscire.
Ushman  di colpo impaziente. Avrebbe dovuto prepararsi prima a uscire, ad avanzare con la folla che si  raccolta nel passaggio centrale. Ora sono bloccati, ad aspettare che ogni fila di panche dietro di loro si svuoti. Stella  cos vicina che lui sente sulle spalle il ritmo del suo respiro. C' di nuovo musica d'organo. Di nuovo troppo forte.
Nel portico della chiesa, Stella dice a Ushman che ha bisogno di andare in bagno. Lui vorrebbe fermarla e dirle di no.
Di trattenersi finch non saranno in negozio. L potr usare il gabinetto. Ma lei sta gi attraversando l'atrio,  gi fuori dalla sua portata. E Ushman, proprio mentre indietreggia contro la parete per liberare il passaggio, scorge la signora Roberts, con il figlio a braccetto, arrivare dal corridoio centrale.
Lei l'ha visto allontanarsi, evitare la sua traiettoria.
 intrappolato. Cos aspetta. E proprio quando Stella ricompare nell'atrio, anche la signora Roberts e il figlio entrano nel portico.
Ushman dice la signora Roberts, tendendo la mano e offrendogli la guancia. Lui si sente in obbligo e forza le labbra contro la sua pelle. Mai prima d'ora ha preteso da lui questo genere di saluto. Ushman  sconvolto dalla morbidezza della sua pelle.  fresca, asciutta, incipriata:  stato come baciare qualcosa di diverso dalla pelle. Una palla di pasta, lievitata. O un vaso di porcellana impolverato. Che gentile a venire. Le presento mio figlio, Charles.
Condoglianze dice Ushman. Ho incontrato suo padre una sola volta, ma sembrava... Ushman cerca una parola appropriata. Un uomo molto forte. Segue una pausa d'imbarazzo, mentre la signora Roberts si gira verso Stella.
Tiene lo sguardo fisso, senza ritegno. Finalmente Ushman aggiunge: Lei  Stella.
Stella.  venuta tanta gente alla funzione, nonostante fosse in forma privata. Mi aiuta a ricordare? Non so se ci conosciamo. La signora Roberts inclina la testa da una parte, senza mai staccare gli occhi da quelli di Stella.
Non ci conosciamo. Sono un'amica di Ushman.  stata una bella cerimonia. Per un attimo Ushman  grato di aver portato Stella. Non perch  bella e posata, non per il sorriso caloroso
che rivolge alla signora Roberts e al figlio, ma perch, finalmente, lui non  solo.
La signora Roberts gli lancia un'occhiata. Un'amica.
Che bello commenta severa, poi prende di nuovo il figlio a braccetto e lui la accompagna rispettosamente all'uscita.
Appena prima che lui apra il portone, lei si gira verso Ushman e lo guarda come non l'ha mai guardato prima.
Dopodich, guardando solo Stella, dice: Non sapevo che avesse altre amiche, Ushman. Quando il portone viene aperto, il freddo li sferza e lei segue fuori il figlio.
Sono insieme in negozio, in piedi, e tremano un po'.
Ushman mette a bollire l'acqua per il t. Stella  alla vetrina, a guardare gi verso il marciapiede della Madison.  dalla funzione che non gli parla.
Ushman, e il tuo appuntamento? Il tono  accusatorio.
Non era niente di importante. Ushman guarda il calendario sulla scrivania, fingendo di controllare. No, niente di importante.
Segue un lungo silenzio. Stella tira un respiro profondo.
La sua voce diventa piatta.  la tua amante, Ushman?
Cosa? No. Ma no. Non  niente risponde lui velocemente, col desiderio di finire questo discorso prima ancora che sia cominciato.
E allora perch... Che storia era quella? Tutta quella sceneggiata.
Non ne ho idea. Ha appena perso il marito. Sar stato il dolore a farla... Anche lui  confuso. Il modo in cui la signora Roberts ha reagito vedendo Stella, come se credesse di essere lei l'amante di Ushman. E che Stella fosse un'intrusa.
Che lui l'avesse tradita. L, al funerale del marito, poteva davvero sentirsi minacciata da Stella? Poteva davvero credere che Ushman le dovesse una qualche forma di lealt? O
forse era solo arrabbiata per conto di Farak? Per conto della moglie che secondo lei lui aveva ancora.
Da quanto tempo era malato? chiede Stella incrociando le braccia sul petto.
Non ne ho idea. Un bel po', direi.
Cos, magari, una volta siete stati, diciamo, insieme. Per consolarla. Dimmelo, Ushman. Magari  stato tempo fa.
Prima che ci conoscessimo.
Ushman si gira a guardare la catasta di tappeti alle sue spalle. Gli viene in mente quel giorno, quella calda mattinata d'estate, quando effettivamente si coricarono insieme.
Quant'era irritato e svuotato. Scuote la testa. Sa cosa vuole sentirsi dire, Stella. Sa che le serve una spiegazione concreta del suo legame con quella donna. Qualcosa di definito da guardare e poi archiviare. Una tresca temporanea. Un legame di tanto tempo fa.
Si avvicina alla vetrina, pensando che forse pu raccontarle del tappeto, dell'uomo che  morto, dell'occasione di cui Ushman ha approfittato e della sfortuna che ha portato.
Del fortuito coinvolgimento della signora Roberts in quel fatidico corso degli eventi. Queste cose potrebbero soddisfare la curiosit di Stella. Ma qualcosa fuori dalla vetrina attira il suo sguardo.
Guarda dice, puntando il dito. E quello degli orologi.
Il bollitore comincia a fischiare piano. Stella allunga il collo per vedere il venditore ambulante, che apre la sua valigetta all'angolo.
Quel prepotente dice Ushman, lasciando fischiare un po' pi forte il bollitore.
Lei oggi non mi avrebbe voluta l. Con te. La voce di Stella  piatta.
Ushman non risponde.
Tutti e due rimangono a guardare fuori dalla vetrina.
Spalla contro spalla, con addosso i loro vestiti blu, a osservare il venditore gi in strada che fuma ed espone la sua merce.
Per lei tu sei suo. In un certo senso. Dimmi la verit, Ushman.
Lui sposta lo sguardo dalla vetrina alla catasta di tappeti appena dietro Stella. Concentrandosi riesce a rievocare l'odore della lana, della tintura, della polvere dei suoi laboratori di Tabriz.
Gonfia il petto e si stringe nelle spalle. Ora deve alzare la voce per sovrastare il fischio del bollitore, del quale nessuno dei due si sta occupando. Probabile. Ha speso una fortuna per la sua collezione di tappeti. Tutti comprati da me.
Insieme a ciascun tappeto, ha comprato anche un ambiente
- il mio passato, la mia cultura. Per questo, forse, mi sente vicino.  tutto vero. Ma non soddisfa Stella.
Lei si gira dall'altra parte e attraversa la stanza per andare a togliere dal fuoco il bollitore. Nella stanza cala di nuovo il silenzio.
Cazzate dice, poi rimette sul fuoco il bollitore in modo che possa continuare a strepitare.
Ushman  spaventato dal tono conclusivo della sua voce.
Con un movimento veloce, indimenticabile, lei solleva da terra la borsa e se la mette in spalla. Si gira come per andarsene.
Ushman non pu credere che stia per farlo davvero finch la sua mano non  sulla maniglia.
Stella, per favore dice, e lei  ancora di spalle. Lui attraversa la stanza con le braccia protese. Ti prego. Cosa posso fare? Dimmi cosa posso fare...
Lei, quando si volta, sta piangendo; la bocca  aperta ma non emette alcun suono. Il petto e le spalle vibrano in modo innaturale.
Dovresti sederti, Stella. E tutto uno sbaglio. Quella  solo una vecchia. Ushman abbassa le mani per avvicinarsi.
Se solo riuscisse ad avvicinarsi abbastanza, con le mani su di lei potrebbe calmarla. Fermare quel tremore.
Ma Stella indietreggia, cos lui non ci riesce. No dice lei alla fine. Per favore, non toccarmi. Poi le lacrime cominciano a scendere per davvero. Ushman tira fuori il fazzoletto.
Lei glielo prende di mano.
Il bollitore sta fischiando all'impazzata, come la sirena di un edificio in fiamme. Ushman fatica a concentrarsi. Volta le spalle a Stella e riattraversa la stanza per andare a togliere dal fuoco il bollitore. Subito cala il silenzio.
Ushman capisce che cosa ha dimenticato. La sua promessa.
Si infila le mani in tasca e si stringe nelle spalle, come sconfitto. Per un istante  pronto ad arrendersi. Poi gli viene
in mente lo sguardo malizioso di lei. L'incredibile morbidezza dei suoi capelli tra le dita.
Con voce aspra e sgraziata, canta quella parola lentamente, tre volte, camminando verso di lei. Clementina, clementina, clementina. Non si ferma finch le  vicino quanto pi  possibile, senza toccarla. Continua a cantare finch non ha la bocca all'orecchio di lei. Tiene la nota finale in modo che la vibrazione sia rotta solo dal suo respiro.
Non hai nemmeno cantato con me dice Stella, con voce sottile e sconsolata. Poi si copre gli occhi con il fazzoletto e lascia cadere la testa in avanti.
Ushman pensa alla chiesa.  vero, l'ha trascurata. Aveva in mente suo padre, la sua casa.
Stella si toglie il fazzoletto dalla faccia.  macchiato di trucco. Appoggia la testa contro la faccia di Ushman, e si ritrova sulla guancia la bocca di lui. Ushman, sentendola ancorarsi al suo peso, capisce che si sta lasciando andare.
Ma non dura. C' un ultimo sospiro, il fiato caldo e umido della sua bocca cos vicina a quella di lui. Poi lei solleva la testa. Si asciuga di nuovo la faccia e lo guarda. Ha gli occhi arrossati dal dolore. Lui comincia a toccarle il viso, come se con la punta delle dita potesse toglierne un po', e lei gli prende la mano.
Per favore dice, rimettendogliela lungo il fianco per poi lasciarla andare. Senza degnarlo di un altro sguardo e senza farsi uscire un'altra parola di bocca, si volta. La porta vibra un po' quando se la chiude alle spalle. Ushman non la ferma.
La segue con gli occhi verso ovest, mentre lei si allontana.
Quando non riesce pi a distinguere il pallore dei suoi capelli, torna a guardare il marciapiede l sotto.
Oh, guarda dice a voce alta, dimenticando che lei non pu sentirlo. Ne ha venduto uno.
L'acquirente  una donna di mezza et con cappotto e ombrello. Armeggia goffamente con il portafoglio, rivelandosi cos una turista. Il venditore la osserva bene mentre lei conta i pezzi da cinque. Sta annuendo vigorosamente.
Ushman appoggia la testa al vetro e, fissando quello scambio di merce e denaro, lascia che le lacrime cadano sul davanzale.
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CAPITOLO 21.
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Per due giorni Ushman non esce di casa. Si sente sfinito, svuotato. Pur immaginando che Stella creda di essere lei ad avere il cuore spezzato, lui sa qual  la verit. Sa che presto lei guarir e torner ad avventurarsi nella sua bella e giovane vita. Lui invece dovr accettare le briciole della propria.
 quasi contento che sia finita prima che lei, crescendo, potesse stancarsi di lui. Almeno nei suoi ricordi, se non altrove, Ushman rimarr desiderabile e potente, ricco di possibilit. Le  grato di aver seguito le sue convinzioni. 
grato che lei non abbia avuto incertezze, che non abbia evitato il dolore e la rettitudine per pura comodit. Ma questa gratitudine, questa ammirazione per lei aumentano il suo dolore.
Ushman non cerca di telefonarle. Anche se il suo pi grande desiderio sarebbe sentire di nuovo la sua voce, accetta il fatto che non succeder. Questo, lo sa,  l'unico finale che era previsto per loro. I particolari sono irrilevanti. Per quanto forte sia l'intenzione di chiarire il rapporto fra lui e la signora Roberts, Ushman non pu correre il rischio che a Stella non importi pi. Che magari si sia riconciliata con questo equivoco considerandolo solo un sintomo invece di una causa. Non pu rischiare che lei abbia gi capito il proprio errore. Che ora sappia ci che Ushman ha sempre saputo: che lui non valeva i suoi sforzi.
Per due giorni non si cambia. Si tiene addosso il vestito blu a lutto, trovando ogni tanto un lungo capello biondo sul bavero o su un polsino. Il pane con la feta che lei ha lasciato a met rimane sul banco della cucina; sotto il letto trova i
suoi calzini.  cos, pensa, che sarebbe stato se fossi rimasto a Tabriz. Farak se ne sarebbe andata e io sarei stato torturato dalle cose rimaste in casa. Nel frigo, il cibo che lei ha preparato prima di andarsene. Nella doccia, il sapone che le ha accarezzato il corpo. In camera, una lista segreta di motivi per andarsene.
Sdraiato a letto con addosso il suo completo spiegazzato, Ushman vede il fantasma di tutt'e due le donne aggirarsi per casa. Fuori, alla luce vivida del soggiorno,  come se si stessero preparando a seppellirlo. Come se questa fosse la fine. Si parlano a fior di labbra, puliscono il suo sporco e riordinano il suo disordine, si mettono alla finestra a guardar fuori nel vuoto, si asciugano gli occhi, si siedono solo per un momento a sfogliare un libro o ad allestire i suoi album di fotografie. Sembrano naturali, insieme, come se fossero parte della stessa famiglia. La loro bellezza  impressionante - una cos scura, l'altra cos chiara. Le loro voci si mescolano, inglese e farsi, finch lui sente solo un brusio; l'incantevole brusio senza senso delle persone vicine.
Ushman respira profondamente, temendo di chiudere gli occhi, temendo che chiudendoli le due donne scompaiano.
L dov', incapace di parlare con loro e di toccarle, potrebbe passare l'eternit a guardarle. Basterebbe questo, pensa.
Lo sveglia lo squillo del telefono. Risponde.  lei.
Sono in aeroporto. La voce  chiara, determinata. Non  un sogno.
S. Arrivo subito. Mi sono svegliato tardi. Mi sono messo un vestito nuovo. Ti preparer la cena. La tua prima cena americana.
Non so perch ho chiamato.
 tutto perdonato. Puoi portare anche la bambina. Non preoccuparti. Non servono spiegazioni.
Se non che essere qui mi fa pensare a te. Non posso farci niente.
Credo che non smetter mai di pensare a te. A casa mia.
Ushman, ci sei?
Lui si schiarisce la voce. Si alza a sedere, finalmente abbastanza sveglio per capire.
S, ci sono. Sei in partenza? chiede stupidamente.
Vado a casa. Per le vacanze. Ho finito ieri gli esami. Ho bisogno di andarmene dalla citt.
Bene. Un po' a casa. Tornerai? A scuola, intendo dire.
Certo.
Segue una lunga pausa. Ushman sente gli annunci dei voli in partenza e in arrivo. Deve dire qualcosa.
Stella  la sola cosa che gli viene in mente. Poi, silenzio.
Volevo solo che sapessi una cosa, Ushman. Non ti odio.
Grazie. In realt non c' assolutamente niente fra...
insomma, di certo non...
Lei lo interrompe. Non  importante. So che le cose possono diventare complicate. E sapevo bene che c'erano. Le complicazioni, voglio dire. Sai, mi hanno sempre attratta.
Me l'hai detto quando ci siamo conosciuti: cambia gusti e lascia perdere le storie tristi. E io ci sto provando, Ushman.
Qualche volta vorrei essere pi... non lo so, pi adulta rispetto a tutto quanto. Ma non lo sono. Il fatto  che non sono attrezzata quanto credevo. Non ancora, almeno.
Anch'io ho le mie complicazioni, no?
Ushman annuisce, incapace di trovare la voce.
Le storie tristi. Le complicazioni. Tutte cose che il futuro ha in serbo per me.
Spero di no dice lui. Ma credo che sia cos.
Ma c' dell'altro, Ushman. Non dimenticarlo.
Cio?
Non dimenticare che c' anche la gioia. Quella non puoi lasciarla fuori dalle storie tristi. Qui lui riconosce il tono di voce e sa per certo che espressione ha negli occhi. La trionfante veemenza di quando lei incappa nella verit.
Hai ragione, Stella risponde lui, e sono sicuro che per te c' in serbo molta gioia. Oltre alle complicazioni. Ci sar molta gioia.
Ti penso sempre. Buon Natale, Ushman.
Lei riaggancia e sparisce. Ushman rimette a posto il telefono,
ricordando com'era il suo collo alla luce smorzata della camera da letto, la sensazione che dava avere accanto la sua pelle. Pensa al pane con la feta rancida in cucina e ai calzini sotto il letto. Nonostante le lacrime che gli scorrono gi sulle guance, sorride.
Il terzo giorno Ushman si toglie il completo. Si fa la doccia, si rade e si veste per andare a lavorare. Il centro di Manhattan  congestionato dalla gente in giro a fare spese per le feste. Lui odia le folle, ma dai luccicanti negozi di lusso sembra uscire una certa allegria contagiosa. Sulla Madison, quasi fin dove riesce a spingere lo sguardo le auto sono parcheggiate in doppia fila, in attesa che escano i clienti, carichi di pacchetti. In negozio, Ushman trova sulla segreteria telefonica un messaggio della lavanderia: gli ricorda che il tappeto della signora Roberts  pronto. Si era dimenticato della macchia, non ci pensava proprio pi, al tappeto. Si era dimenticato anche del pavimento vuoto della signora Roberts. Ma ora che glielo hanno ricordato, gli sembra strano che lei non abbia telefonato, usando il tappeto come pretesto per indagare su Stella. Ma non ci sono altri messaggi.
Ushman chiama la lavanderia e si mette d'accordo per andare a ritirarlo nel pomeriggio, prima di tornare a casa.
Per il resto della giornata  impegnato con alcuni clienti fuori citt e con dei perditempo che entrano e gli chiedono di aprire i tappeti accatastati per poterli vedere tutti, dal primo all'ultimo. Alla fine della giornata  stanco.
La lavanderia si trova in una stazione di rifornimento riconvertita di Queens. In fondo al laboratorio, Ushman controlla che la lana del tappeto non presenti macchie. Il vecchio gli lascia un po' di privacy per ispezionare il lavoro.
Perfetto. Ottimo grida alla fine Ushman all'armeno, che  curvo sopra un altro tappeto a passare delicatamente l'acqua nel tessuto.
Il sangue  facile dice il vecchio, alzandosi in piedi.
Ushman annuisce, distogliendo lo sguardo.
C' un altro tappeto per Ushman. Uno dei suoi.  un tappeto a giardino commissionato da un facoltoso cliente di suo padre prima che lui e Farak si sposassero.  uno degli ultimi che lei ha tessuto. Il padre se lo ricompr e inaspettatamente lo regal a Ushman. Fu un dono stranamente gentile.
Com' tipico per i tappeti a giardino, che rappresentano il paradiso,  composto di riquadri con cipresso, Albero della vita, fiore e inserti di boteh.  in lana di cammello, seta e lana ovina. I colori sono smorzati, sulle tonalit del marrone, del rosso e dell'oro. Appena pulito  splendido. E di incalcolabile valore.
Insieme, Ushman e il vecchio arrotolano tutti e due i tappeti e li caricano sul furgone.
Fuori, accanto a un distributore di benzina fuori servizio, Ushman chiama dal cellulare la signora Roberts. Il traffico fa un gran baccano, ma riesce a distinguere una certa sorpresa nel suo tono di voce. Lei gli dice che pu venire a consegnarlo domattina.
Ushman cerca di non guardare nel vano merce, si sforza di non lanciare nemmeno un'occhiata al tappeto che ha srotolato e sporcato con Stella. Non vede l'ora di consegnarlo, cos non sentir pi il suo richiamo da dietro il furgone, non sar pi indotto a ricordare.
A casa, Ushman si prepara riso e lenticchie. Come facevano lui e Farak quando avevano molti ospiti a cena, si siede sul tappeto in soggiorno, con la ciotola in grembo. Alla televisione c' una partita di calcio. Gli fa compagnia. Lui accetta con determinazione la solitudine. Gli  familiare. Non riserva sorprese.
Quando ha lavato i piatti, si asciuga le mani nello strofinaccio e questo, chiss perch, gli ricorda la sciarpa che ha comprato mesi fa. La sciarpa che ha nascosto in fondo all'armadio.
Quella di cachemire grigio che ha comprato per Stella prima di conoscerla veramente e di cui poi si  dimenticato.
Va all'armadio e la scarta.  ancora pi bella di quanto
ricordasse. Tenendone un'estremit fra le dita, pensa di mandarla a Stella, in Alabama. Un regalo di Natale.
Gli viene in mente la sua telefonata. Quanto  stata generosa con lui. Che dono  stato. Decide di impacchettarla e spedirla. Ma non a Stella. Quella storia  finita. Stella ha avuto la grazia di darle una degna conclusione. Adesso tocca a lui.
Fa un nuovo pacchetto, rimboccandovi attorno con cura la carta velina. Chiude la scatola con lo scotch e la avvolge in un vecchio giornale in farsi. Con una penna rosa disegna dei fiori a gambo lungo sul foglio stampato.
Rimane seduto al tavolo con un biglietto e una penna per met della notte, o cos almeno gli sembra. Alla fine comincia.
Cara Farak, spero che tu stia bene. Ho saputo della tua bambina. Che gioia deve darti. So che abbiamo condiviso molto dolore. Ma c' stata anche molta felicit. Tu non puoi immaginare la vita che vivo qui in America. E io non posso immaginare la vita che tu hai trovato in Turchia. Ma sappi questo, per favore: io non ti odio. Il mio augurio  che, sapendolo, tu possa avere la pace e la libert per andare in cerca di altra felicit senza il peso del passato. Ti prego, accetta questo dono per la tua bambina. Tuo Ushman.
Infila il biglietto in una busta. Una cosa bella per una bambina brutta. Forse un giorno significher qualcosa, per lei. Come un bel tappeto in una stanza spoglia, forse le far assumere un significato. Trascrive con cura l'indirizzo che Farak gli ha mandato mesi fa. Mette la scatola e la busta in un sacchetto di plastica e lo lascia davanti alla porta. Domattina lo porter all'ufficio postale.
Comincia a piovere la mattina presto. Il rumore contro i vetri sveglia Ushman. Vorrebbe continuare a dormire, ma non appena si sveglia ricorda l'appuntamento di stamattina con la signora Roberts e si fa ansioso. Va a sdraiarsi supino sul tappeto del soggiorno e nella finestra vede soltanto se stesso, con il buio fuori. Tirando dei respiri profondi, pensa
di andare alla moschea. Pensa alla preghiera del mattino. Il suono delle voci adoranti tutt'attorno a lui. Il rituale di inginocchiarsi, gli uomini che lo circondano, provvisoriamente uniti nello spirito. Quando la debole luce dell'alba comincia a rivelare il mondo che c' fuori, Ushman si alza, si rivolge a oriente e prega. Gli sembra passata un'eternit dall'ultima volta che ha recitato queste parole. Quei ritmi familiari gli sono di nuovo di conforto.
Quando finalmente si alza in piedi, sta ancora piovendo.
Guarda il sacchetto davanti alla porta. Uscir di casa in tempo per fermarsi all'ufficio postale prima di consegnare il tappeto.
Le strade sono vuote quando, in furgone, attraversa il ponte. La pioggia continua; si trasforma in nebbiolina quando le nubi si assottigliano e si allungano nel cielo.
Accostando davanti all'ufficio postale della Cinquantesima Strada est, vede che le luci sono spente. Parcheggia e prova a spingere la porta.  sprangata. Guardandosi attorno non vede nessuno per strada tranne un ragazzino che sta portando fuori il cane. Il ragazzino lo guarda, poi torna a guardare a terra.
 gioved. Ushman non capisce. Mentre l'altro si avvicina, Ushman prova di nuovo a spingere la porta.
Oggi  chiuso dice il ragazzino, con una voce incerta tra l'infanzia e l'adolescenza.
Ushman annuisce. Perch?
Per Natale, no? risponde l'altro fermandosi ad aspettare il cane, che ha trovato la carta di un hot dog nel canaletto di scolo.
Ushman si vergogna. Ah dice. Non aveva pensato alla data. Ma certo. Buon Natale gli augura, per cercare di rimediare alla sua ignoranza.
Be', grazie. Per io sono ebreo. Il cane ha finito di leccare la carta.
Ah dice Ushman, scusami.
Fa niente. La cosa pi sicura  "Buone feste". Cos funziona con tutti. Capisce?
Ushman annuisce. S, s.
Butta di nuovo nel furgone il sacchetto di plastica. Il ragazzino riprende a camminare col cane. Ushman si siede al volante e telefona alla signora Roberts.
Mi scusi dice quando lei risponde. Non avevo pensato che oggi  Natale. Allora le porto il tappeto luned.
Ma no replica lei. Io non avevo dimenticato che oggi  Natale, Ushman. Ma Charles e sua moglie non saranno qui prima delle quattro. Sa, per me in realt  un giorno come un altro. Anche per lei, immagino. Venga pure.
Voglio il tappeto.
E riaggancia senza dare a Ushman il tempo di replicare.
Le lucine sugli alberi che fiancheggiano il marciapiede brillano intensamente per via del cielo coperto. Ushman parcheggia proprio di fronte alla casa e si carica sulle spalle il tappeto. Il custode gli fa un cenno con la testa. Si lavora anche se  festa?
Siamo in due risponde Ushman, entrando nell'ascensore.
Oggi  la signora Roberts in persona ad aprire la porta.  sola in casa. Niente marito. Niente cameriera. Anche se qui dentro c' sempre silenzio, Ushman nota subito una differenza nella qualit dell'aria. Non ci sono altre tracce di vita.
 un silenzio soffocante.
Salve si limita a dire lei, facendolo passare. Si  bagnato?
Ha smesso di piovere risponde Ushman, mettendo gi il tappeto e frugando nella tasca in cerca del coltello.
Lei tace, ma chiude la porta e lo guarda lavorare.
Alla fine, dopo che lui ha srotolato il tappeto e si  rialzato in piedi, lei si gira dall'altra parte e dice: Capisce cosa intendo dire?
Lui non sa di cosa sta parlando.
Oggi qui  un giorno come un altro. Niente Babbo Natale, niente campanellini sulle slitte. Ma un albero ce l'ho.
Le va di vederlo?
Ushman indica il tappeto.  soddisfacente?
Lei guarda gi. Ne sono certa. Me lo direbbe lei, se non lo fosse.
Segue un lungo silenzio fra loro. La signora Roberts si limita a guardare Ushman, lo guarda tergiversare col tappeto: si china a raddrizzare la frangia lungo il bordo, poi si rialza e si rigira l'anello attorno al dito, guardando dappertutto tranne che verso di lei.
Lei gli volta le spalle e si allontana, con le ciabatte nere che strisciano sul parquet. Lui la segue.
Nello studio, davanti alle finestre, c' un abete enorme, illuminato soltanto da luci bianche e adorno di fiocchetti di raso, anche quello bianco.
Ha un odore... buono dice Ushman, divertito da quel profumo di linfa tanto lontano da un bosco.
Quelli finti non li sopporto. Sto bevendo un Bloody Mary.
 rosso. Festoso. E torna alla sedia dove evidentemente sedeva prima che lui arrivasse: di fianco, sul tavolino, c' il cocktail.
Ushman guarda di nuovo l'albero, le decorazioni impeccabili, il pavimento nudo sotto i piedi. Una volta tanto non  di fretta. Si sente grato. Mai prima d'ora  stato contento degli indugi della signora Roberts, dei suoi artifici. Della sua abitudine di dare per scontato che lui non abbia altri clienti, che non abbia una vita sua. Ma oggi Ushman, osservando bene le sue cose, capisce che per lui la signora Roberts ha trascurato le convenzioni. L'ha sempre fatto entrare in casa sua, nei momenti intimi della sua vita. Prima Ushman avrebbe voluto che lei si attenesse alle norme di comportamento tipiche del rapporto fra commerciante e cliente. Che non gli facesse domande sulla sua vita e non gli consentisse di entrare nella propria. Che non si sentisse in diritto di avanzargli tante richieste. Ma, adesso che  circondato dai tappeti che gli hanno assicurato il futuro, pensa che, sebbene gli abbia chiesto tanto, cos facendo l'ha onorato.
Guarda di nuovo la striscia nuda di pavimento sotto i suoi piedi e pensa al tappeto che  ancora nel furgone. Quello della sua collezione privata. Che gli ha regalato suo padre.
Che era nella sua casa di Tabriz. Che Farak ha tessuto e sul quale ha scoperto Stella per la prima volta. Quello che davvero non ha mai pensato di vendere. Sarebbe perfetto per questa stanza. Delicato e raro.
Dopo aver preso due sorsi dal suo bicchiere, la signora Roberts appoggia i piedi su un'ottomana e dice: Lei non beve. Ed  un uomo affabile. Non la credevo un donnaiolo.
Ushman non ha mai sentito questa parola, ma capisce cosa significa. Sta guardando dalla finestra le luci di Central Park, i pochi pattinatori che disegnano graziosi cerchi sulla pista di ghiaccio.
Scrolla le spalle. Non vuole difendersi.
 una ragazza carina. La salute  tornata sexy. Cos dicono
osserva lei, con la voce che sorride.
 un'amica replica lui, calmo.
Le amiche non sono cos carine ribatte lei, portandosi di nuovo il bicchiere alle labbra.
Ushman d un'altra scrollata di spalle.
Forza, Ushman. Mi parli apertamente. Io sono una vedova.
Sola. Mi regali un pezzetto della sua storia d'amore.
Non  una storia d'amore. Non pi.
Finita? Cos presto? dice lei, nascondendo dietro il bicchiere un principio di sorriso.
Ushman annuisce e attraversa la stanza per andare a sedersi sulla sedia accanto a quella di lei.
Lo dir a Farak?
Ushman scuote la testa. Non gliene importerebbe.
Davvero? Ero convinta che...
Ha ottenuto il divorzio. Ha un nuovo marito. E una figlia. Sono emigrati. A Istanbul. Ushman sente formarsi il sudore lungo l'attaccatura dei capelli. Non guarda la signora Roberts.
Lei posa di nuovo il bicchiere sul tavolino. Con una mano giocherella con le perle che ha al collo. Dio mio, Ushman. Non credevo che nel suo paese lasciassero fare queste cose.
Se avessi fatto ricorso non glielo avrebbero lasciato fare.
Se suo padre fosse ancora vivo, lui probabilmente glielo avrebbe impedito. O avrebbe fatto di peggio. Ma io non credo nel matrimonio forzato. Dopo che lei mi ha abbandonato nel suo cuore, che siamo sposati o no ha poca importanza.
Quando  successo? Da quanto tempo lo sa? E offesa.
Ha avuto la bambina il mese scorso. Ma  da quest'estate che so che  finita. Me l'ha detto lei, che era finita.
La signora Roberts tace per un momento. Quel giorno
sussurra tra s. Poi, guardando Ushman, a voce pi alta aggiunge: Non me l'ha detto. Perch non me l'ha detto?
Lui china la testa. Mi vergognavo. Questa  la mia unica scusa.
Segue un lungo silenzio, durante il quale lei guarda verso la finestra, alle spalle di Ushman. Poi si alza in piedi, si avvicina all'albero a raddrizzare un fiocchetto su un ramo. Lei  molto pi evoluto di molti uomini americani. A lasciarla andare, intendo dire.
Lui scrolla la testa. Non avevo molta scelta. Sono lontano migliaia di chilometri. Forse, se fossi meno evoluto, lei si sarebbe sentita in dovere di rimanere con me. E ci sono molti giorni in cui penso che mi sarebbe andato bene cos.
Averla perch obbligata o non averla per niente?  una domanda difficile.
Per tutti dice la signora Roberts a fior di labbra. Si liscia fra le dita gli aghi dell'abete e poi torna a sedersi. E Stella, allora? Un ripiego.  un'asserzione, non una domanda.
Non conosco questa parola dice Ushman. Ma da come  stata pronunciata capisce che non  un complimento.
Una ragazza che le serve solo per dimostrare qualcosa.
Per migliorare lo stato della sua mascolinit.
Ushman scuote la testa. No. Non direi cos. No, non direi. Era...
Non stia a sottilizzare sulle parole, Ushman.  finita.
Non mi servono spiegazioni. Non era una persona speciale: era solo disponibile. E un fenomeno diffuso. Un ripiego. Succede anche alle donne.
Ushman non discute. Ma mentalmente confuta la sua teoria.
Chiama in causa l'improbabilit della sua storia d'amore con Stella. Quanto poco prevedibile, preparata, convenzionale sia stata. Forse un ripiego,
come lo chiama la signora Roberts, c' stato. Ma semmai il termine  applicabile alla puttana del suo quartiere, non certo a Stella.
Non  d'accordo? chiede lei, sporgendosi sulla sedia.
Mi dica che sbaglio. Mi dica che la amava, Ushman.
 una sfida. Ushman non pu fare a meno di sorridere. I
giovani, forse, credono che l'amore sia dietro ogni angolo.
Io non sono cos ingenuo.
Allora Stella la amava?
Ushman sta cercando di capire. Di individuare la storia che lei preferirebbe ascoltare.
Allora diciamo che fra voi c'era... una certa chimica?
Solleva le sopracciglia.
Ushman fa ruotare attorno al mignolo l'anello con sigillo.
S. Inaspettatamente, s. Non ho trovato molte americane attraenti.
Lei cambia posizione sulla sedia.
Stella, semplicemente, si  aperta con me come nessun'altra donna aveva fatto. La prima volta che l'ho toccata...
Ushman lancia uno sguardo alla signora Roberts per capire se continuare. Lei annuisce, ma guardandosi le mani in grembo. Ushman non ha mai detto parole come queste a voce alta. Certo non ha mai rivelato a qualcuno particolari tanto intimi, tanto personali. Ma, pronunciando quelle parole, riesce quasi a ricrearne la gioia. Riprende: Non l'ho spogliata. Anche se la desideravo profondamente, era come se non avessi bisogno subito della sua pelle. Era abbastanza scoperta. L, sul tappeto del mio soggiorno, con un'eclisse sopra di noi, e lei con tutti i vestiti addosso,  stato un momento elettrizzante.
Ushman capisce dal silenzio di lei che l'ha soddisfatta. Si schiarisce la voce, cercando di farsi venire in mente un seguito, come procedere.
Continui dice lei, in tono calmo ma esigente.
Le piaceva molto stare bene. A questo ricordo Ushman sorride. Non c'era vergogna nel suo piacere. Quando le ho toccato la pelle,  stato come se per un momento il nostro sistema nervoso fosse tutt'uno, e sentissi su di me le mani con cui la toccavo. Come pu essere perfetto, come pu essere tenace il contatto con qualcun altro.
La signora Roberts appoggia la testa allo schienale e chiude gli occhi. Ushman continua a parlare, scegliendo con cura le parole. Le racconta tutto. Le racconta anche di quella notte. Della macchia. Di quando la sua dolce, pallida ragazza del Barnard College ha lasciato la sua verginit in una scura macchia di sangue sul Bijar della signora Roberts.
Le racconta di quando, sfacciatamente, ha posteggiato vicino al parco. Accanto al lampione. E che nevicava, e tutti e due avevano la pelle d'oca. E raccontandolo lo rivive.
Rivive la gioia. Ha ancora in mente le parole di Stella.
Quella non puoi lasciarla fuori dalle storie tristi.
Ma il finale non glielo racconta. Mente. Non vuole farle sapere che il sabotaggio le  riuscito. Che Stella ha dubitato di lui. Ecco cosa le dice, invece:
E alla fine, quando mi ha detto che mi amava, le ho preso il viso tra le mani. Le ho accarezzato le guance con i pollici, e i suoi occhi grigi erano limpidi, bellissimi, e le ho detto: "No, non  amore. Il desiderio che provi adesso, non farlo diventare una speranza d'amore. Sarebbe una cosa terribile.
Dimentica questi sentimenti. Un giorno potresti ritrovarti accanto all'amore e non riconoscerlo, se non somiglia a questo che provi. L'amore  sacrificio. Appartiene alla matematica, non alla chimica". L'ho baciata un'ultima volta. E questo  tutto.
La signora Roberts  assolutamente immobile, tanto che Ushman la crederebbe addormentata, se non fosse per le sottili tracce di lacrime che le luccicano sulle tempie.
Ushman vede sollevarsi il petto, ma non arriva alcun suono.
Per la prima volta, ma forse non l'ultima, finalmente le ha dato quello che voleva. Quello che lei pensava di non poter mai avere.
Ushman si guarda intorno in cerca di un fazzoletto. Sul bancone del bar c' un contenitore di cuoio. Si alza, prende un fazzoletto e torna a sedersi, in attesa che lei apra gli occhi, cos potr porgerglielo.
Lei non apre gli occhi.
Lui aspetta, vergognandosi di guardare. Di sedere cos vicino, di essere testimone del suo dolore, di averle fatto perdere il controllo. Alla fine le lacrime le scendono sul lato del viso, alcune lungo la mascella, e poi gocciolano gi. Sulla sua camicetta di seta.
Ushman si inginocchia e solleva il fazzoletto, sperando che lei senta la sua presenza accanto al viso. Non la sente. Gli occhi rimangono chiusi. Le lacrime continuano a sgorgare.
Cautamente, Ushman le posa il fazzoletto sulla guancia.
Assorbe le lacrime. Lei non apre gli occhi, ma allunga la mano verso il fazzoletto. Cos facendo, la sovrappone a quella di Ushman. La stringe forte, senza esitazione n sorpresa.
Lentamente, guida la sua mano sulla propria guancia, sulle tempie, sul mento. Ushman non la sottrae. Rimane al suo servizio. Anche quando sente il fazzoletto bagnato fra le dita. Anche quando le mani di lei tremano sotto il peso delle sue. Anche quando il primo raggio di sole della giornata penetra le nubi e getta ombre nella stanza, Ushman continua a muovere la mano sulla tristezza del suo viso.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Sono infinitamente grata ai miei genitori, che hanno creduto tanto in me, e a mia sorella, che mi ha sempre presa sul serio.
La mia profonda gratitudine allo staff altamente professionale della Aaron M. Priest Agency, in particolare a Molly Friedrich, la mia agente saggia, sicura ed entusiasta.
E con Molly Stern, la mia magnifica editor, con la quale ho provato un legame cosmico, sono in debito per il suo acume, il suo intuito e la sua amicizia.
Fin dall'inizio ho goduto del sostegno e dell'incoraggiamento dei club del libro sia di Albuquerque sia di Phoenix: grazie.
Per la loro amicizia nella vita reale, sono grata a Sacha Adorno, Ariaina Tibensky, Cynthia Madansky, Julie Raynor, Meg Giles, Marianne Merola, Amy Quintero, Shelly Kennedy, Liz Groth e Julia Heaphy-Nufer. Infine, ringrazio mio marito e i nostri figli di avermi regalato tanti momenti di gioia assoluta.
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FINE.